Dal caso STEƎR alla riflessione sulla nightlife contemporanea: il clubbing è ancora uno spazio sicuro o qualcosa si è incrinato?
Per anni ci siamo raccontati che il club fosse molto più di un posto in cui trascorrere la notte ballando. Per molti di noi, il club era un rifugio, un luogo in cui tutto può accadere, ma anche la possibilità di cementificare relazioni con persone che amano il tuo stesso stile di vita.
Ma se si vuole avere una visione più romantica del club, potremmo definirlo uno spazio notturno in cui i corpi potevano convivere senza giudizio, dove la musica elettronica diventava una forma di liberazione e, in molti casi, persino di sopravvivenza.
Per intere generazioni, il dancefloor ha significato questo: sospendere per qualche ora il peso del mondo esterno.
Ma oggi quella narrazione regge ancora?
La domanda torna inevitabilmente a galla dopo il caso che ha travolto STEƎR Management, l’agenzia finita al centro di una tempesta mediatica in seguito alla diffusione online di una serie di presunte testimonianze e accuse che coinvolgerebbero alcuni artisti del roster, tra cui Shlømo, Odymel e CARV.
Le accuse, comparse inizialmente sui social e poi riprese da media internazionali, parlano di presunti comportamenti sessualmente inappropriati, dinamiche di abuso di potere e relazioni tossiche maturate attorno alla scena.
In seguito, l’agenzia ha sospeso i rapporti con alcuni artisti e numerosi festival hanno scelto di rimuovere i nomi coinvolti dalle line-up. Tutto questo mentre, ad oggi, non risultano sentenze definitive o accertamenti giudiziari conclusivi.
Eppure, al di là della cronaca e della doverosa prudenza con cui bisogna trattare vicende di questa natura, la questione vera è un’altra: il club è ancora uno spazio sicuro, o ci siamo limitati per anni a chiamarlo così senza voler guardare davvero cosa accadeva al suo interno?
Il mito del club come “safe space”
Avevamo già toccato l’argomento in passato, attraverso un altro editoriale. Ma il fatto che passato qualche anno, abbiamo avvertito nuovamente la necessità di ritornarci su, testimonia quanto è doveroso continuare a parlarne, fino allo stremo.
C’è stata un’epoca in cui il club era davvero, almeno in parte, una forma di protezione collettiva. La club culture nasce anche da lì: dalla necessità di creare altri spazi, periferici, spesso sotterranei, in cui potersi esprimere fuori dalle regole del giorno.
La house di Chicago, la techno di Detroit, i club queer di New York, Berlino, Londra: tutti questi mondi hanno condiviso una matrice comune. Il dancefloor non era semplicemente intrattenimento, era un luogo politico.
Era uno spazio in cui donne, persone queer, corpi marginalizzati e soggettività non conformi potevano esistere con meno paura rispetto all’esterno. Non era il paradiso, e non lo è mai stato davvero, ma aveva una funzione sociale precisa: sospendere, almeno temporaneamente, la violenza simbolica del quotidiano.
Ed è forse proprio questo il punto più doloroso della questione contemporanea. Perché il club, nella sua mitologia, continua a essere raccontato come uno spazio libero, aperto, accogliente. Ma la libertà, se non è accompagnata da responsabilità, rischia di diventare una formula vuota. E talvolta persino lo specchio di una realtà che non esiste.
Per anni, molte persone hanno accettato come “parte dell’ambiente” comportamenti che, fuori da quel contesto, sarebbero stati letti con ben altra chiarezza. L’ambiguità, l’eccesso, la promiscuità, il rapporto sfumato tra artista e pubblico.
Tutto questo ha spesso creato una zona grigia in cui il consenso, i confini e il potere si sono confusi. E il problema non è la notte. Il problema è ciò che nella notte abbiamo smesso di voler vedere.
Il cambiamento: quando il club è diventato industria
C’è poi una differenza sostanziale tra il clubbing di ieri e quello di oggi. La scena elettronica contemporanea, soprattutto quella hard techno, non è più soltanto una sottocultura. È diventata una vera industria dell’immagine.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione rapidissima: DJ diventati brand, party trasformati in contenuti, dancefloor pensati anche, e talvolta soprattutto, per la loro resa sui social.
Oggi giorno, il club non è più soltanto un luogo da vivere. È diventato un luogo da documentare, da ostentare, da impacchettare. E quando una scena cresce a questa velocità, inevitabilmente cambiano anche le dinamiche di potere.
L’artista oggi non è più soltanto un selezionatore musicale. È una figura pubblica, un’identità aspirazionale, un corpo visibile, un catalizzatore di desiderio.
Questo genera una relazione nuova con il pubblico: più diretta, più intensa, ma anche più pericolosa. Perché dove c’è asimmetria, di fama, di accesso, di capitale simbolico, il rischio di abuso aumenta.
Il caso STEƎR, in questo senso, non va letto solo come un episodio isolato. È anche il sintomo di una scena che ha corso più veloce delle proprie regole interne. Una scena che ha saputo costruire hype, ma non sempre strumenti di tutela.
Una scena che ha moltiplicato gli eventi, le visualizzazioni, i followers, proponendo però quelle che sembrano sempre le stesse sonorità.. E che spesso sembra ancora impreparata quando si tratta di affrontare seriamente temi come il consenso, la sicurezza, la gestione del potere relazionale.
Sicurezza per chi?
Quando ci chiediamo se il club sia ancora un luogo sicuro, dovremmo forse iniziare a porci una domanda ancora più onesta: sicuro per chi?
Perché la verità è che non tutte le persone attraversano la notte nello stesso modo. Non tutti entrano in un club con lo stesso margine di protezione. Non tutti vivono il dancefloor come uno spazio di aggregazione e liberazione.
Per molte donne, per molte persone queer, per molti corpi percepiti come vulnerabili, il club è spesso ancora un luogo in cui occorre restare all’erta. Uno spazio dove divertirsi, sì, ma senza abbassare davvero la guardia. E questa non è una contraddizione da poco. È forse la più grave di tutte.
Abbiamo costruito una cultura che esalta il lasciarsi andare, ma troppo spesso scarica sulle persone più esposte il compito di proteggersi da sole.
Non bere troppo, non restare sola, stai attenta, manda la posizione, scrivi quando torni.
Tutto questo fa ormai parte del rituale pre-serata di troppe persone. E se per entrare in uno spazio devi prima attivare un protocollo di autodifesa, forse quel luogo non è sicuro quanto ci piace raccontare.
Non basta rimuovere un nome da una line-up
Le reazioni dei festival e delle agenzie nelle ultime settimane dimostrano che qualcosa, almeno sul piano reputazionale, sta cambiando. Oggi il settore non può più permettersi di ignorare pubblicamente certe accuse. La sospensione degli artisti, le prese di distanza, le cancellazioni dalle locandine, sono segnali evidenti di una maggiore attenzione.
Ma non basta!
Perché la sicurezza non si costruisce solo nel momento in cui scoppia uno scandalo. Si costruisce molto prima. Si costruisce nella selezione delle persone con cui si lavora, nei protocolli interni, nella presenza di figure dedicate all’ascolto e alla gestione dei comportamenti problematici.
Si costruisce in cassa, al bar, in backstage, nel modo in cui viene gestito un after, nel modo in cui un locale decide di intervenire, o non intervenire, davanti a un segnale.
In altre parole: non basta rimuovere un artista quando il caso è già pubblico. Bisogna chiedersi perché certi meccanismi siano stati tollerati, invisibilizzati o sottovalutati prima.
Forse il club può ancora esserlo. Ma solo se smette di raccontarsi favole
Il club può ancora essere un luogo sicuro?
Forse sì. Ma non per inerzia, non per tradizione, e soprattutto non per nostalgia.
Non basta evocare il passato glorioso della club culture per ereditarne automaticamente i valori. Se il club vuole continuare a essere uno spazio di libertà, deve dimostrare di saper essere anche uno spazio di responsabilità. E questo significa accettare una verità scomoda: la musica da sola non salva nessuno.
Può unire, può consolare, può persino trasformare. Ma non assolve. Non giustifica. Non protegge automaticamente chi la vive.
Il caso STEƎR non ci obbliga soltanto a guardare alcuni nomi o alcune dinamiche specifiche. Ci obbliga soprattutto a guardarci allo specchio come scena, come pubblico, come industria.
E a chiederci se il club che continuiamo a idealizzare esista ancora davvero, o se nel frattempo, non sia diventato un luogo in cui ci piace sentirci liberi finché non siamo costretti a fare i conti con ciò che quella libertà ha lasciato fuori controllo.
Perché la notte può essere ancora uno spazio di emancipazione. Ma solo se smette di pretendere silenzio in cambio dell’appartenenza.