giammarco orsini

Giammarco Orsini: l’ossessione per la ricerca

18 Maggio 2026

Dall’ossessione per il vinile alla costruzione di un linguaggio sonoro unico: il racconto di una carriera vissuta tra ricerca estetica e nuove sfide editoriali.

Esistono artisti per i quali il genere musicale non è un confine, ma un semplice strumento di navigazione. Giammarco Orsini appartiene a questa categoria di “vibe setter” contemporanei: dj e producer capace di muoversi con eleganza tra i solchi della house anni ’90, le trame ipnotiche della techno e le spigolature della minimal, mantenendo sempre una coerenza estetica impeccabile.

Giammarco Orsini ha saputo trasformare la sua ossessione per la ricerca in un linguaggio personale e riconoscibile che trova oggi una delle sue massime espressioni anche nel progetto Data Memory Access insieme a Jacopo Latini. Il suo è un approccio metodico, quasi archivistico, dove il passato viene costantemente riscoperto e riattualizzato per servire il dancefloor del futuro.

In occasione della sua partecipazione al Naturalis Festival presso Umoya, un contesto che promette di fondere musica e natura in un’esperienza immersiva, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Gianmarco. Dalle origini del suo percorso in studio fino alla visione editoriale della sua futura label, ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Giammarco, benvenuto su Parkett. Partiamo dalle origini: quando nasce il tuo rapporto con la musica e quali sono stati i primi momenti che hanno segnato questo percorso?

Il mio rapporto con la musica nasce durante l’adolescenza, inizialmente più legato all’esperienza della pista che a una ricerca consapevole. Dopo i primi anni, l’attenzione si è spostata verso la costruzione di un’identità musicale precisa, cercando di guardare a ogni sfumatura della musica elettronica e lavorando più sull’estetica dei brani che sui generi stessi. È stato lì che ho iniziato a rompere le barriere mentali legate ai generi, concentrandomi esclusivamente su un’estetica che mi rappresentasse e cercando, all’interno di ogni stile, quei dischi funzionali al mio percorso artistico.

Quali influenze hanno contribuito a definire il tuo immaginario sonoro? Raccontaci il tuo background e le fonti da cui attingi oggi per costruire il tuo linguaggio musicale.

Ho ereditato la passione per la house music in particolare quella americana e quella italiana degli anni ’90 dalle persone che mi hanno insegnato a mixare.  Negli anni in cui ho iniziato a comprare musica, la progressive house e l’electro house erano molto influenti, e successivamente anche tutta la wave minimal ha avuto un forte impatto sulla mia ricerca. Tutti questi linguaggi hanno attraversato momenti diversi del mio percorso, ma le influenze arrivano anche da contesti non strettamente club-oriented: colonne sonore, ambient, post-rock. Cerco sempre un equilibrio tra funzionalità e narrazione, provando a lasciare qualcosa che vada oltre il semplice movimento: un’emozione, una storia, una sensazione che accompagni il set dall’inizio alla fine.

Come descriveresti oggi la tua identità artistica e in che modo si è trasformata nel tempo?

Come accennavo prima, oggi la mia identità è meno vincolata a un genere specifico e più orientata verso un linguaggio personale. Negli anni ho smesso di inseguire un posizionamento preciso per concentrarmi invece su una coerenza sonora che attraversa diversi generi. Mi muovo tra house e techno, con influenze progressive, electro, minimal e funk. Questa visione mi stimola molto perché mi spinge a lavorare contemporaneamente su più fronti. Specialmente negli ultimi anni, tutto ciò che ho collezionato in passato è diventato molto rilevante: spesso i dischi più stimolanti li ritrovo proprio nella mia collezione. È un lavoro paziente, che nasce dall’incontro tra ricerca personale e influenze esterne.

La produzione occupa un ruolo sempre più centrale per molti artisti: quanto spazio ha oggi nel tuo lavoro rispetto all’attività da DJ? E come si sviluppa il tuo processo creativo in studio?

La produzione ha assunto un ruolo sempre più centrale a partire dal 2012. Se il DJing resta uno spazio di relazione e di lettura del contesto, lo studio è il luogo in cui metto in atto un processo inverso: parto da ciò che mi emoziona e utilizzo la mia esperienza da DJ per creare musica che possa funzionare nei club. Negli ultimi anni, però, la produzione è diventata anche un percorso più intimo e personale, non necessariamente legato al dancefloor, e sto cercando di trovare un equilibrio tra questi due aspetti. Soprattutto con Data Memory Access stiamo sperimentando linguaggi che vadano oltre la dimensione strettamente club oriented, alla ricerca di un nuovo equilibrio sonoro.

Come prende forma un tuo DJ set? Ti muovi a partire da una struttura precisa o lasci che siano il contesto e l’energia del momento a guidarti?

Un DJ set è qualcosa di dinamico: cambia in funzione dello spazio, del pubblico e del momento. L’obiettivo è mantenere continuità senza perdere tensione, attraversando generi diversi in modo naturale. Per me è importante non essere legato a un genere preciso, ma a un’estetica. A seconda del contesto posso orientarmi verso sonorità più scure e ipnotiche in un club, oppure verso atmosfere più luminose ed euforiche in un open air.

Data Memory Access è il progetto che condividi con Jacopo Latini: come nasce questa collaborazione e quale tipo di ricerca state portando avanti insieme?

Data Memory Access nasce da una sintonia naturale con Jacopo Latini. La nostra ricerca è focalizzata sull’energia e sull’interazione con le macchine, con un’estetica che guarda a un immaginario nostalgico del passato ma sviluppato attraverso strumenti contemporanei. Entrambi veniamo da un background musicale molto simile e siamo cresciuti con le stesse referenze: questo ci ha aiutato a trovare un punto d’incontro in modo molto spontaneo e veloce.

Negli ultimi anni la scena elettronica ha vissuto cambiamenti significativi, tra nuove estetiche e dinamiche culturali. Qual è il tuo punto di vista sulla sua evoluzione?

La scena oggi si evolve molto velocemente ed è sempre più stratificata. La quantità di output è aumentata enormemente e le estetiche si susseguono a ritmi rapidissimi. In questo contesto, la sfida per me è mantenere una traiettoria riconoscibile, evitando di reagire in modo eccessivo ai trend del momento. Allo stesso tempo, come DJ credo sia importante considerarsi più un “vibe setter” che un artista rigidamente legato a un genere preciso. L’aspetto fondamentale è mantenere una propria riconoscibilità nella selezione, sia che si suoni un peak time in un festival, sia un set downtempo in radio. In ogni contesto adoro muovermi tra i generi per costruire un’esperienza pensata appositamente per quel momento.

Sarai tra i protagonisti del Naturalis Festival a Umoya, un contesto che invita a un ascolto più immersivo e meno convenzionale. In che modo cambia il tuo approccio quando ti esibisci fuori dal club, a contatto con la natura?

Sono davvero emozionato. Ho conosciuto Augusto qualche anno fa a Napoli e ho avuto modo di suonare per il loro showcase ad Amsterdam. Ho sentito grandi cose sul festival e sono molto motivato a dare il massimo. Fuori dal club cambia completamente il rapporto con il tempo e con lo spazio. L’approccio diventa meno funzionale e più atmosferico: immagino un equilibrio tra alta energia e ipnosi.

Guardando avanti, su cosa stai lavorando in questo momento? Ci sono progetti o collaborazioni che puoi anticiparci?

Sto lavorando a nuove produzioni, sia soliste che con Data Memory Access. Parallelamente, sto sviluppando un progetto editoriale legato alla mia futura label, con un focus molto preciso sull’identità visiva e sulla coerenza del format. L’obiettivo è costruire un contesto riconoscibile, non soltanto una serie di release.

Grazie Giammarco per aver condiviso con noi il tuo percorso. Prima di salutarci, vuoi lasciarci un disco che accompagnerà il tuo set al Naturalis?

Grazie a voi per l’invito e ci vediamo carichi al Naturalis!

ENGLISH VERSION

Hi Giammarco, welcome to Parkett. Let’s start from the beginning: when did your relationship with music begin, and what were the key early moments that shaped your path?

My relationship with music began during my teenage years, initially more connected to the experience of the dancefloor than to a conscious research process. After those early years, my focus shifted toward building a more defined musical identity, trying to explore every nuance of electronic music and working more on the aesthetic of tracks rather than on genres themselves. That’s when I started to break down mental barriers related to genres, focusing exclusively on an aesthetic that could represent me and searching, within each style, for records that were functional to my artistic path.

What influences have helped shape your sonic imagination? Tell us about your background and the sources you draw from today to build your musical language.

I inherited my passion for house music, especially American and Italian ’90s house, from the people who taught me how to mix. When I first started buying music, progressive house and electro house were very influential, and later the whole minimal wave also had a strong impact on my research. All these languages have crossed different phases of my journey, but my influences also come from contexts that are not strictly club-oriented: film soundtracks, ambient, post-rock. I always try to find a balance between functionality and storytelling, aiming to leave something that goes beyond simple movement: an emotion, a story, a feeling that accompanies the set from beginning to end.

How would you describe your artistic identity today, and how has it evolved over time?

As I mentioned earlier, today my identity is less tied to a specific genre and more oriented toward a personal language. Over the years, I stopped chasing a precise positioning and instead focused on a sonic coherence that moves across different genres. I navigate between house and techno, with influences from progressive, electro, minimal, and funk. This vision really stimulates me because it pushes me to work on multiple fronts at once. Especially in recent years, everything I’ve collected in the past has become very relevant: often the most inspiring records are the ones I already own. It’s a patient process, born from the meeting of personal research and external influences.

Production is becoming increasingly central for many artists: how much space does it have in your work today compared to DJing? And how does your creative process in the studio develop?

Production has taken on a more central role since 2012. While DJing remains a space of interaction and reading the context, the studio is where I implement a reverse process: I start from what moves me and use my experience as a DJ to create music that can work in clubs. In recent years, however, production has also become a more intimate and personal journey, not necessarily linked to the dancefloor, and I’m trying to find a balance between these two aspects. Especially with Data Memory Access, we’re experimenting with languages that go beyond a strictly club-oriented dimension, in search of a new sonic balance.

How does one of your DJ sets take shape? Do you start from a precise structure, or do you let the context and the energy of the moment guide you?

A DJ set is something dynamic: it changes depending on the space, the audience, and the moment. The goal is to maintain continuity without losing tension, moving through different genres in a natural way. For me, it’s important not to be tied to a specific genre, but to an aesthetic. Depending on the context, I might lean toward darker, more hypnotic sounds in a club, or more luminous and euphoric atmospheres in an open-air setting.

Data Memory Access is the project you share with Jacopo Latini: how did this collaboration come about, and what kind of research are you pursuing together?

Data Memory Access was born from a natural connection with Jacopo Latini. Our research is focused on energy and interaction with machines, with an aesthetic that looks toward a nostalgic imagery of the past but developed through contemporary tools. We both come from a very similar musical background and grew up with the same references, which helped us find common ground in a very spontaneous and quick way.

In recent years, the electronic scene has undergone significant changes, with new aesthetics and cultural dynamics. What is your perspective on its evolution?

Today the scene evolves very quickly and is increasingly layered. The amount of output has grown enormously, and aesthetics follow one another at a very rapid pace. In this context, the challenge for me is to maintain a recognizable trajectory, avoiding overreacting to current trends. At the same time, as a DJ, I think it’s important to see oneself more as a “vibe setter” rather than an artist rigidly tied to a specific genre. The key aspect is maintaining a recognizable identity in selection, whether you’re playing peak time at a festival or a downtempo set on the radio. In every context, I love moving between genres to build an experience tailored specifically to that moment.

You’ll be among the protagonists of Naturalis Festival at Umoya, a context that encourages a more immersive and unconventional listening experience. How does your approach change when performing outside of a club, in contact with nature?

I’m really excited. I met Augusto a few years ago in Naples and had the chance to play at their showcase in Amsterdam. I’ve heard great things about the festival, and I’m very motivated to give my best. Outside the club, the relationship with time and space changes completely. The approach becomes less functional and more atmospheric: I imagine a balance between high energy and hypnosis.

Looking ahead, what are you currently working on? Are there any projects or collaborations you can anticipate?

I’m working on new productions, both solo and with Data Memory Access. At the same time, I’m developing an editorial project linked to my future label, with a very precise focus on visual identity and format consistency. The goal is to build a recognizable context, not just a series of releases.

Thank you, Giammarco, for sharing your journey with us. Before we wrap up, would you like to leave us with a track that will accompany your set at Naturalis?

Thank you for the invitation, and see you all at Naturalis, fully charged!

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