“La luce dell’alba”, in uscita il 5 giugno per 42 Records, nasce dall’incontro tra Jolly Mare e l’universo sonoro di Piero Umiliani custodito dentro il leggendario Sound Workshop di Roma, uno degli spazi più simbolici della musica applicata europea, laboratorio permanente dove Umiliani ha costruito gran parte della propria grammatica sonora.
Nel 2026, anno del centenario della nascita di Piero Umiliani, arriva un disco che attraversa la storia della musica italiana come un cortocircuito temporale. Ridurre il progetto alla formula “album postumo” significherebbe appiattire un’operazione molto più complessa. Il materiale musicale di Umiliani utilizzato da Fabrizio Martina, al secolo Jolly Mare, appartiene infatti a registrazioni già esistenti, già edite e già parte della vastissima produzione del compositore. La vera particolarità del progetto riguarda l’accesso diretto ai multitraccia originali, alle macchine analogiche e agli strumenti rimasti per decenni all’interno dello studio romano, preservati dalla famiglia Umiliani come un ecosistema ancora attivo.
Nel centenario della nascita di Piero Umiliani emerge con ancora più forza la dimensione artigianale e visionaria del suo lavoro, quello di un compositore guidato da una ricerca continua sul suono, attratto dalle nuove tecnologie e capace di attraversare jazz, elettronica, library music e colonne sonore con uno spirito libero e profondamente personale.
Dai temi per “I soliti ignoti” di Mario Monicelli fino a lavori diventati culto come “Svezia inferno e paradiso”, da cui nacque “Mah-nà Mah-nà”, Umiliani ha costruito una delle identità sonore più riconoscibili del cinema italiano, collaborando nel tempo con registi come Luigi Scattini e partecipando all’immaginario della commedia all’italiana, del cinema erotico e della sperimentazione audiovisiva europea.
Brani come “Crepuscolo sul mare”, successivamente riscoperto anche attraverso “Ocean’s Twelve”, raccontano invece la capacità della sua musica di attraversare epoche differenti e di continuare a dialogare con il presente. Dentro il Sound Workshop di Roma, restaurato dalla famiglia come spazio ancora vivo e operativo, sopravvive una parte fondamentale della sua eredità: strumenti originali, nastri, appunti e macchine analogiche che raccontano un metodo creativo costruito sull’esplorazione costante.
È qui che “La luce dell’alba” trova la propria identità critica. Nessuna simulazione digitale, nessuna ricostruzione artificiale e nessuna estetica nostalgica costruita per imitazione. Martina lavora sul nastro come materia organica, entra nelle registrazioni e ne altera gli equilibri, lasciando emergere bleed orchestrali, saturazioni, instabilità ritmiche e residui magnetici trasformati in nuove composizioni.
L’approccio a Piero Umiliani appare quasi filologico nella metodologia e radicale nel risultato. La distanza tra restauro e reinterpretazione resta volutamente instabile.
“Dentro la notte, la luce dell’alba” riaffiorano frammenti di “Canoe”, ricontestualizzati fino a perdere la funzione originaria e diventare altro: una nuova struttura costruita sul collasso temporale delle fonti. In “Il senso”, impreziosita dalla voce di Francesco Bianconi, basta una figura ritmica minimale per generare un brano sospeso tra canzone d’autore, library cosmica e psichedelia sintetica. “Samba Sioux” lavora invece sul montaggio tra cavalcata western e pulsazione latina, mostrando quanto l’universo umilianiano continui ancora oggi a suggerire traiettorie contemporanee.
Jolly Mare evita il culto museale e tratta Umiliani come un sistema aperto e vivo. La scelta più interessante riguarda il rapporto fisico con gli strumenti originali come l’ARP 2600 rimasto silenzioso per decenni torna operativo dentro “Foresta nera”, mentre sintetizzatori, organi e nastri conservano imperfezioni, rumori e derive che diventano parte integrante della scrittura.
Il rischio di un progetto simile avrebbe potuto manifestarsi in una semplice estetica rétro da collezionismo audiovisivo, alimentata dalla moda infinita della library music italiana. Eppure “La luce dell’alba” evita quasi sempre la superficie decorativa e entra piuttosto in una riflessione più ampia sulla conservazione della memoria analogica nell’epoca della nostalgia algoritmica.
Gran parte della cultura contemporanea trasforma il passato in texture digitalizzata e simulazione vintage, mentre Jolly Mare sceglie il contatto diretto con il supporto fisico, con il decadimento del nastro e con il peso meccanico delle macchine.
In questo senso, il disco racconta anche una tensione generazionale interna alla musica elettronica italiana contemporanea.
Jolly Mare appartiene infatti a quella linea di artisti che ha cercato di riconnettere club culture, psichedelia mediterranea, colonne sonore e ricerca cosmica senza trasformarle in semplice citazione estetica. Il suo lavoro da turntablist, produttore e collezionista emerge chiaramente nella capacità di leggere Umiliani come organismo ancora mutante.
La presenza dei musicisti coinvolti contribuisce ad ampliare ulteriormente la profondità del progetto. Alberto Bazzoli interviene tra Hammond, Fender Rhodes e sintetizzatori con una sensibilità lontana dal manierismo vintage; Bob Angelini lavora sulla lap steel come elemento atmosferico e Francesco Veglia intreccia chitarre, oud e saz costruendo continui slittamenti geografici.
Resta poi centrale il peso simbolico del Sound Workshop. Pochi studi europei hanno incarnato con altrettanta forza un’idea di produzione musicale totale, sia luogo tecnico e laboratorio sperimentale che archivio culturale. Entrarvi oggi significa inevitabilmente confrontarsi con una mitologia enorme.
Il disco supera il concetto di omaggio e appare quindi come una negoziazione continua tra epoche differenti. Umiliani resta presente come infrastruttura sonora ancora capace di produrre immaginario e Martina agisce dentro quella struttura con rispetto e lucidità critica.