Spaziokamino Ostia

“Roma Illegale”, il docu-film sulla scena rave romana ora in streaming

7 Giugno 2026

Roma Illegale“, documentario DYI del 2021 di Andrea Scarcella, esplora la scena rave romana degli esordi e gli sviluppi che hanno portato alla nascita del movimento dei free party.

C’è stato un tempo non troppo lontano, ma che per molti versi ha del mitologico – i c.d. anni Novanta – in cui diversi protagonisti della scena rave romana si misero all’opera per costruire alternative concrete all’intrattenimento commerciale sperimentando musiche nuove all’insegna di autogestione, libero accesso e senso di comunità.Ce

Ce lo racconta bene Andrea Scarcella, classe 1983, “filmmaker per malattia, media attivista per scelta e vocazione“, nel suo documentario autoprodotto del 2021 “Roma Illegale”.

“Roma Illegale”: una storia di musica, spazi e libertà.

“Roma Illegale” non racconta solo di musica, ma anche e soprattutto di spazi e libertà, o meglio, di spazi liberi e/o liberati in cui una musica già di per sé rivoluzionaria – la Techno – ha giocato un ruolo di grande rilievo.

Il documentario narra di come DJ e produttori pionieristici abbiano importato nuove sonorità robotiche, ripetitive e ipnotiche, in primis dal Nord America e dall’Europa, trasformando Roma in un laboratorio culturale aperto.

Flyer fotocopiati, VHS, manifesti, grafica punk, corpi e suoni che sfuggono alle mappe ufficiali della città: questo e anche molto altro era la Roma dipinta da Scarcella nel suo documentario, ovvero un archivio vivo di musica, autogestione e conflitto.

Analizzando il concetto della riappropriazione degli spazi, “Roma Illegale” esplora l’occupazione di capannoni industriali abbandonati e grandi spazi urbani. In tal modo quei luoghi venivano sottratti alle logiche del profitto commerciale per dare luogo a comunità autogestite e alle “Zone Temporaneamente Autonome” (TAZ).

Andrea Scarcella si focalizza dunque sul concetto di TAZ, sull’idea di riappropriazione del territorio urbano, in particolar modo di quello delle periferie. Questo concetto si è poi evoluto fino alla nascita dei free party, ovvero “feste” libere in primis dalle logiche di profitto.

Il docu-film di Scarcella parla anche della scena dei centri sociali (importanti furono i ruoli svolti per esempio da Spaziokamino, Pitateria, solo per citarne alcuni), mostrando lo stretto legame che si era venuto a creare tra la musica elettronica e i movimenti antagonisti romani dell’epoca, che diedero ai rave una forte connotazione politica e di protesta.

Come ogni movimento, anche quello della scena rave romana ha conosciuto alti e bassi, si è trasformato, si è evoluto, ha conosciuto battute d’arresto, fino ad arrivare a perdere alcune delle sue caratteristiche originarie. E come per ogni movimento, noi “grandi” spesso ci chiediamo se sia ancora vivo: la risposta arriva, puntuale, dalle nuove generazioni, che contro ogni nostro pronostico si rivelano invece fattive, coscienti e impegnate nel portarlo avanti con nuove energie, raccogliendone l’eredità.

“Roma Illegale” ovvero quando la Capitale era un laboratorio aperto di sperimentazione culturale

Una cosa è certa: negli anni Novanta, partendo dai primi eventi semi-legali organizzati nei grandi spazi urbani fino a giungere alle esperienze dei centri sociali, Roma ha vissuto un periodo di grande fermento e trasformazione, divenendo dunque un laboratorio aperto di sperimentazione culturale.

Ed è qui che entra in campo Scarcella con il suo “Roma Illegale”, attraversando questa traiettoria, tra crescita e trasformazione, conflitti e contraddizioni, fino alla nascita dei free party illegali e al tentativo di sottrarsi alle logiche del profitto.

Lory D e il suono di Roma

This is the sound of Rome, campionava Lory D in uno dei brani destinati a definire un’intera generazione. E quel suono era effettivamente Roma.

“The sound of Rome”, con le sue tracce dall’estetica cyber e artificiale che correvano veloci (dai 150 bpm in su), è figlio delle borgate e dei quartieri dormitorio, e “non aveva nulla a che vedere con la House solare ed edonista che andava per la maggiore lungo la Riviera Romagnola, o con la Techno futurista e robotica di Detroit” [fonte: Rivista Studio].

Chi ballava al suono di quella musica lo faceva per ore, instancabilmente, magari con l’aiuto di alcool e sostanze, ma lo faceva soprattutto “in risposta e reazione alla stagnazione sociale e agli strascichi dell’epidemia di eroina che aveva caratterizzato gli anni Ottanta” [fonte: Rivista Studio], per sfuggire a un presente spesso non semplice e fatto di alienazione, o anche alle logiche e ai modi dei locali/club della c.d. Roma bene.

La dimensione politica dei rave e la ridefinizione del rapporto tra giovani e tessuto urbano

Quando oggi si parla di “rave”, il concetto che viene in mente per subitanea associazione è quello di “semplice festa illegale”.

Ma nei primi anni Novanta non era così: il fenomeno era molto più complesso e aveva una dimensione profondamente politica, anche quando non dichiaratamente ideologica.

Occupare degli spazi come capannoni industriali abbandonati in cui montare dei muri di casse per pompare musica ad alto volume, costruire comunità temporanee (le c.d. TAZ) al di fuori dai circuiti commerciali, creare spazi di aggregazione autonomi: tutto ciò significava ridefinire il rapporto tra le giovani generazioni di allora e la città.

Lory D, Leo Anibaldi, i fratelli D’Arcangelo, Max Durante, Mauro Tannino, Paolo Zerla/Zerletti e Anna Bolena sono solo alcuni dei personaggi che contribuirono a costruire una grammatica sonora che ancora oggi viene studiata e celebrata dagli appassionati dell’elettronica più radicale.

I sunnominati protagonisti (e non solo) sono stati tra i responsabili di “un fare musica inedito” (SOUNDS NEVER SEEN, appunto, come il nome della storica etichetta discografica e dell’omonimo album di Lory D), definendo un immaginario fatto di cose mai viste e mai sentite prima, “di natura acida, scura, metallica, nervosa, sperimentale“.

Tra i testimoni di “Roma Illegale”, oltre ai sopra-citati, figurano anche Er Duka, Francesco Macarone Palmieri, Gianluca e Valerio MinimalRome, l’antropologo Massimo Canevacci, Tinka e Kriminal dei Kernelpanik.

La scena rave romana degli anni Novanta, nata tra il cemento del Laurentino 38, le architetture brutali di Corviale, i quartieri dormitorio costruiti per contenere persone più che comunità, è stata unica nel suo genere in quanto capace di anticipare linguaggi che sarebbero diventati influenti ben oltre i confini italiani.

È in questo contesto che prese forma e si sviluppò un suono unico, diverso da qualsiasi altra cosa stesse accadendo nello stesso momento in Europa.

Il ruolo cardine di alcune radio…

Negli anni Novanta la cultura rave in Italia era strettamente legata a specifiche trasmissioni radiofoniche che fungevano da megafono e punto di riferimento per la scena underground. I programmi più noti che promuovevano “le feste” erano, per esempio: 

  • Hard Raptus su Radio Onda Rossa (Roma): una vera e propria istituzione della scena romana. Questa trasmissione non solo dava spazio alle sonorità elettroniche, dunque a musica Techno e Hardcore, ma forniva in codice le indicazioni geografiche per raggiungere “le feste” nei capannoni o nei centri sociali della capitale. 
  • Virus su Radio Centro Suono (Roma): condotto da Freddy K, partiva dalle 20:00 e arrivava fino a notte fonda, trasformandosi poi in un collettivo e in un punto vendita di riferimento per il vinile techno. Era fondamentale per sdoganare la musica underground e promuovere i party kamikaze. 
  • Centro Suono Rave su Radio Centro Suono (Roma): una costola delle programmazioni underground della capitale in cui speaker e dj storici come Luca Cucchetti proponevano i brani più estremi dell’epoca, pubblicizzando i raduni clandestini. 
  • Altre emittenti libere (dette “radio pirata”): sebbene le radio commerciali del calibro di Radio Deejay (con Albertino) e Radio 105 (con Ressi e Molella) abbiano contribuito a sdoganare la Dance commerciale e la Techno/House nelle discoteche mainstream, gli organizzatori dei rave delle origini gravitavano attorno a radio di movimento, con emittenti locali come Radio Città Aperta o Radio Onda d’Urto

… e quello dei negozi di dischi.

All’epoca, poi, i negozi di dischi erano dei veri e propri punti di ritrovo e di “raccolta” ove lo scambio e/o la selezione di vinili erano solo la punta dell’iceberg.

I negozi di dischi erano autentici hub culturali e luoghi di aggregazione.

Prima dell’era digitale, queste “botteghe” offrivano agli appassionati la possibilità di ascoltare anteprime, scambiare rarità, scoprire artisti, diventando veri e propri centri di formazione per intere generazioni di amanti della musica: in pratica, erano i luoghi in cui si formavano le scene underground e si organizzavano feste, eventi, concerti.

“Roma Illegale” racconta un momento unico della cultura alternativa italiana

Ho visto “Roma Illegale” in un paio di occasioni: la prima volta da sola, a casa, prima di intervistare Andrea Scarcella in radio; la seconda durante una delle tante proiezioni che ne sono state fatte in contesti pubblici underground.

“Roma Illegale” mi ha entusiasmato e penso sia un lavoro fatto veramente bene, per cui ne consiglio vivamente la visione se si vuole capire la scena rave dalle origini e il perché le cose siano andate in un certo modo.

Oggi tutto ciò che ha significato e rappresentato la scena rave romana anni Novanta riemerge grazie a “Roma Illegale”, disponibile in streaming su OpenDDB, ove in un’ora e 20 minuti Scarcella non racconta semplicemente una scena musicale, ma la nascita di una controcultura che ha trovato nella Techno il proprio strumento di sopravvivenza urbana.

“Roma Illegale” non solo presenta, ma analizza in maniera esaustiva un momento in cui il rave non era ancora solo un’etichetta mediatica, ma un campo di sperimentazione musicale, sociale e politica.

Tra testimonianze, materiali originali e memoria di chi c’era, il documentario restituisce una Roma attraversata da bassi, volantini, occupazioni, fughe e desiderio di comunità.

Ecco perché “Roma Illegale” è un documento non solo prezioso, ma fondamentale per chiunque voglia capire cosa sia stata e cosa abbia significato l’esplosione della cultura rave a Roma negli anni Novanta, consapevoli che in quell’epoca comunione e condivisione di esperienze tra i membri della comunità dei ravers venivano sublimate tramite la musica Techno in un moto di aggregazione totalizzante.

Andrea Scarcella, durante le varie interviste (come quella rilasciata a Radio Città Aperta – potete ascoltare il podcast QUI), e durante le numerosissime proiezioni di “Roma Illegale” all’interno del circuito underground (tra cui la prima al Forte Prenestino), ha approfondito diversi aspetti coinvolti e affrontati nel documentario.

L’idea di “Roma Illegale” si può dire sia nata il giorno della prima festa a cui prese parte Andrea Scarcella: correva l’anno 2000, e stiamo parlando del World Pride che si tenne al Circo Massimo col sound del Forte Prenestino che rimase a fare musica fino al mattino.

In quell’occasione in tanti si erano recati al Circo Massimo per prendere info sulla festa, che poi però si tenne direttamente sul posto.

Ovviamente di feste ne erano state già organizzate tante in precedenza, e Andrea ne aveva sentito parlare da amici che ci erano già stati. In quel periodo aveva all’incirca 16 anni e come tanti ragazzi della sua età stava cercando il suo posto nel substrato underground della città, che da sempre lo aveva attratto.

Per Andrea Scarcella, come per tanti altri, la Techno “era la musica coatta dei fasci“, ma poi scoprire che invece essa aveva a che fare con i compagni o comunque con la scena antagonista romana hanno fatto sì che egli decidesse di diventare un “frequentatore di feste” perché in un certo senso si sentiva parte di quell’universo. E da lì, siccome aveva un’altra grande passione, che è quella per il videomaking (che poi è diventata anche il suo lavoro), col passare degli anni ha cominciato a girare video alle feste e ad archiviare materiale, fino a ritrovarsene , col passare degli anni, a bizzeffe.

In “Roma Illegale” la storicizzazione come strumento politico

Ecco che a quel punto Andrea Scarcella ha pensato di dare un senso a tutto quel materiale video: dopo 21 anni dalla sua prima festa (“Roma Illegale” è uscito infatti ne 2021), c’è stato un passaggio per cui tutto era pronto per fare una storicizzazione, con la consapevolezza che l’esperienza romana non è stata semplice intrattenimento musicale, ma ha dato luogo a una controcultura con una fortissima connotazione antagonista e politica, legata a filo doppio con la rete dei centri sociali occupati autogestiti presenti sul territorio.

Roma, una detonazione che ha coinvolto tutto e tutti

Per Andrea Scarcella Roma ha avuto all’epoca una vita a sé , è stata da un lato isolata ma anche faro per tutti coloro che le hanno orbitato intorno.

Roma è un posto particolare, con le sue contraddizioni che poi alla fine sono uscite fuori e si sono espresse anche con il movimento rave: in definitiva, è stata una detonazione che ha coinvolto tutto e tutti , è stata un ponte tra generazioni ma anche tra classi sociali.

A Roma è nata una fetta importante della Techno mondiale

A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, e negli anni a seguire, Roma fu importantissima dal punto di vista musicale, perché lì nacque e si sviluppò una fetta importante della Techno mondiale (lo dice Anna Bolena nel documentario).

Tutta l’esperienza del suono di Roma, con Lory D, Anibaldi, Benedetti, Passarani, ecc., ha delineato e connotato la Techno romana come parte della Techno mondiale, quindi Roma ha avuto importanza sotto questo aspetto creativo e artistico che ovviamente non poteva non esprimersi anche sul dancefloor.

Quindi ci fu una prima stagione a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, con rave semi-legali o comunque commerciali (non ancora illegali come poi sono divenuti e come li conosciamo noi), che erano frequentati in maniera trasversale da diverse tipologie di persone.

Fatto sta che questa esperienza andò poi scemando lentamente, ma intatta restò la passione per la musica, così come restarono i talenti, mentre nuove persone cominciarono ad affacciarsi su questo panorama musicale decidendo di mettersi in gioco e di dare il loro contributo.

Una parte importante di tali contributi venne dunque incanalata verso il movimento dei rave illegali, e le feste cominciarono ad essere seguite, frequentate e organizzate da una frangia di frequentatori di alcuni spazi occupati della città con una forte connotazione politica, e da tutto questo venne fuori quella stagione meravigliosa che noi tutti conosciamo, che Andrea Scarcella magari non ha conosciuto in prima persona, ma che comunque ha avuto voglia di conoscere anche per capire da dove veniva, e per comprendere quelle che sono state le radici del movimento dei rave.

La Street Parade di Ostia: quando tutto era possibile

Francesco Palmieri, tra i protagonisti intervistati in “Roma Illegale”, riferendosi alla Street Parade di Ostia del 1996 ha sottolineato come in quell’occasione, nel nome della musica, si era riusciti ad unire giovani di vario tipo ed estrazione sociale, per cui quell’evento è da considerarsi a tutti gli effetti come “un grande esperimento sociale di empatia“.

Inoltre, per stessa ammissione di Andrea Scarcella, è stato proprio il libro di Palmieri, “Free party. Technoanomia per delinquenza giovanile”, ad aiutarlo nei momenti più critici a delineare la struttura di “Roma Illegale”.

“Roma Illegale”: un documentario destinato a tutti, ma anche un regalo per i raver

Per Andrea Scarcella “Roma Illegale” non solo è un documentario destinato a tutti, trasversale, per addetti e non addetti ai lavori, giovani e meno giovani, ecc., ma vuole essere anche e soprattutto un regalo ai raver, per raccontare loro la storia di cosa è successo in passato, per imparare a scoprire e conoscere le radici del movimento, per aprire spunti di riflessione, per fornire delle linee guida per il futuro.

Il movimento è morto?

Dal 2017 al 2021 (anno in cui è uscito “Roma Illegale”), dopo 5 anni di riprese, dopo Valentano, dopo il Covid, dopo tutta la copertura mediatica becera del fenomeno rave che ne era stata fatta, per Andrea Scarcella il movimento non può essere morto, perché per fortuna le nuove generazioni sono fatte di ragazzi in gamba, che ci mettono testa e cuore nelle cose che fanno, oltre che tanta consapevolezza. Per cui le prospettive non possono che essere buone, tenuto conto che il rave è uno strumento potente.

La Pompa Inaudita

Questo video costituisce uno dei momenti apicali e indimenticabili della TV italiana: correva l’anno 1993 e Giuliano Ferrara aveva come ospiti in studio del suo programma “L’Istruttoria”, allora co-condotto con Joe Squillo, due giovanissimi e freschi DJ ventenni, Lory D e Leo Anibaldi, colonne portanti del Sound of Rome, per parlare della “pompa inaudita”.

Era un periodo rivoluzionario e di rottura totale, tra Acid House ed Hoover Techno (detta così per l’iconico suono di sintetizzatore somigliante al ronzio di un aspirapolvere – in lingua inglese, hoover, che pare sia stato creato e reso famoso da Luca Pretolesi in arte Digital Boy e successivamente utilizzato da numerosi artisti, come per esempio Joey Beltram nel celebre brano techno “Mentasm”).

Erano gli anni di “Who is Elvis” e “James Brown is Dead” per intenderci, dei primi rave, dei megamix su Deejay e Rete 105 imbevuti di “zanzarismo”. Un’epoca irripetibile, nel bene e nel male: con la porta sbattuta sugli anni Ottanta in tutte le loro forme e l’inizio in pompa magna (o meglio, inaudita) dei veri Novanta.

Il video, oltre che un cult, è a dir poco esilarante, con Lory D e Leo Anibaldi intenti a spiegare «il punto massimo di esplicitazione di un certo modo di concepire la House Music (…) contro le regole di buona creanza».

Durante l’intervista Lory D spiegò, dunque, la teoria della “Pompa Inaudita”, riferendosi alla potenza devastante delle frequenze basse e alla cassa dritta che caratterizzavano il loro genere musicale: la Techno.

Mentre Lory D parlava e lanciava i suoi slogan (“Evviva il basso, evviva la pompa”), Leo Anibaldi si trovava “ai comandi” per manipolare i suoni in diretta, con Ferrara che alla fine, infastidito, ha detto: «Basta! Basta! Basta! Per carità». Lo stacco tra l’algido studio televisivo, le domande di Ferrara e l’attitudine direi Hardcore dei due DJ producer ha reso questo filmato un pezzo di storia della cultura underground italiana.

Skatèna

Sonic reducer, ain't no loser
[Dead Boys, 1977]

Sónar
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