Dal Nordafrica a Torino, il decennale peregrinare di Munir Nadir è la geografia interiore di un musicista senza confini. Ce ne parla su Parkett.
L’intreccio delle origini, la polifonia delle culture: in questa intervista Munir Nadir, DJ torinese con anima nordafricana, ci racconta cosa sia da sempre la musica per lui. Un idioma universale capace di risignificare lo spaesamento, di cucire gli strappi per trasformare il disorientamento in architettura ritmica.
Il suo non è un semplice “incontro” con il suono, ma piuttosto una filiazione ancestrale: il ritmo come bagaglio invisibile, le percussioni tradizionali della sua terra, il Marocco, (timbales, congas, djembe) come alfabeto primario, appreso prima ancora che la parola italiana trovasse dimora. Trasferitosi a dieci anni dalla terra d’origine, Munir ha fatto della contaminazione il proprio manifesto inconscio: non rinnegamento, ma stratificazione. Ogni battuta in 4/4, ogni tessitura elettronica che oggi plasma dietro la console porta il marchio indelebile delle poliritmie africane e del DNA nordafricano, fuse con l’estetica club europea.
In questa intervista il producer e DJ, membro storico del collettivo Outcast, fondatore dell’etichetta personale Odd One Tape, restituisce il senso di un percorso in cui l’ibridazione non è mai artificio stilistico, ma cifra esistenziale. La sua carriera è infatti la dimostrazione che le culture non si sommano: si fondono, si rincorrono, e infine trovano nel groove una nuova, inaspettata, casa.
Partiamo dagli albori: sei arrivato in Italia a soli 10 anni con la tua famiglia, ma il ritmo e la musica ti hanno sempre appartenuto anche quando non vivevi in Italia? O è stata un rifugio di un bimbo proiettato in una cultura nuova e piuttosto diversa dalla sua?
La musica è un linguaggio che mi appartiene da sempre, una curiosità innata che prescinde dall’età o dal luogo in cui mi trovo. Credo che il ritmo sia un bagaglio invisibile che ci portiamo dietro ovunque . Certamente, arrivando in Italia a dieci anni, la musica è diventata anche un punto di sfogo fondamentale: in una fase di cambiamento così profondo, è stata lo strumento che mi ha permesso di canalizzare le emozioni e di orientarmi in una cultura nuova. Più che un semplice rifugio, è stata il mio modo di comunicare quando le parole non bastavano ancora, trasformandosi in quel filo conduttore che ha unito il mio passato al mio presente.
A soli 13 anni ti avvicini a timbales, congas e djembe, esplorando le percussioni. Questo approccio “organico” al ritmo è molto legato alle tradizioni africane e nordafricane: in qualche modo oggi lo senti tuo ancora oggi?
Se guardo alla produzione musicale attuale e alla sua evoluzione tecnologica, quel set di strumenti può sembrare lontano, ma la realtà è che non l’ho mai abbandonato del tutto. Anche se oggi il mio suono si è evoluto verso forme diverse, quell’approccio organico vive ancora dentro la mia ritmica. Il modo in cui incastro i tempi e la sensibilità che metto nella costruzione del beat derivano direttamente da quegli anni passati a studiare le percussioni. Le tradizioni africane e nordafricane mi hanno lasciato un’impronta indelebile: oggi non uso necessariamente quegli strumenti fisici, ma sento che la loro struttura e la loro energia pulsano ancora in tutto ciò che creo.
A 16 anni passi alla consolle. Cosa ti mancava delle percussioni che hai trovato nel DJing? E cosa, invece, delle percussioni hai portato con te nella musica elettronica?
Più che una mancanza, è stata un’evoluzione naturale: sentivo semplicemente che il mio percorso dovesse prendere quella direzione. Nel DJing ho trovato una libertà espressiva nuova, ma la ritmica è l’elemento che non ho mai abbandonato. È il DNA che ho trasferito dalle percussioni alla musica elettronica: oggi non suono più un tamburo, ma è quella stessa sensibilità ritmica a guidare ogni mia scelta dietro la console.
Oggi la tua città è Torino, dove nell’ultimo decennio hai inciso il tuo percorso artistico come DJ e producer internazionale, membro storico del collettivo Outcast. Raccontaci com’è nato l’incontro tra te e il resto del gruppo, circa 13 anni fa.
in realtà il nostro legame è ancora più profondo: abbiamo iniziato ben prima di 13 anni fa con un collettivo chiamato Make It. Successivamente è nato il progetto Outcast, che inizialmente vedeva coinvolti solo me, Salvatore Ficara, Alex Dima e Michele Leoni. Da quel nucleo originale, con il passare degli anni, la ‘ciurma’ si è allargata accogliendo gradualmente tutti gli altri membri che oggi rendono il gruppo quello che è.
Cosa stai ascoltando ultimamente? Quali sono i produttori o i generi che ti influenzano di più o a cui ti senti più vicino ultimamente?
Il mio ascolto è molto trasversale: spazio senza barriere dai dischi degli anni ’90 alle produzioni più attuali. Che si tratti di house, electro, techno o progressive, cerco di non pormi limiti di genere. La mia ricerca è costante e cerco di trarre ispirazione da chiunque sappia comunicare qualcosa di autentico; credo che la capacità di contaminarsi con suoni diversi sia la chiave per evolversi continuamente.

Ti va di raccontarci un momento che per la tua carriera è stato cruciale, magari il momento in cui hai deciso che tu saresti stato un DJ e produttore professionista?
Il vero spartiacque è stato senza dubbio il mio trasferimento a Torino. È stato il momento in cui ho deciso di rischiare e puntare tutto sulla mia visione, consapevole che una realtà così dinamica mi avrebbe offerto le opportunità necessarie per emergere. Quella scelta, dettata dalla voglia di confrontarmi con un panorama artistico più ampio, mi ha dato la forza e la spinta decisiva per trasformare la mia passione in una carriera professionale a tutti gli effetti.
E, a proposito di visioni, la tua scelta di avere un’etichetta che rilascia solo tue produzioni (Odd one tape) è una direzione artistica molto precisa. Da dove arriva questa necessità?
La scelta di Odd One Tape nasce da un’esigenza di pura autenticità: sentivo il bisogno di uno spazio che fosse l’espressione più fedele e diretta della mia visione. È il modo più efficace e onesto per rappresentare chi sono oggi, senza compromessi, permettendomi di far arrivare al pubblico il mio suono nel modo più vero possibile.
Conoscendoti un po’ e conoscendo la tua passione per la musica, direi che anche se non fossi venuto in Italia a 10 anni, oggi saresti comunque un DJ o, in ogni caso, riusciresti a inglobare la musica nella tua vita. Tu che ne pensi?
È difficile dirlo con certezza, ma sono consapevole che il panorama europeo offra un’apertura e un’accoglienza artistica uniche. Senza dubbio avrei cercato una strada per esprimermi ovunque mi fossi trovato, perché la musica è una necessità, ma sono convinto che senza le opportunità di questo contesto sarebbe stato un percorso molto più complesso e difficile da intraprendere a certi livelli.
