Intervista a OsiX: fuori il nuovo singolo “Oppression”

4 Agosto 2026

Lo scorso 17 luglio OsiX, il nuovo progetto electro-pop di Francesco Pierguidi, ha pubblicato per Honiro Label un nuovo singolo, “Oppression”.

OsiX è il nuovo progetto electro-pop di Francesco Pierguidi, produttore, mixing & mastering engineer e figura di riferimento della scena elettronica underground italiana.

Attivo fin dai primi anni Duemila, OsiX ha collaborato con pionieri della Techno come Lory D e Leo Anibaldi, ed è il fondatore di LNPS Studio e dell’etichetta Remodel, realtà ben conosciute nell’ambiente della musica elettronica.

Venerdì 17 luglio è uscito per Honiro Label il nuovo singolo di OsiX, “Oppression”, che potete ascoltare QUI.

La cover di “Oppression”, il nuovo singolo di OsiX uscito venerdì 17 luglio per Honiro Label.

Il singolo “Oppression” di OsiX fonde Alternative Pop, Dark Electro e sonorità analogiche e modulari in un brano intenso e cinematografico che riflette sulle tensioni della società contemporanea. Il risultato è un crossover tra ricerca sonora ed emotività, costruito attorno a synth analogici, sound design immersivo, voci manipolate e ritmiche incisive.

Ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con OsiX, Qui di seguito la mia intervista: buona lettura!

Ciao Francesco, piacere Karol: benvenuto su Parkett! Sono veramente entusiasta per questa intervista! Perché hai scelto “OsiX” come il nome d’arte? Cosa significa e/o rappresenta?

Ciao Karol, il piacere è mio e grazie a te per questa opportunità! OsiX è uno pseudonimo che avevo sempre desiderato utilizzare. Già ai tempi della mia collaborazione con Leo Anibaldi nel progetto Cannibald, con cui ho firmato due vinili, pensavo di chiamarmi così. Alla fine, però, fu lui a convincermi a usare il mio nome e cognome. Essendo Osix un progetto parallelo, ho deciso di rispolverare tale nome. 0siX richiama lo “06”, il prefisso telefonico di Roma, la città in cui sono nato.

Parlami dei tuoi trascorsi musicali: con quali generi sei cresciuto? Quali i tuoi artisti/gruppi preferiti?

I miei primi amori musicali sono stati piuttosto insoliti rispetto a quello che faccio oggi. Da bambino ero innamorato della musica di Lucio Battisti e Franco Battiato, e lo sono ancora. Poi, all’inizio degli anni Novanta, ricordo mio fratello che ascoltava una radio romana, Centro Suono Rave, dove passavano i primi brani Techno e tanta musica sperimentale. Ne rimasi completamente folgorato e da quel momento ho iniziato a chiedermi cosa ci fosse dietro quei suoni e come venissero creati.

Tra gli artisti che mi hanno formato ci sono sicuramente Autechre, Aphex Twin, The Chemical Brothers, The Prodigy e i Daft Punk, ma anche i Depeche Mode. Quando poi mi sono avvicinato maggiormente alla Techno e al linguaggio del 4/4, sono stati fondamentali nomi come Emmanuel Top e tutta la scena di Underground Resistance, con pionieri come Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson. Allo stesso tempo gli stessi Leo Anibaldi e Lory D hanno scritto una pagina importantissima in quegli anni.

Sei una figura di riferimento della scena elettronica underground romana e in passato, fin dai primi anni Duemila, sei stato attivo nel mondo dei rave: in che senso? Immagino tu abbia avuto modo di suonare a qualche evento dell’epoca…

Forse “figura di riferimento” è un po’ esagerato, ma sicuramente ho vissuto quella scena da molto vicino. Ho iniziato a frequentare i rave prima ancora dell’avvento della Fintek e di tutta la scena Tribe, non avevo nemmeno diciotto anni. Successivamente ho avuto modo di suonare un paio di volte proprio alle serate Fintek e, con il tempo, insieme ad alcuni amici abbiamo fondato la crew Dynamo. Uno di loro, Matteo Plazzi, aveva il padre proprietario di un grande studio di registrazione e di un importante impianto audio utilizzato nei tour di molti artisti. Quando lo studio chiuse, recuperammo parte di quell’impianto, lo ampliammo costruendo e acquistando nuove casse e iniziammo a organizzare i nostri eventi. Nel giro di tre anni abbiamo realizzato davvero tantissime feste. In quel periodo la scena era fortemente orientata verso la Tribe Tekno, mentre io ero tra i pochi a proporre soprattutto la Techno dei primi e della metà degli anni Novanta, quella che sentivo più vicina al mio modo di intendere questo genere.

C’è anche una curiosità a cui sono molto legato: una parte di quell’impianto
esiste ancora oggi. Non è più funzionante, ma è stata utilizzata come elemento scenografico per il concerto di Travis Scott a Roma. È bello pensare che un pezzo di quella storia continui a vivere, anche se in una forma diversa.

Cosa ti ha attirato dell’universo rave? Cosa ha rappresentato per te? E cosa ne pensi dell’attuale scena?

Sicuramente il senso di distacco rispetto alle altre scene di club dell’epoca mi affascinava molto. Il rave rappresentava qualcosa di diverso per me. Non era solo musica, ma un vero spazio di libertà incondizionata e condivisione. Suonare lì significava accompagnare un rituale collettivo, dove non c’erano specchi, giudizi o ruoli da interpretare, ma solo il momento presente vissuto al massimo. Era un’esperienza amplificata dalla musica, dall’ambiente e dalle persone che ne facevano parte.

Della scena rave attuale non posso dire molto, perché non la seguo da anni e non ho più un rapporto diretto con quel mondo.

Tra le tue collaborazioni, spiccano nomi tra i pionieri della Techno italiana come Lory D e Leo Anibaldi: ci racconti com’è andata?

Con Leo ci siamo incontrati in un locale a Roma mentre stava suonando. Ci siamo trovati subito in sintonia e gli chiesi una mail a cui poter mandare alcuni miei lavori. In quel periodo lui stava creando la sua etichetta, la Cannibald Records, e dopo aver ascoltato i miei brani un giorno mi chiamò dicendomi: “Fra, se vuoi posso mettere dentro la roba che fai, perché per me funziona”.

Con Lory, invece, ci siamo incontrati qualche anno dopo, quando ero fermo con la mia etichetta Trivmvirate Records. Gli chiesi di realizzare un remix di un mio brano e lui accettò, lavorandoci insieme a Giorgio Gigli. Quel disco è stato l’ultimo vinile pubblicato da Trivmvirate, poi ho deciso di chiudere l’etichetta… ma l’ho fatto nel modo migliore possibile.

In un’epoca orientata sempre più al digitale, in cui rapidità e snellezza costituiscono valori centrali e ove è essenziale ripensare processi e strumenti in chiave innovativa, tu, oltre ad essere un producer, hai scelto il culto del vinile, hai fondato l’etichetta Trivmvirate da te menzionata poc’anzi e oggi dirigi Remodel, label dedicata esclusivamente a pubblicazioni in formato vinile. Perché tale scelta, per niente semplice oltre che coraggiosa?

È una scelta che può sembrare controtendenza, ma che in realtà risponde a un bisogno profondo. Oggi viviamo in un’epoca dominata dall’algoritmo, dove la musica è diventata un flusso continuo, rapidissimo e quasi liquido. La soglia dell’attenzione si è abbassata drasticamente: si passa da una traccia all’altra in pochi secondi, spesso senza avere il tempo di entrare davvero dentro un progetto. Il vinile interrompe questo automatismo. Chi sceglie di acquistare un disco oggi compie un vero atto di resistenza culturale: decide di dedicare tempo alla musica, di ascoltarla, toccarla e viverla in modo più consapevole. Arrivare ad acquistare un formato fisico significa aver creato un legame con quel lavoro, avergli riconosciuto un valore che va oltre il semplice consumo veloce. Non sei più un utente distratto, ma diventi un ascoltatore partecipe.

Con Remodel, che non porto avanti da solo ma insieme a Maurizio Cascella e Giorgio Gigli, abbiamo un’idea molto precisa: alcuni generi musicali, alcune forme di espressione più ricercate, sotterranee e di nicchia, hanno bisogno del loro habitat naturale. E per noi quell’habitat è il vinile. Non è solo nostalgia, ma la consapevolezza che certa musica non nasce per essere consumata e dimenticata nello spazio di una storia sui social. È musica che pretende tempo, attenzione e un supporto capace di conservarne il valore nel tempo, nelle mani di chi sceglie di acquistarla.

Parallelamente all’attività artistica, sei anche un affermato mixing & mastering engineer fondatore di LNPS Studio a Roma, uno studio di registrazione diventato un punto di riferimento per le scene Elettronica, Pop e Rap, sia italiane che internazionali: cosa ci puoi raccontare a tal proposito?

LNPS Studio è nato in modo molto naturale. Sono partito dalla mia passione per il suono e, passo dopo passo, sono riuscito a trasformarla nella mia professione. Nel tempo lo studio è cresciuto fino a diventare uno spazio capace di accogliere artisti e progetti molto diversi tra loro.

Abbiamo lavorato nella scena Pop e Urban con artisti come Carl Brave, Franco126 e Ketama, e continuo ancora oggi a seguire personalmente diversi progetti, tra cui quello di Chicoria.

Allo stesso tempo collaboriamo con artisti emergenti e realtà più indipendenti, come ad esempio Morris Gola, che rappresentano una parte importante del nostro lavoro.

Parallelamente portiamo avanti un’attività molto forte anche nel mondo della musica elettronica, collaborando con numerose etichette italiane e internazionali, da realtà più underground fino a progetti più strutturati e commerciali.

In questo percorso sono affiancato dal mio socio Daniele Vantaggio, founder di Ogami Music.

Questa trasversalità è sicuramente uno dei nostri punti di forza.

Oggi la mia attività si divide tra lo studio e la formazione: insegno Mixing e Mastering alla Sonus Factory, un’accademia di Roma. Per me è un modo per condividere esperienza e metodo di lavoro, trasmettendo un approccio tecnico concreto a chi vuole intraprendere questo percorso.

Quando produci, di quali strumentazioni ti servi?

Come quasi tutti oggi, lavoro principalmente con una DAW. Alterno Ableton Live e Cubase, utilizzando molti plugin digitali che affianco alla mia strumentazione analogica.

Nel mio setup ho diverse macchine a cui sono molto legato, come Roland TB-303, TR-606, Juno-106 e MC-202, oltre ad alcuni synth Arturia.

Utilizzo molto anche un Access Virus B, soprattutto per creare texture e atmosfere, mentre il mio rack preferito è sicuramente l’E-mu Morpheus: ha
dei pad e delle texture incredibili, ancora oggi riesce a sorprendermi.

Ho anche due Moog, un Mother-32 e un DFAM, oltre a due sistemi modulari che ho utilizzato anche per alcune linee di “Oppression”.

Negli ultimi tempi mi sono avvicinato anche ai synth Behringer e devo dire che me ne sono innamorato. Ad esempio, la linea lead di “Oppression”
è stata realizzata proprio con il clone Behringer del Pro-One.

Il progetto OsiX, in cui hai unito il tuo profondo background nella Techno analogica e modulare a un’estetica Alternative Pop dal carattere deciso e contemporaneo, ha debuttato lo scorso venerdì 17 luglio 2026 con la traccia “Oppression”, un titolo che è tutto un programma: come la definiresti dal punto di vista stilistico? A chi ti rivolgi e cosa vuoi comunicare a chi ti ascolta?

Dal punto di vista stilistico, “Oppression”, l’ultimo singolo partorito dal progetto OsiX, è un brano Electro che nasce originariamente nel 2019 come traccia strumentale. In quel periodo avevo l’idea di unire la musica a una componente di arte visiva, la mia ex compagna realizzava dei quadri astratti molto belli e volevo creare un progetto che unisse queste due dimensioni, pensando anche alla possibilità di dare una forma fisica al lavoro attraverso le tele. Poi, però, quel progetto è rimasto fermo lì.

Successivamente è arrivato il periodo del Covid e, in quel momento di forte blocco e isolamento, ho sentito il bisogno di sperimentare e provare ad aggiungere una voce al brano.

Il testo di “Oppression” di OsiX è stato scritto da Andrea Stopponi e Matteo Gravante, che è anche la voce del pezzo.

Era un periodo in cui il tema dell’oppressione era inevitabilmente legato a ciò che stavamo vivendo, ma a distanza di sei anni mi sono reso conto che quella tensione e quei concetti sono rimasti incredibilmente attuali. Ho pensato quindi che fosse il momento giusto per recuperare quel progetto dal cassetto e dargli finalmente una nuova vita.

In questo percorso ho trovato subito il supporto di Honiro Label, che ha creduto nel brano e mi ha detto: “Ok, proviamoci”.

Quello che voglio comunicare è proprio questo, raccontare una sensazione comune a molte persone, quella di vivere pressioni, limiti e complessità nella società di oggi.

Dal punto di vista sonoro, “Oppression” di OsiX unisce il mio background elettronico a una forma canzone dal carattere scuro e deciso, dimostrando che alcune emozioni e alcuni messaggi riescono a superare il tempo e a mantenere la propria forza anche a distanza di anni.

Cosa provi quando suoni davanti a un pubblico che va al ritmo con la tua musica e dunque con i battiti del tuo cuore? Tra gli eventi musicali a cui hai preso parte come DJ durante la tua carriera artistica, ce ne è qualcuno in particolare che ti è rimasto impresso?

Più che una questione di battiti del cuore, quando suoni e vedi che il pubblico risponde bene, la sensazione è quella di aver trovato il punto giusto: capisci che la selezione sta funzionando e che quello che stai proponendo arriva alle persone. È una scarica di adrenalina molto concreta, legata direttamente al momento che stai vivendo.

Se devo pensare a un evento che mi è rimasto particolarmente impresso, non vado a cercare qualcosa di patinato, ma un episodio di quando ero più giovane. Avevo 24 o 25 anni, forse qualcosa in più, non ricordo esattamente. Organizzammo un rave in alcuni campi da calcetto abbandonati e ricordo di aver fatto un set di tre ore con una risposta incredibile da parte del pubblico: c’erano circa 3.000 persone che ballavano in un’atmosfera di totale libertà e coinvolgimento. Quell’energia così cruda, spontanea e diretta è difficile da dimenticare e rimane ancora oggi
una delle esperienze che mi hanno emozionato di più.

Qual è la tua visione relativamente alla scena elettronica attuale, alle tendenze in atto e alla musica c.d. “da rave” nel suo complesso?

Ho una visione duplice di quello che sta succedendo oggi. Da un lato, la scena dei mega festival “Techno” (lo metto tra virgolette perché spesso il termine viene utilizzato in modo molto ampio) non mi rappresenta particolarmente. A volte ho la sensazione che si sia trasformata in qualcosa di molto più legato all’apparenza, ai social e alle dinamiche del momento, più che alla ricerca musicale e alla qualità del suono. Dall’altro lato, però, esiste ancora una scena underground, più vicina alle radici e allo spirito originario di questo genere, che fortunatamente continua a essere viva. È proprio lì che si concentra il mio interesse: nei circuiti più piccoli si trovano ancora ricerca sonora, sperimentazione e quella libertà creativa che per me è alla base della musica elettronica. È uno spazio sicuramente più ristretto, ma è anche quello che continua ad affascinarmi di più e che sento più vicino al mio modo di vivere la musica.

Come ti immagini nel prossimo futuro? Pensi avrai ancora a che fare con la tua passione per la musica o hai in serbo anche altri progetti?

Nel mio futuro c’è sicuramente la musica, e i progetti in cantiere sono davvero tanti. Il percorso di OsiX non si fermerà certo a questo primo singolo. Ho già pronti altri tre brani, due dei quali hanno già una parte vocale e sono nella fase finale di mix e mastering. Inoltre sto lavorando a nuove produzioni, dove continuerò a cercare voci da affiancare al suono delle macchine. Parallelamente, il lavoro con Remodel prosegue il suo percorso e sto per lanciare una nuova etichetta. Questa nuova label sarà dedicata ad altre mie produzioni techno, che seguiranno un percorso parallelo rispetto a quello di Remodel. Le idee e la musica non mancano, ora si tratta solo di trasformarle in uscite concrete e far arrivare questi dischi alle persone. Poi nella vita non si sa mai cosa può succedere. Magari un giorno mollo tutto, però almeno avrò lasciato qualcosa che potrà piacere oppure no, ma che sarà stato parte del mio percorso.

Cosa consiglieresti a chi si avvicina per la prima volta al mondo della produzione e del DJing?

Da quello che vedo oggi, spesso c’è più attenzione alla costruzione dell’immagine sui social, alla cura del profilo Instagram o TikTok, che allo studio vero della musica. La ricerca sulle frequenze, sulla struttura di un brano, sulla tecnica e sul linguaggio del proprio strumento. Avere una console all’ultimo grido o creare il video perfetto con le luci giuste non significa automaticamente essere DJ. Sono strumenti, ma il percorso nasce altrove: nella musica, nello studio e nelle ore passate a sperimentare. La musica si costruisce anche nel silenzio di una stanza, facendo errori per mesi, provando e riprovando fino a trovare il proprio suono. Fare il DJ non significa semplicemente creare una playlist e premere il tasto sync per mettere a tempo due tracce. Significa saper leggere una pista, capire chi hai davanti e avere una cultura musicale che vada oltre le prime posizioni delle
classifiche Beatport, Spotify o qualsiasi altra piattaforma. Bisogna ricercare, scavare, ascoltare musica diversa dalla propria, capire da dove arrivano certi suoni e conoscere la storia che c’è dietro un genere. Che sia attraverso negozi di dischi fisici o digitali, la curiosità deve rimanere sempre alla base. La produzione e il DJing sono percorsi duri che richiedono metodo, disciplina, un orecchio allenato e tanta dedizione. La passione è il punto di partenza, ma è la costanza nel lavorare, sperimentare e migliorarsi ogni giorno a fare davvero la differenza.

Nel ringraziarti per questa intervista, ti va di farmi una mini-playlist con 5 tracce di artisti (di vario genere, se preferisci) che più ti piacciono e che vorresti far ascoltare ai lettori di Parkett?

Cinque sono poche, ma cercherò di essere il meno scontato possibile.

Grazie a voi!


Skatèna

Sonic reducer, ain't no loser
[Dead Boys, 1977]

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