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Aarau Rave VOL. 7: Tutto quello di cui non vorremmo dover parlare

1 Settembre 2026

La tragedia della scorsa notte all’Aarau Rave VOL. 7, in Svizzera, non può che portarci in primis a esprimere tutto il nostro cordoglio e la nostra vicinanza alla famiglia di Maria Spinelli, insieme a un caloroso abbraccio alle altre cinque persone rimaste ferite in quella notte.

C’è però un elemento che ci ha colpiti particolarmente (oltre l’assurdità della tragedia in sé): l’uso a sproposito e l’abuso della parola RAVE.

Ma facciamo prima un passo indietro:

Prima del beat, il delirio

Alla fine degli anni Cinquanta, nella Soho fumosa dei jazz club e dei poeti beat, quella parola cominciò a migrare verso la notte. Il musicista jazz Mick Mulligan si guadagnò il soprannome di “re dei ravers” per le sue serate fuori controllo, e Buddy Holly la infilò in un titolo, Rave On, che promette un’euforia senza fine. Ancora non si parlava di un genere musicale né tanto meno di un luogo preciso, ma di uno stato del corpo e mentale.

Negli anni Sessanta la parola cambia pelle insieme alla musica che la ospita. I mod la adottano per le loro feste, gli Yardbirds pubblicano un disco intitolato Having a Rave Up, e nel 1967 Paul McCartney presenta il suo collage sonoro sperimentale a un evento chiamato Million Volt Light and Sound Rave. È ancora un aggettivo per l’intensità, non un sostantivo per una scena e ci vorranno vent’anni perché diventi entrambe le cose insieme.

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Dai campi inglesi al nome che oggi fa paura

Il salto arriva alla fine degli anni Ottanta, e non è un caso che avvenga tra le campagne. L’acid house scappa dai club di Chicago e Detroit, attraversa l’Atlantico, e in Inghilterra trova terreno in capannoni dismessi e campi presi in prestito per una notte. A questo punto si generano eventi che nascono e spariscono, organizzati all’ultimo, tenuti insieme solo da un sound system e da un numero di telefono passato di mano in mano.

La Second Summer of Love del 1988 e 1989 è il momento in cui tutto si delinea. Migliaia di ragazzi che si ritrovano in un campo del Berkshire o in un magazzino di Londra, la musica che pulsa per ore senza interruzione, la sensazione condivisa di aver trovato uno spazio che le regole ordinarie non toccano. Da quella stagione in poi, “rave” smette di essere solo un’emozione per diventare un luogo, una comunità, e purtroppo anche un’accusa.

Perché è proprio da lì che parte l’equivoco che ci portiamo dietro ancora oggi. Il rave nasce fuori dalla legalità per necessità, perché non esisteva un modo autorizzato per fare quello che quei ragazzi volevano fare. Quella nascita clandestina è diventata, nel tempo, l’unica lente attraverso cui il termine viene letto, come se un’infanzia difficile condannasse per sempre chi la vive.

Uno specchio, non un’etichetta

Alla fine, forse, la domanda giusta non è “cosa significhi davvero rave”. Per qualcuno è una serata in un club, per qualcun altro è un campo fuori città, un generatore, e un sound system montato da amici che si conoscono da anni. Sono entrambi rave, e nessuno dei due ha più diritto dell’altro a portarne questo nome.

Quello che cambia, da un caso all’altro, non è la musica, bensì la libertà personale che uno spazio permette, la sicurezza che garantisce, chi viene incluso e chi resta fuori. Il termine è stato riscritto talmente tante volte, da talmente tante persone diverse, che oggi porta dentro di sé pezzi sparsi dell’idea originale: la musica, il sound system, a volte anche l’anarchia gentile che lo aveva fatto nascere, a volte niente di tutto questo.

Fissarsi sulla definizione perfetta, allora, rischia di far perdere di vista quello che conta davvero. Un rave non si giudica dal fatto che abbia un permesso appeso all’entrata o un generatore nascosto tra gli alberi. Si giudica da come tratta chi ci entra, e questa è una domanda che vale sia per il festival più istituzionale sia per la festa più clandestina.

Kamitaz Bologna 2023

Capire questo significa smettere di trattare ogni rave come un problema di ordine pubblico da risolvere con la repressione. Significa parlare di sicurezza, di riduzione del danno, di educazione, invece che di manganelli e sequestri.

Il dialogo costruisce spazi più sicuri molto meglio di quanto sappia fare la criminalizzazione indiscriminata.

I rave, in fondo, sono uno specchio di chi li attraversa e del tempo in cui viviamo. Guardarli con sospetto, senza sforzarsi di capirli, è la scelta più miope che si possa fare. Vale la pena vederli per quello che sono davvero: una forma di espressione che continua a raccontare, notte dopo notte, quanto ancora abbiamo bisogno di spazi liberi.

Quando quello specchio si rompe

Poi però arriva una notte come quella di Aarau, e tutto quello che abbiamo appena detto smette di essere teoria. Uno spazio che dovrebbe essere sinonimo di libertà diventa, in poche ore, il titolo di una tragedia, e la parola “rave” torna a fare il lavoro sporco che da anni cerchiamo di toglierle di dosso. Capire davvero cosa significhi quella parola non è mai stato così urgente e lo diciamo soprattutto a tutti quei media che in questi giorni, decidete voi se per ignoranza, faziosità o semplice fame di visualizzazioni, questa parola l’hanno usata male rimandandoci ogni volta alla mente queste bellissime parole di Giorgio Gaber:

Le parole, definiscono il mondo, se non ci fossero le parole, non avremmo la possibilità di parlare, di niente. […] ma le parole si logorano, invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare, di niente”.

Autori: Andrea Moretto, Flavia Nitto

Fotografia: Bonny Basta

https://www.instagram.com/bonnyph.collectivcrew?igsi=Y3U1Njlja2lsN2do

Alcuni spunti di questo approfondimento nascono da un articolo pubblicato su SUM – Sound Underground Music, “Rave: Cosa Significa Davvero?” (dicembre 2024).

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