six + one =

Siamo di fronte a due padri costituenti della Techno mondiale. Si parla proprio delle origini, della prima generazione. I loro nomi sono Juan Atkins e Moritz von Oswald, i più autorevoli rappresentanti dell’asse Berlino-Detroit, ed escono di nuovo allo scoperto con un nuovo Borderland, creatura figlia della loro collaborazione, come già vi avevamo annunciato qualche tempo fa. Si intitolerà “Transport” e uscirà per la berlinese Tresor, nome che non ha proprio bisogno di presentazioni, specialmente quest’anno in cui ricorre il quarto di secolo dalla fondazione del club-istituzione.

Il ventinove (29) aprile uscirà sottoforma di CD o di doppio vinile uno splendido settetto di tracce che esprime perfettamente l’incontro e l’intreccio tra le due menti. E’ un ibrido perfetto tra techno e generi più “jazzy”, dove la commistione è talmente ben architettata che risulta impossibile separare i singoli contributi. E’ la miscela perfetta. C’è il movimento ma c’è anche una certa tranquillità, un certo “chill“.

Chill che si sente nelle tonalità calde di accordi e pad, in certi giri di basso come quello molto funky di “Odyssey“, traccia che insieme a un’altra denominata “2600” fa pensare a sintetizzatori classici, che hanno fatto la storia, che come Atkins e von Oswald appartengono a una generazione pioniera che ha dettato le regole del suono di un’epoca. Il disco si apre con una sommessa ma immersiva title-track, molto ipnotica, che prende per mano l’ascoltatore e con un delicato beat molto 808 lo introduce a un gran bel viaggio.

E’ un esempio di quel fenomeno particolare che si ha ogni tanto nella techno di buona fattura per cui il brano sembra uguale tutto il tempo eppure non stanca mai, eppure non va mai in sottofondo ma anzi si lascia ascoltare, richiamando e mantenendo l’attenzione pur con i suoi impercettibili alti e bassi, che in questo caso non sono altro che il filtro dell’arpeggiatore che si apre gradualmente e si richiude, senza scossoni o improvvise interruzioni. Come apertura è la traccia perfetta.

“Lightyears” è forse la più puramente techno dell’intero LP, con una pasta ritmica un po’ più densa e possente, assertiva e decisa ma con una parte melodica sempre molto smooth. Questa volta è un dialogo tra un delicato ostinato di fondo che fa da binario principale su cui si articola un accordo che va e viene a mo’ di risacca, di origine vagamente dub. E’ uno dei migliori esempi di indissolubilità tra i due mondi uniti da Atkins e von Oswald. In questo brano restare fermi è impossibile, provare per credere.

La componente Oswaldiana si fa sentire particolarmente nelle ultime tracce, dove si tende a respirare più club-jazz e acid jazz piuttosto che techno pura, dove comunque una vibe più luminosa e forse si può dire in un certo senso anche più frivola si fa spazio e conferma la piega serena e distesa dell’intero album. La cosa che colpisce di più è il trasparire di una naturalezza assoluta a livello compositivo, prova della disinvoltura dei due artisti che praticamente hanno nel sangue questi suoni, li respirano, li parlano come lingua nativa.

Non c’è alcun bisogno di sovraffollare di materia prima, di affrettarsi a riempire di informazioni ciò che si ha da dire, e infatti secondo la migliore interpretazione del “less is more” (che molto spesso funziona bene nella musica elettronica) queste tracce sono costituite da una semplicità generale di grande efficacia, con pochi elementi ma che risaltano in tutta la loro eleganza.

Paolo Castelluccio