− two = six

Sound Designer, label owner, una testa da accademia elettronica, fabbro dei 4/4 a bpm incalzanti. Questo – e molto altro – è Vincenzo Pizzi, tra i giovani più promettenti che la scena italica abbia ad oggi da proporre.

Se vi venisse chiesto di definire il senso ultimo dell’accezione di “progresso”, voi cosa rispondereste? Certamente, è possibile che la vostra risposta sia condizionata dal contesto ove il termine stesso troverebbe sua collocazione; se ragionassimo in termini socio-culturali ad esempio, è probabile che ricondurreste progresso sia che ad una radicale rivoluzione di preesistenti consuetudini, come anche ad una impercettibile ma costante scalata da uno status all’altro.

E in ambito “artistico” invece? Cosa coincide inderogabilmente con uno stato di evoluzione? Potremmo arrovellarci per ore ed ore alla ricerca della risposta più completa ed aulica possibile mantenendo un corpus di significato che sia quello più complesso ed ideologicamente “bello” senza comunque arrivare a definizione univoca e condivisa. Ecco perché allora la soluzione più corretta potrebbe essere anche quella più scontata e semplice.

La nostra provocazione, condivisibile o meno, è che progresso non sia nient’altro che muoversi dal punto A a quello B, senza che quest’ultimo venga “impermeabilizzato” da ogni nuace intercettabile nel mezzo; in altre parole: vorrebbe dire fare del punto B non un’impetuoso RESET stanziale su un diversa dimensione, ma una creativa sommatoria tra elementi di nuova tradizione e quelli che vantano uno storico consolidato.

Quello che è successo nella storia di Pyteca da “Mamma Loves 4/4” fino a “H&R”, crediamo ricada proprio all’interno di questa casistica: ossia una consapevole formazione identitaria coerente a sé stessa nel tempo senza che quest’ultima abbia illogicamente predominato su alcuna naturale e fisiologica predisposizione “sperimentativa”, tratto assolutamente caratteristico e inscindibile da qualunque professione d’arte.

La storia di Vincenzo Pizzi e di Pyteca allora, è certamente un caso di progressione.
Nel primo lavoro, è evidente il manifesto di un suono, un suono crudo, aspro ed alienante alimentato da acciaio, cemento e strobo. Con “Amelia”, seconda release dell’etichetta, Vincenzo è come se vole dare tangibile testimonianza di tutte le altre potenzialità musicali esprimibile dal suo prodotto: tenendosi stretto quanto compiuto precedentemente, si correda di un’acidità e di un electro che si va perfettamente ad integrare a quella formazione identitaria di quanto prima detto. Ma non solo.

L’algoritmo di Amelia è una formula tanto versatile da lasciarsi liberamente interpretare dagli edits a cura di Dario Lanzelotti, Gianmarco Silvetti e Jewill; tre giovani artisti della nuova sponda Industrial romana, ognuno dei quali garante di un suo specifico quadro acustico/sperimentale.

“Para” va ad arricchire di un ulteriore tassello il percorso fino ad ora tracciato. 4/4 sulla cassa dritta e contaminazioni electro ora si coadiuvano ad un marcato substrato dark-ambient mai così “vivido” come adesso. Le nuova sincopatia e l’orchestrazione di Synths lega il fiocco definitivo su un prodotto davvero complesso e camaleontico. In ottima coordinazione sono i remix del tedesco Georg Bigalike e del capitolino Worg: a questi vanno riconosciuti rispettivamente i capi ultimi ed opposti di quello stesso nastro.

Stupenda rivelazione si è mostrata essere “Romantica”, una probabile dichiarazione d’amore alla cornice più Acid che fosse ottenibile in fase di produzione. Come al solito, anche i remix non mancano di soddisfare l’appetito; Lunatik coglie e trasmette con grandissima maestria una pura sensazione analogica, GMDT invece dimostra con grande convinzione di non voler fare prigionieri.

Arriviamo a “Pop Futura”, con tutte le probabilità l’album più colorato di tutti quelli riportati in elenco fino adesso: electro, glitch, minimal e una decisa corporatura Trance, questa volta Vincenzo si è voluto raccontare in tutte le lingue.

I contributi qui sono affidati alla “mani” di Carlo Toma, Gianmaria Coccoluto (non certo il primo nome che ti aspetteresti sul palco Pyteca no?!) e Mannella. Eppure, nonostante le apparenti divergenze stilistiche “essenziali”, nessuno dei remix sembra poggiarsi lì per caso.

Arriviamo all’ultimo album, “H&R”, quel lecito ritorno alle radici che è ovvio aspettarsi dopo un certo e indefinito turning point. 4 original mix pubblicati il 28 Luglio di quest’anno, il risultato di una maturazione che si è vista condensare proprio qui, in non più di 20 minuti di ascolto in totale.

Ci piace immaginare Renato e Raw Bacon come il manifesto di Vincenzo Pizzi all’epoca di “Mamma Loves 4/4” ma con una consapevolezza del tutto rinnovata ed arricchita. Misseven & Alfonso The Drummer potrebbe invece trovare un suo spazio a metà tra “Romantica” e “Para”, perfettamente giustificato da quei tocchi analogici ma troppo poco “dark” per qualunque altra collocazione. Completamente a sé stante è il discorso per “Crisalide”, non a caso track di chiusura dell’EP. Qui c’è tutto un Vincenzo Pizzi che non si è mai veramente sentito: molto più melodico, più lento, quasi avesse voluto abbandonare consciamente quel tatto ruvido che ormai certamente possiamo accreditargli, per privilegiare una sofisticatezza di armoniosità romantica e malinconica.

Renato (official videoclip)

Settembre 2016 – Luglio 2017: 11 mesi che hanno visto il palco Pyteca una piattaforma dinamica più che mai; nel lasso considerato, 6 release ognuna delle quali con un suo trascorso, una sua storia da narrare e una sua distinguibile tradizione. Ripensando ad un anno fa e a tutte le aspettative che ti eri certamente maturato, come ti reputi oggi?

Sono molto contento dei risultati e dei traguardi raggiunti con Pyteca ed è soltanto l’inizio di una lunga serie. Mi reputo come un anno fa, ma con una maggiore consapevolezza e maturità. Sia per quanto riguarda la produzione e sia per quanto riguarda la gestione della label.

Potessi sintetizzare in una sola ed unica parola tutto “H&R”, quale sarebbe e soprattutto perché?

Eclettico. Sonorità e stili differenti in completa sintonia tra loro.

Sound Designer, label owner, una testa elettronica ma da accademia, fabbro dei 4/4 a bpm incalzanti. Oltre tutto questo, qual è il lato di Vincenzo Pizzi – anche musicale/artistico – che pochi conoscono ma che vorrebbe condividere con i nostri lettori…

In molti casi le produzioni rispecchiano l’artista, ma nel mio caso, spesso sono il mio alter ego. Alcune tracce scritte da me sono violente e aggressive. Due qualità che non mi appartengono minimamente. Vissuto e non vissuto, reale e surreale.
Innamorato dell’amore e della musica italiana. Un romantico nostalgico fortemente legato al passato ma sempre con lo sguardo rivolto al futuro.

In quasi un anno di piena attività, che idea ti sei fatto del mercato musicale contemporaneo? Cosa vuol dire oggi esser nati nei ’90 e provare ad avere un proprio spazio con le proprie idee tra l’infinita struttura del settore?

Non ho ancora un’idea ben definita del mercato musicale. È in continuo cambiamento. Vinile, digitale, audiocassetta, streaming. Sono tutti fattori diversi in un unico calderone. Certamente internet offre la possibilità di emergere e di creare uno spazio personale musicale dove poter esprimere al meglio le proprie idee musicali e i propri progetti, però questa è una lama a doppio taglio. Tutti possono farlo, e spesso focalizziamo l’attenzione sul numero di views, plays e likes anziché sulla produzione stessa. L’importante è non fermarsi, essere determinati e realizzarsi. Bisogna sempre puntare in alto.