Con l’uscita di Leave Your Shit Out Of My Brain, i Panda Clan tornano a far sentire la propria voce con un album che unisce drum & bass, jungle, dub, elettronica e influenze metal in un progetto dal forte impatto concettuale. Pubblicato da Tube Music, il disco affronta temi di grande attualità come il controllo digitale, il greenwashing, il techno-feudalesimo, la disuguaglianza sociale e le nuove forme di resistenza culturale, trasformando la musica in uno strumento di riflessione critica.
Nati nella scena dell’antagonismo culturale milanese, i Panda Clan hanno costruito nel tempo un’identità unica, scegliendo di rimanere lontani dalla società dell’immagine per lasciare che siano esclusivamente le idee e le composizioni a parlare. Dopo l’EP Circumvention, il collettivo compie un ulteriore passo avanti con un lavoro che descrive come un autentico “atto di resistenza”, capace di raccontare le contraddizioni del capitalismo contemporaneo attraverso sonorità potenti e testi diretti.
In questa intervista esclusiva per Parkettchannel.it, i Panda Clan approfondiscono la nascita di Leave Your Shit Out Of My Brain, il significato dei brani che compongono l’album, la loro visione della musica elettronica come mezzo di espressione politica e sociale, il rapporto con la scena drum & bass e jungle e gli obiettivi che guideranno i loro prossimi progetti artistici.
Leave Your Shit Out Of My Brain viene descritto come un atto di resistenza. In che modo questo concetto ha guidato la scrittura e la produzione dell’album?
Come già il precedente album, anche questo lavoro del Panda Clan vuole essere un progetto politico, oltre che artistico. Vuole essere resistente come testi.
Denunciamo ad alta voce l’abominio del capitalismo, con le sue intrinseche ingiustizie e devastazioni vendute come unico modo possibile per governare e tuttavia richiamiamo le persone che ci ascoltano a ribellarsi a questo stato di cose.
Vuole essere resistente come genere musicale.
Non ci vogliamo arrendere a diventare un prodotto pop, precostituito su cliché musicali da poter incasellare in qualche genere predefinito e studiato per piacere a più persone possibile. Vogliamo poter sperimentare artisticamente, fregandocene delle categorie, dei numeri e dei like.
Vuole essere resistente come produzione.
Abbiamo autoprodotto il disco nella massima libertà artistica e di espressione e ci siamo affidati ad un’etichetta indipendente e persone che condividono le finalità del progetto e credono alle sue potenzialità anche politiche.
Brani come No Kings, Incudine e Poppy Fields affrontano temi politici e sociali molto attuali. Come avete trasformato queste riflessioni in musica drum & bass e jungle ?
Essendo cresciuti nei ‘90 abbiamo nel nostro DNA musicale la nascita e diffusione nella scena underground di questi generi. La loro forza dirompente, e in una prima fase anche ribelle, ci ha visti ballare in prima persona quei ritmi innovativi, meticci e urbani, che tuttavia richiamavano a generi storici come il reggae e la dub, con il loro portato di critica sociale e voglia di cambiamento. Ci è quindi venuto spontaneo farli confluire nei nuovi brani che hanno ancora la rabbia e la voglia di ribellarsi che avevamo da ragazzi.
L’album parla di controllo digitale, techno-feudalesimo e normalizzazione della sorveglianza. Quali precisi aspetti della società contemporanea vi hanno ispirato maggiormente durante la realizzazione del progetto?
Indubbiamente l’aumento di importanza nel quotidiano di tutte noi dell’uso dei social e come questi siano diventati manipolabili da pochi e in combutta col potere.
Disinformazione, fake news, campagne diffamatorie, censura, manipolazione del pensiero sono ormai evidentemente parte del sistema di controllo del potere.
Questo processo, unito ad una (non più nemmeno nascosta) brutale repressione del dissenso, che si avvale anche di nuove tecnologie come il riconoscimento facciale con l’IA, ci sta mostrando appieno il volto del controllo.
Gramsci e Foucault insegnano.
La tracklist attraversa argomenti che vanno dal greenwashing alle nuove forme di attivismo radicale. C’è un messaggio che sperate arrivi con particolare forza agli ascoltatori?
Assolutamente sì.
Il messaggio che vogliamo lanciare è non credere alla propaganda del potere. Fare riflessioni critiche e collettive su come opporsi a questo sistema e creare sacche di resistenza, diffondendo il più possibile questo messaggio: il futuro non è scritto. Si costruisce con azioni concrete, uniti, nel presente.
Panda Clan nasce all’interno della scena dell’antagonismo culturale milanese. In che modo queste radici continuano a influenzare la vostra identità artistica?
E’ nell’ambiente dell’antagonismo politico che ci siamo formati come persone. Nei centri sociali, nei collettivi studenteschi, alle assemblee. Ma anche come artisti con i prodotti di questi spazi: musica, libri, esposizioni, arte. E’ lì che abbiamo imparato dalle sorelle e i fratelli maggiori che c’è un filo rosso che lega forme di resistenza, sin dalla resistenza partigiana, passando per gli anni ‘60, ‘70 fino ai ‘90, ‘00. Pensiamo che sia giusto creare forme nuove di resistenza, ma con gli stessi ideali; non chiusi in qualche dogmatismo, ma consapevoli che le lotte si fanno insieme e imparando anche dalle esperienze del passato.

Avete scelto di non esporvi pubblicamente, andando contro la logica della società dell’immagine. Cosa rappresenta per voi questa decisione oggi?
Come persone, ci permettere di tenere a bada istinti di protagonismo individualistico e esibizionistici.
Ma soprattutto ci permette di ricordare che siamo rappresentanti di una famiglia molto più ampia che unisce nelle lotte di resistenza tutte coloro che non si arrendono a questo stato di cose e vogliono cambiare il presente.
Come vedete l’evoluzione della drum & bass e della jungle nel panorama contemporaneo, e quale ruolo pensate possa avere la musica elettronica come strumento di riflessione critica?
Come qualunque sottocultura c’è sempre il rischio che venga assorbita dal mercato, perdendo la sua carica rivoluzionaria e innovativa e trasformandosi in semplice prodotto edulcorato da vendere a più persone possibili. Tuttavia esiste una scena underground, che lavora ancora per passione e con i principi del do it yourself ereditati dal punk, per portare avanti lo spirito originario di questi generi.
La musica elettronica può scegliere cosa essere attraverso i suoi interpreti e la sua comunità. In questo momento stiamo assistendo ad un genocidio in diretta. Se certe cose attraversano la scena come se nulla fosse, sarebbe un genere già morto. Per fortuna molti artisti sono sensibili a queste tematiche e usano la loro arte anche per promuovere resistenza.
Quali sono state le principali influenze musicali e culturali che hanno contribuito a definire il suono di Panda Clan nel corso degli anni?
Sicuramente il primo disco aveva bpm più bassi e la dub era più presente. Il nuovo lavoro ha un tocco punk hc in più, in cui drum &bass e jungle si sono inserite naturalmente. Anche diversi stili di metal sono stati inglobati e rielaborati nei 2 lavori, che pensiamo si possano definire poliedrici.
Guardando al futuro, state già lavorando a nuova musica o ad altri progetti che porteranno avanti il percorso iniziato con Leave Your Shit Out Of My Brain?
In questo momento stiamo lavorando sul set live del disco. Ci piacerebbe riuscire a portare il lavoro in una forma diretta e coinvolgente al pubblico, in modo tale che l’esperienza dal vivo aggiunga qualcosa di nuovo e diverso alle versioni dell’album.
Ovviamente stando molto in sala prove, stanno nascendo idee e spunti, che stiamo tenendo da parte per la creazione di nuovo materiale. Ci piacerebbe, dopo il tour, provare a lavorare con una modalità collettiva e condensata, in cui rinchiuderci in qualche luogo solitario per giorni e creare i pezzi nuovi.
Se doveste riassumere l’essenza di Panda Clan in una sola idea o immagine, quale scegliereste e perché?
Un corteo di protesta.
Perché un corteo è formato da gente tutta diversa ma abbracciata e unita, che non vuole arrendersi, pronta a lottare per non farsi disperdere e senza la minima intenzione di arretrare.
Perché un corteo è il frutto di un percorso collettivo che ne ha deciso, modalità, percorso e parole d’ordine. Perché un corteo è mettersi in gioco di persona per cambiare le cose.
Perché un corteo avanza urlando a gran voce insieme cosa non va e cosa si vuole cambiare.