Sebra Cruz

Premiere: Sebra Cruz ci racconta “Giri Pop” e la nascita di Metromare

31 Marzo 2026

Oggi vi portiamo in anteprima “Giri Pop”, la nuova uscita di Stefano Serafini, aka Sebra Cruz: dj e producer che da oltre trent’anni attraversa la scena elettronica internazionale con un approccio eclettico, sempre pronto a captare e rielaborare le traiettorie più interessanti della musica elettronica, mantenendo uno sguardo fresco e orientato al dancefloor.

Sotto lo pseudonimo di Dj Pepe, Sebra Cruz muove i primi passi nei club iconici della riviera romagnola quando l’Italia era il cuore pulsante del clubbing mondiale. Dopo essersi confrontato con la generazione dei pionieri, si fa notare grazie ai lavori firmati insieme a Giaga come Margot, e alle release pubblicate su Life and Death, etichetta di riferimento del secondo decennio degli anni 2010 guidata da Dj Tennis.

Oggi Sebra debutta in anteprima su Parkett con il suo nuovo progetto Metromare, accompagnato dalla premiere di “Giri Pop”, traccia che dà il nome al secondo EP del catalogo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Stefano e benvenuto su Parkett. Come stai? Com’è iniziato questo 2026 per te?

Ciao, grazie dell’invito. Il 2026 è iniziato molto bene!

Di recente hai annunciato la nascita della tua nuova label, Metromare. Cosa ti ha spinto a fondare l’etichetta?

Metromare è il nome del trenino che collega Riccione con Rimini, mi capita spesso di prenderlo ed è una parola che mi è sempre piaciuta perché contiene il termine “metro”, che mi riporta a un immaginario cupo e sotterraneo, e “mare”, che richiama un’atmosfera gioiosa e soleggiata.

Un giorno confrontandomi con il mio amico Cirillo gli parlai di questa idea e del nome che avevo in mente, e lui (che di nomi se ne intende) mi disse che gli piaceva, consigliandomi di scriverlo con un font che ricordasse la metropolitana francese.

Metromare nasce anche perché non sono più molto stimolato a pubblicare musica su label con le quali a volte nemmeno mi rispecchio. La visibilità che grandi etichette offrono è indubbiamente maggiore rispetto a quella che posso ottenere in autonomia, ma avere la mia propria piattaforma mi fa sentire più libero di sperimentare e di esprimermi. Diciamo che è una scelta che mi riporta ai tempi di Margot Records: mi trovavo molto bene a gestire una mia etichetta senza dover rendere conto a nessuno. Penso che sia la cosa più giusta anzi, avrei dovuto crearla già dopo aver pubblicato il mio album su Life and Death nel 2023. Meglio tardi che mai! Finché ho l’entusiasmo continuerò a pubblicare musica. Ho un sacco di idee, produco molte tracce, anche in piccoli ritagli di giornata, e mi dispiace tenerle negli hard disk (dato che ne ho già rotti svariati).

Inoltre, sto pubblicando anche su Bolina Records, label italo svedese di amici che conosco da sempre, con cui sono spesso in contatto e di cui sono direttore artistico insieme a loro.

Quest’oggi presentiamo in anteprima “Giri Pop”. Come Nasce la traccia e come descriveresti questo terzo ep di Metromare?

Avevo dato questo titolo a un progetto di Ableton con l’idea di creare un suono semplice. Mi sono lasciato trasportare, aggiungendo elementi come il vocal, che nella mia mente richiama il suono di un flauto. Mi sono divertito molto nel comporla. L’ep prosegue con due tracce molto diverse, fondendo una visione underground a sonorità che mi piace definire “pop”. “Di5co Di5pari” ruota su a un loop immaginario di 5 battute sostituendo la classica struttura a 4. In “Di5co Di5pari” la tensione cresce in modo sottile e sofisticato, senza un drop forte e marcato. La release si chiude con “On Teoria”, produzione che suona fresca e imprevedibile, a tratti jazzata. Quest’ultima mi rispecchia molto anche perché ha permesso di esplorare possibilità compositive non convenzionali. Nella sua totalità potrei definire “Giri Pop EP” come una dimensione sperimentale che però mantiene una nota di semplicità.

Per il tuo esordio su Metromare hai scelto una raccolta intitolata Venti Esperimenti, in cui emerge un Sebra Cruz molto lontano dalle dinamiche dancefloor che ci aspettavamo. Con “Micro Dance Impression” invece hai proposto nuovamente sonorità più vicine al club. Qual è la visione dietro il progetto e quale sarà la linea musicale della label? 

Venti Esperimenti è una raccolta di registrazioni più o meno astratte, fatte in momenti di svago e di curiosità in cui non avevo il pensiero della cassa in quattro. Mi dispiaceva non pubblicarle perché contengono degli spunti che mi piacciono davvero. La raccolta ha ricevuto feedback positivi e apprezzamenti da personalità del calibro di James Holden, Daniele Mana, Diego Caravano (insegnante di conservatorio ed ex membro dei Neri Per Caso) e da parte di altre figure che di musica ne masticano abbastanza. 

Come hai giustamente sottolineato, dopo venti esperimenti sono ritornato a una proposta più dancefloor-firendly in linea con il percorso che vorrei fare con Metromare, anche se non escludo che in futuro alternerò release vicine ai club con musica più sperimentale. Direi che la definizione migliore per il mio suono (e quello di Metromare) è: “Pop Underground”.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica elettronica? Se ti chiedessimo di ripercorrere la tua carriera dagli inizi a oggi, quali sono stati i momenti più significativi del tuo percorso artistico?

Tutto è iniziato ai tempi della scuola. Frequentavo già Giagarobot e Mappa, e Giaga un giorno mi invitò a casa sua a provare i giradischi appena acquistati. Ho iniziato così ad ascoltare musica house e elettronica. Dopo una breve spiegazione su come mettere due dischi a tempo ho provato (riuscendoci pure). È stato il miglior maestro che potessi avere. Fin da subito ho avuto molta dimestichezza sia con i Technics che con l’equalizzazione e il mixaggio. Nel 1995 ho iniziato come Pepe Dj al Savioli Disco di Riccione: lavoravo ogni sera della stagione estiva e la domenica pomeriggio in inverno. Già dalla fine del 1996 con grande soddisfazione a mi esibivo  nei club della collina di Riccione, e tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni 2000 sono stato nelle consolle di diversi locali sparsi per tutta Italia. In quel periodo ho avuto anche la fortuna di lavorare 4 anni da Discopiù, formandomi sia musicalmente, che sulle ultime novità in materia di apparecchiature. Qui ho conosciuto Dj Giotta, manager di Metromare e Bolina Records, e il grande Manuel Fogliata (aka Nuel), che purtroppo un anno fa ci ha lasciati. Nuel, insieme a Giaga e Mappa, è stato un grandissimo amico e una guida per me fondamentale.

Nel 2005 volevo sperimentare un qualcosa che andasse oltre al concetto classico di djing, volevo creare una proposta nuova con un formato live insieme a Giaga e Mappa (entrambi membri dei Margot). Passavamo ore in studio e non mi piaceva l’idea di andare nei club a propormi da solo. Ero ossessionato dallo sperimentare, volevo trovare un modo più ibrido di stare in consolle, un modo che li coinvolgesse. Tra il 2008 e il 2015 iniziammo a proporre il progetto Margot, che ci ha dato moltissime soddisfazioni portandoci a stretto contatto con James Holden. James a mio avviso rimane uno dei più grandi artisti della storia; si è preso cura di noi, ci ha inserito in un’agenzia, ha fatto in modo che suonassimo molto spesso con lui oltre ad essere proposti a club di caratura mondiale. Sono gli anni in cui abbiamo prodotto “Margot Goblin Think”, “France 2”, “Magico Disco”, “Er Suonone” di cui tutt’oggi vado molto fiero e che ritengo dei capolavori della nostra discografia.  

Anche gli anni tra il 2016 e il 2023 passati insieme a Dj Tennis sono stati molto divertenti. È il periodo che ha visto la nascita dell’EP pubblicato su Life and Death e che mi ha portato alla compoosizione del mio disco da solista come Sebra Cruz, nome proposto proprio da Manfredi con cui ho continuato a girare il mondo dopo i Margot.

Se dovessi citare le tue migliori e peggiori esperienze vissute nei club, quali sceglieresti?

Sulla peggiore non ho dubbi: il back-to-back con Dj Tennis nella sala 2 del Fabric durante un party Life And Death. Ho fatto una figuraccia: non ho azzeccato nemmeno un disco, non mi era mai successo nella vita di non riuscire a fare neanche un mix. Venivo dalla seconda dose di vaccino per il Covid-19; ero turbato e contrariato, ho fatto il vaccino solamente perché non volevo perdere l’occasione di entrare nella consolle del Fabric. Il nostro set iniziava alle 4 ma ci sono arrivato distrutto da controlli, tamponi, spostamenti. Può capitare una serata storta, ma proprio al party Life And Death Fabric doveva capitare? 

Per quanto riguarda i migliori party, sicuramente come Margot l’esibizione al Nacht Festival di Lipsia nel 2012, mentre come Sebra Cruz ricordo con piacere il dj set al Sunday Sunday di città del Messico.

Quando è nata l’esigenza di entrare in studio e iniziare a produrre musica elettronica?

È stato tutto molto naturale; insieme ai miei amici strimpellavamo qualche strumento e Mappa studiava al Conservatorio. Ho creato un piccolo studio nello scantinato in cui erano presenti anche giradischi, mixer e computer. Giaga e Mappa erano già esperti di computer e macchinari da studio, tanto che facevo fatica a comprendere alcuni dialoghi tra di loro. Io ero solamente un dj che dava qualche consiglio, ma non avevo mai provato manualmente a fare qualcosa. Sentivo che non avevo scelta: per non rimanere tagliato fuori ho studiato il concetto di armonia imparando con la chitarra. Poco dopo ho approfondito la ritmica e sono approdato su Logic prima e Ableton poi, osservando da vicino ogni loro minima mossa e riempiendoli di domande.

Negli ultimi anni hai lavorato molto come ghost producer per etichette e artisti molto conosciuti nella scena elettronica internazionale. Come vivi questo ruolo? Da cosa pensi nasca la scelta, da parte di alcuni artisti o agenzie, di affidarsi a un ghost producer?

Ho fatto il ghost producer solo ed esclusivamente per soldi ma dopo qualche anno ho dovuto mollare quasi del tutto perché mi sentivo spesso sfruttato e non mi piaceva vedere le mie tracce funzionare con il nome di altre persone e non con il mio. Onestamente a volte penso di non aver gestito al meglio la situazione ma forse non lo farei comunque, perché è un concetto che non approvo anche se per un periodo i guadagni mi hanno spinto a farlo. Ad oggi non è sicuramente la mia aspirazione.

La scelta di affidarsi a dei ghost producer credo derivi dalle poche capacità che hanno alcune persone di creare in totale autonomia un suono puro e brillante, anche se potrebbe rientrare nel naturale processo creativo del lavoro in team. Dentro di me però penso che se una persona non riesce a creare il suono che cerca è semplicemente perché non ce l’ha e non è in grado di ottenerlo. 

Rimango comunque con un dubbio: il ghost producer aiuta i dj famosi a essere quello che non sono o rientra nella bravura di queste persone il saper trovare il giusto ghost producer? Mi sembra comunque troppo facile e furbo pagare gli altri per le proprie tracce…

Secondo te l’esistenza dei ghost producer è eticamente giustificata oppure, in qualche modo, si sta nascondendo qualcosa al pubblico?

Personalmente penso che l’esistenza del ghost producer possa essere considerata come una vera e propria mancanza di onestà. Non ritengo onesto che una persona creda che determinate produzioni siano state composte dal proprio beniamino quando la realtà è totalmente un’altra. Non è corretto sia nei confronti del pubblico sia nei confronti del compositore che ha studiato tutta la vita. 

Se invece vogliamo avere una prospettiva più manageriale allora possiamo affermare che queste cose sono sempre esistite: nella musica pop, per esempio, sono gli autori che scrivono e gli interpreti che la eseguono. 

Sei attivo nel clubbing da oltre trent’anni e hai visto nascere e trasformarsi la scena elettronica contemporanea. Sei soddisfatto della sua evoluzione e dell’attenzione che oggi viene dedicata alla musica elettronica?

Voglio premettere, per dirla estremizzando, che ad oggi mi sento quasi più un ex dj che un membro attivo della comunità. Negli ultimi tra anni ho cambiato quasi totalmente vita, dando la priorità alla mia famiglia e ad altri lavori, anche perché quando vengo contattato chiedo un cachet congruo alla mia carriera, mentre ai promoter sembrano interessare di più i miei follower su Instagram. A loro sembrano eccessive le mie richieste, e a me va bene così: nella vita mi sono preoccupato più di selezionare e produrre musica interessante, che essere considerato un influencer. Infatti, a eccezione di alcune serate, sto facendo da spettatore a quello che sta succedendo nella scena di oggi. Ho comunque un’idea molto chiara sulle dinamiche attuali e forse, se fossi ancora a stretto contatto con personalità influenti, mi spenderei di più per cercare di cambiare le cose e creare un’alternativa credibile a quello che sta succedendo. Fino a una decina di anni fa, l’atmosfera del club era fatta di feeling, di scambi tra il dj e la pista, di contatto animico. Oggi è tutto veloce, facilmente prevedibile e schematizzabile nell’alternanza di boati, rullate, ripartenze, boati e bangers. Ti faccio un esempio: ricordo molto chiaramente un momento del 2003 in cui ero al Circoloco con Cirlillo mentre si stava esibendo Tania Vulcano. La musica era formata solamente da cassa e bassline, a cui si sono aggiunti dopo diversi minuti degli hit hat con un accento in levare di una 808. In quel momento ci fu un boato pazzesco, solamente per l’ingresso di un pattern di charleston. Il disco, se non ricordo male, era un b-side di una release 2020 Vision. C’era un feeling incredibile in quel dancefloor. Se penso a oggi, lo stesso boato si può riprodurre dopo un drop che contemporaneamente include effetti tipo “vento”, schermi impazziti e balletto da animatore turistico del DJ; ma tutto ciò dura pochissimo perché si è creata la necessità di riprodurre questa spettacolarizzazione ancora e ancora per tenere alta l’attenzione del pubblico. Questo schema, questa necessità frenetica di dover assistere a qualcosa, ha sostituito l’esperienza di intimità, l’atmosfera di condivisione sincera su cui si fondava il movimento musicale alternativo che oggi chiamiamo clubbing. 

Trovo positivo il grande interesse e coinvolgimento che c’è oggi verso la musica elettronica ma, al tempo stesso, si stanno perdendo i cardini artistici ed estetici che l’hanno sempre sostenuta. Continua comunque a esserci una proposta interessante, anche se molte volte l’esibizione si è semplificata tecnicamente grazie a una tecnologia che ha permesso praticamente a chiunque di intraprendere la carriera da dj. 

Quello che però a mio avviso manca è una sorta di categorizzazione di queste esibizioni, differenziando i livelli di competenza indipendentemente dal genere musicale. Ti faccio un esempio. Personalità come Donato Dozzy, Francesco Farfa, D’Julz, Bob Sinclair, Callvin Harris, Jeff Mills, Four Tet (giusto per citarne di molto diversi tra di loro), non possono essere messi sullo stesso livello di ex top model, influencer o personal trainer che hanno come unico interesse promuovere la propria immagine con balletti, esibendo i muscoli a torso nudo o i perizomi. Ma non parlo solo di estetica: allo stesso modo, grandi imprenditori influenti si stanno facendo largo più per essere personaggi potenti che per le loro scelte musicali. Aver ascoltato e conoscere molta musica non fa di te un dj acclamato: quando è la creazione di contenuti social a farlo, allora forse il problema esiste. Un calciatore è bravo perché talentuoso, non perché ha visto molte partite e conosce il calcio. Un pittore è bravo quando dipinge, non perché ha visto molti quadri. Molti dei nomi in voga quest’oggi su Google appaiono come poser, non come persone che hanno passato le notti sui sequencer o diggando nelle cantine. Mi piace pensare a un mondo che possa distinguere le proposte in questo modo:

  • 1 Dj producer (la categoria più alta e difficile da raggiungere)
  • 2 DJ (diggers)
  • 3 Dj imprenditori o personalità con contatti e interessi molto influenti nella scena (supportati da ghost producer)
  • 4 Dj immagine e content creator (supportati da brand e ghost producer)

È paradossale, ma servirebbe un patentino per ogni categoria! Le prime due classificazioni che ho citato sono quelle che a mio avviso rispecchiano il clubbing per come lo intendo io, le altre magari hanno più appeal al momento… Ma forse più che assistere all’esibizione di un professionista riconosciuto come tale, stiamo partecipando a uno spettacolo non strutturato o addirittura improvvisato, a uno show facilmente fruibile senza pretese né aspettative. Ovviamente ognuno di noi è liberissimo di scegliere dove andare, di scegliere i locali da frequentare e a che tipo di esperienza prendere parte in quanto cliente pagante. Quello che forse non è chiaro oggi è il livello di competenza che hanno le figure che possiamo trovare nelle consolle dei club. Sarebbe da chiarire al pubblico quali hanno esperienza e capacità e quali sono stati bravi a trovare l’estetica che funziona, la cosìddetta coolness, sostenuti però da professionisti del marketing e ghost producer. 

Pensiamo a professioni come il chirurgo, l’ingegnere, il cameriere, l’architetto, l’idraulico, l’elettricista: la cosa fondamentale per scegliere a chi affidarsi non verte sicuramente sul livello di bravura come content creator, ma sulla preparazione e sulla solidità delle proprie conoscenze. Non capisco come mai la professione del dj sia diventata il rifugio dei content creator e di persone che vengono da settori molto lontani, come i PR, le ballerine, i calciatori e i personaggi della TV. Forse la scena si è evoluta in questo modo perché è questo che sta alla base del progresso e dell’evoluzione della nostra società. Personalmente, mi considero un amante della ricerca, del futuro e della sperimentazione, ma per dirla alla Quasimodo:

“Anche le bombe sono l’evoluzione delle fionde, ma ci siamo mai chiesti se il progresso come tale va sempre e comunque elogiato”?

ENGLISH VERSION

Hi Stefano, and welcome to Parkett. How are you? How has 2026 started for you?

Hi, thanks for the invitation. 2026 has started very well!

You recently announced the launch of your new label, Metromare. What inspired you to start it?

Metromare is the name of the small train that connects Riccione to Rimini. I take it quite often, and it’s a word I’ve always liked because it contains “metro,” which brings to mind a dark, underground imagery, and “mare” (sea), which evokes a bright and joyful atmosphere.

One day, while talking with my friend Cirillo, I told him about this idea and the name I had in mind, and he (who really knows about names) said he liked it and suggested writing it with a font reminiscent of the French metro.

Metromare was also born because I’m no longer very motivated to release music on labels that I don’t always identify with. The visibility offered by big labels is obviously greater than what I can achieve on my own, but having my own platform makes me feel freer to experiment and express myself. In a way, it takes me back to the days of Margot Records: I really enjoyed running my own label without having to answer to anyone. I think it’s the right thing to do in fact, I should have started it right after releasing my album on Life and Death in 2023. Better late than never! As long as I have the enthusiasm, I’ll keep releasing music. I have tons of ideas, I produce a lot of tracks, even in small pockets of time during the day, and it’s a shame to keep them sitting on hard drives (especially since I’ve already broken quite a few).

I’m also releasing on Bolina Records, an Italian-Swedish label run by friends I’ve known for a long time, with whom I’m in close contact and where I also act as artistic director alongside them.

Today we’re premiering “Giri Pop.” How did the track come about, and how would you describe this third Metromare EP?

I had given this title to an Ableton project with the idea of creating a simple sound. I let myself go, adding elements like the vocal, which in my mind resembles the sound of a flute. I really enjoyed composing it. The EP continues with two very different tracks, blending an underground vision with sounds I like to define as “pop.” “Di5co Di5pari” revolves around an imaginary 5-bar loop, replacing the classic 4-bar structure. In this track, the tension builds in a subtle and sophisticated way, without a strong or obvious drop. The release closes with “On Teoria,” a production that sounds fresh and unpredictable, at times jazzy. This last track represents me a lot, also because it allowed me to explore unconventional compositional possibilities. Overall, I would define “Giri Pop EP” as an experimental dimension that still retains a sense of simplicity.

For your debut on Metromare, you chose a collection titled Venti Esperimenti, where a very different Sebra Cruz emerges compared to what we expected on the dancefloor. With “Micro Dance Impression,” you returned to more club-oriented sounds. What is the vision behind the project, and what will be the musical direction of the label?

Venti Esperimenti is a collection of more or less abstract recordings, made during moments of leisure and curiosity, without thinking about a four-on-the-floor beat. I didn’t want to leave them unreleased because they contain ideas I really like. The collection received positive feedback and appreciation from figures such as James Holden, Daniele Mana, Diego Caravano (a conservatory teacher and former member of Neri Per Caso), and other people deeply involved in music.

As you pointed out, after Venti Esperimenti I returned to a more dancefloor-friendly approach, in line with the path I want to follow with Metromare. However, I don’t rule out alternating club-oriented releases with more experimental music in the future. I’d say the best definition for my sound (and for Metromare) is: “Underground Pop.”

How did you get into electronic music? Looking back at your career, what have been the most significant moments of your artistic journey?

It all started during my school years. I already knew Giagarobot and Mappa, and one day Giaga invited me to his house to try out the turntables he had just bought. That’s how I started listening to house and electronic music. After a brief explanation of how to beatmatch, I gave it a try, and managed to do it. He was the best teacher I could have had. From the beginning, I felt very comfortable with both Technics turntables and mixing. In 1995 I started as Pepe DJ at Savioli Disco in Riccione: I worked every night during the summer season and Sunday afternoons in winter. By the end of 1996, I was already playing in the clubs on the hills of Riccione, and between the late ‘90s and early 2000s I performed in various venues across Italy. During that time, I was also lucky enough to work for four years at Discopiù, where I developed both musically and in terms of equipment knowledge. There I met DJ Giotta, now manager of Metromare and Bolina Records, and the great Manuel Fogliata (aka Nuel), who sadly passed away a year ago. Nuel, together with Giaga and Mappa, was a dear friend and a fundamental guide for me.

In 2005, I wanted to experiment beyond the classic DJing concept. I wanted to create something new, a live format with Giaga and Mappa (both members of Margot). We spent hours in the studio, and I didn’t like the idea of performing alone in clubs. I was obsessed with experimentation, looking for a more hybrid way to perform, something that involved them too. Between 2008 and 2015, we developed the Margot project, which brought us great satisfaction and put us in close contact with James Holden. In my opinion, James remains one of the greatest artists ever; he took care of us, helped us join an agency, and made sure we performed often with him, as well as in world-class clubs. Those were the years we produced “Margot Goblin Think,” “France 2,” “Magico Disco,” and “Er Suonone,” tracks I’m still very proud of and consider masterpieces of our discography.

The years between 2016 and 2023, working with DJ Tennis, were also very enjoyable. That period led to the EP released on Life and Death and to my solo album as Sebra Cruz, a name suggested by Manfredi, with whom I continued touring the world after Margot.

If you had to choose your best and worst club experiences, what would they be?

The worst one is easy: a back-to-back with DJ Tennis in Room 2 at Fabric during a Life And Death party. I completely messed up, I didn’t get a single record right. It had never happened to me before. I had just taken my second Covid vaccine dose; I was exhausted and frustrated. I only got vaccinated because I didn’t want to miss the chance to play at Fabric. Our set started at 4 AM, but I arrived completely drained from checks, tests, and travel. Bad nights can happen, but why at Fabric, and at a Life And Death party?

As for the best experiences, definitely performing as Margot at Nacht Festival in Leipzig in 2012, and as Sebra Cruz, my DJ set at Sunday Sunday in Mexico City.

When did you feel the need to start producing music?

It all happened naturally. With my friends, we used to play instruments casually, and Mappa was studying at the conservatory. I set up a small studio in a basement with turntables, a mixer, and a computer. Giaga and Mappa were already very skilled with studio equipment, and sometimes I struggled to even follow their conversations. I was just a DJ giving suggestions, without hands-on experience. I felt I had no choice: to keep up, I studied harmony and learned guitar. Soon after, I focused on rhythm and started using Logic first, then Ableton, watching them closely and asking tons of questions.

You’ve worked a lot as a ghost producer. How do you feel about it?

I did ghost production purely for money, but after a few years I had to stop because I often felt exploited. I didn’t like seeing my tracks succeed under someone else’s name. Maybe I didn’t handle it perfectly, but I wouldn’t do it again anyway. I don’t agree with the concept, even though for a while the financial aspect pushed me to do it. Today, it’s definitely not my goal. I think artists rely on ghost producers because they lack the ability to create a strong, original sound on their own.

Do you think ghost production is ethically justified?

Personally, I see it as a lack of honesty. It’s not fair for the audience to believe that certain productions were made by their favorite artist when they weren’t. It’s also unfair to the actual composer. From a business perspective, though, this has always existed—, ike in pop music, where writers create songs and performers interpret them.

After more than 30 years in clubbing, are you satisfied with how the scene has evolved?

I’d like to start by saying, if I push it to the extreme, that today I almost feel more like a former DJ than an active member of the community. Over the past three years, I’ve almost completely changed my life, prioritizing my family and other work. Also because when I’m contacted, I ask for a fee that reflects my career, while promoters seem to care more about my Instagram followers. My requests seem excessive to them, and I’m fine with that: in my life, I’ve cared more about selecting and producing meaningful music than being seen as an influencer. Apart from a few gigs, I’m mostly observing what’s happening in today’s scene from the outside.

I still have a very clear idea of the current dynamics and, if I were still closely connected to influential figures, I would probably invest more energy in trying to change things and create a credible alternative to what’s happening now. Up until about ten years ago, the club atmosphere was built on feeling—on the exchange between the DJ and the dancefloor, on a deeper emotional connection. Today everything is faster, more predictable, structured around drops, drum rolls, buildups, drops again, and bangers.

Let me give you an example: I clearly remember a moment in 2003 at Circoloco with Cirlillo while Tania Vulcano was playing. The music consisted only of a kick and a bassline, and after several minutes, hi-hats came in with an offbeat 808 accent. At that moment, the crowd exploded just for the introduction of a hi-hat pattern. If I remember correctly, the track was a B-side from a 2020 Vision release. There was an incredible feeling on that dancefloor. If I think about today, the same kind of reaction can be triggered by a drop packed with “wind” effects, crazy visuals, and DJs dancing like entertainers, but it only lasts for a moment, because there’s a constant need to recreate that spectacle again and again to keep the audience engaged. This pattern, this frantic need to always be watching something, has replaced the sense of intimacy and genuine shared experience that once defined what we now call clubbing.

I see the increased interest in electronic music as something positive, but at the same time, we are losing the artistic and aesthetic foundations that have always supported it. There is still interesting output, but performances have often become technically simplified thanks to technology, which has made it possible for almost anyone to become a DJ. What I believe is missing is a kind of categorization, distinguishing levels of skill regardless of genre. For example, artists like Donato Dozzy, Francesco Farfa, D’Julz, Bob Sinclar, Calvin Harris, Jeff Mills, Four Tet (just to name a few very different ones) cannot be placed on the same level as former models, influencers, or personal trainers whose main goal is to promote their image through dancing, showing off muscles, or provocative outfits. And it’s not just about aesthetics: even influential entrepreneurs are gaining space more for their power than for their musical choices. Listening to a lot of music doesn’t make you an acclaimed DJ, if what makes you one is social media content, then maybe there’s a problem. A footballer is good because of talent, not because they’ve watched many matches. A painter is good because they paint, not because they’ve seen many paintings. Many of the names trending today on Google seem more like posers than people who’ve spent nights working on sequencers or digging for records in basements. I like to imagine a system that distinguishes proposals in this way:

  1. DJ producers (the highest and hardest level to reach)
  2. DJs (diggers)
  3. Entrepreneur DJs or personalities with strong industry influence (often supported by ghost producers)
  4. Image DJs and content creators (supported by brands and ghost producers)

Paradoxically, each category should require a kind of license! The first two are what truly represent clubbing for me. The others might have more appeal right now… but perhaps instead of witnessing a professional performance, we’re attending an unstructured or even improvised show, something easy to consume, without expectations. Of course, everyone is free to choose where to go and what kind of experience to have as a paying customer. What isn’t always clear today is the level of expertise of the people behind the decks. It should be made clearer to the audience who has real experience and skills, and who has simply mastered aesthetics and “coolness,” supported by marketing professionals and ghost producers.

Think about professions like surgeons, engineers, waiters, architects, plumbers, electricians: what matters when choosing them is not their ability as content creators, but their preparation and solid knowledge. I don’t understand why DJing has become a refuge for content creators and people coming from completely different fields, like PR, dancers, footballers, or TV personalities. Maybe the scene has evolved this way because that’s simply how society progresses. Personally, I see myself as someone who loves research, the future, and experimentation, but to quote Quasimodo:

“Even bombs are the evolution of slingshots—but have we ever asked ourselves whether progress should always be praised??

Alessandro Carniel

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