Sara Persico e Mika Oki: l’intervista

10 Luglio 2026

Sara Persico e Mika Oki portano a Videocittà una delle performance audiovisive più intense e sperimentali del panorama contemporaneo.

Con Sphaîra, il duo costruisce un dialogo immersivo tra suono, luce e architettura, trasformando la percezione in materia viva e invitando il pubblico a un’esperienza di ascolto profondo. Vincitrici dei Videocittà Awards 2025 nella categoria AV Performance, Sara Persico e Mika Oki sviluppano una ricerca condivisa che attraversa elettronica sperimentale, vocalità radicale, installazione luminosa e memoria dei luoghi, dando vita a opere in cui immagine e suono convivono senza mai illustrarsi a vicenda.

In questa intervista a Parkett, Sara Persico e Mika Oki raccontano la nascita della loro collaborazione, il processo creativo dietro Sphaîra, il rapporto tra tecnologia e percezione, il valore politico dell’ascolto e le nuove direzioni della loro ricerca artistica. Un confronto che restituisce la visione di due tra le protagoniste più interessanti della scena audiovisiva internazionale.

Benvenute su Parkett. Sphaîra riunisce suono, luce e architettura, ponendo la percezione al centro dell’esperienza. Qual è stata la scintilla iniziale di questa collaborazione e in quale momento avete capito che le vostre pratiche artistiche potevano convergere in un linguaggio condiviso?

Mika Oki: Il mio lavoro ha sempre esplorato il modo in cui la luce possa modificare la nostra percezione dello spazio in una maniera quasi fisica.Quando Sara mi ha fatto ascoltare le registrazioni e mi ha parlato della cupola come di un corpo acustico vivente, ho riconosciuto molte delle stesse domande che io stessa mi pongo attraverso la luce: in che modo le forze invisibili plasmano la nostra esperienza emotiva e sensoriale.

Non abbiamo mai voluto che le immagini spiegassero la musica. Al contrario, abbiamo costruito due sistemi autonomi che si influenzano reciprocamente, permettendo al pubblico di muoversi liberamente tra il vedere e l’ascoltare, senza che uno dei due linguaggi prevalga sull’altro.

Sara Persico: Ho conosciuto Mika in Uganda alla fine del 2023, circa un anno prima che iniziassimo a lavorare insieme e a sviluppare questo progetto. Dopo oltre diciotto performance dal nostro debutto al Berlin Atonal, posso dire con certezza che il nostro incontro è stato una connessione davvero straordinaria.

Le sue scenografie luminose evocano qualcosa di indefinito, sospeso tra la materialità e il tempo. Credo che questo crei un dialogo perfetto con l’universo sonoro di Sphaîra, completando e ampliando la ricerca che avevo iniziato in modo intuitivo attraverso il suono.

Il teatro sperimentale di Tripoli, progettato da Oscar Niemeyer, porta con sé una storia complessa, plasmata dall’architettura, dalla politica e dalla memoria collettiva. In che modo quel luogo continua ad abitare Sphaîra mentre l’opera viaggia in contesti e davanti a pubblici differenti?

La cupola rimane il centro concettuale dell’opera anche quando ci esibiamo altrove.Il suo stato incompiuto, sospeso tra un’ambizione utopica e un’interruzione della storia, continua a risuonare ben oltre i confini del Libano. Piuttosto che riprodurre quel luogo, Sphaîra ne trasporta la memoria acustica e simbolica all’interno di nuovi spazi.

Ogni luogo che ci ospita diventa un nuovo corpo che entra in relazione con quelle registrazioni originarie e con l’installazione luminosa. L’opera cambia in base all’ambiente in cui viene presentata, ma conserva sempre le tracce di quel primo incontro.In questo senso, la performance non riguarda tanto la rappresentazione di un luogo, quanto l’attivazione della memoria che quel luogo custodisce.

Nei prossimi giorni presenterete Sphaîra a Videocittà, un festival dedicato ai linguaggi audiovisivi e alla sperimentazione tecnologica. Che cosa significa presentare questo lavoro in un contesto in cui il dialogo tra immagine e suono è al centro del programma?

È entusiasmante perché Videocittà incoraggia il pubblico a pensare oltre i confini disciplinari. Sphaîra non è un concerto accompagnato da immagini, né un’installazione con una semplice colonna sonora. È un progetto costruito attorno all’idea che sia il suono sia la luce possano diventare materiali spaziali.

La tecnologia fa certamente parte del lavoro, ma non viene mai utilizzata come spettacolo fine a sé stesso. Ci interessa capire come gli strumenti tecnologici possano amplificare la percezione e creare momenti di ascolto e attenzione profonda.

Presentare Sphaîra in un contesto che valorizza la sperimentazione permette a queste intenzioni di essere vissute pienamente, senza dover giustificare la natura ibrida del progetto.

Sara, la tua pratica artistica riunisce voce, elettronica analogica, field recording e improvvisazione. Quale ruolo occupa oggi la voce nel tuo lavoro e come si è evoluto il tuo rapporto con essa nel corso degli anni?

Sara Persico: La voce è sempre stata il nucleo più intimo e quasi spettrale del mio lavoro, il punto di partenza attraverso cui trasformo le emozioni in suono.Canto fin da quando ero molto piccola e ho studiato tecniche vocali fino al punto in cui è arrivato il momento di trasmettere ad altre persone ciò che avevo imparato, restituendo l’esperienza che avevo ricevuto.

Le possibilità offerte dal suono sono talvolta così vaste da risultare quasi travolgenti. Per questo sento il bisogno di tornare al mio strumento originario, la voce, che continua a trasformarsi nel tempo, proprio come cambia il ruolo che ricopre all’interno della mia pratica artistica.

Hai parlato della pratica artistica come di una forma di resistenza. In un’epoca segnata da conflitti e incertezza, quale responsabilità pensate abbiano il suono e la performance nel creare nuovi modi di ascoltare?

Sara Persico: Per noi la resistenza comincia dall’attenzione. La vita contemporanea frammenta continuamente la nostra percezione e riduce la nostra capacità di ascoltare. Creare situazioni in cui le persone possano rallentare, restare presenti e vivere insieme la complessità possiede già un significato politico.

Non ci interessa trasmettere messaggi diretti o interpretazioni definitive. Speriamo piuttosto di creare spazi in cui l’ambiguità possa esistere senza trasformarsi in confusione.

Ascoltare profondamente — l’architettura, gli ambienti, gli altri — può mettere in discussione i ritmi dominanti del consumo e offrire un modo diverso di entrare in relazione con il mondo.

L’arte non può risolvere le crisi politiche, ma può coltivare sensibilità, empatia e immaginazione collettiva.

Mika, i tuoi DJ set attraversano con naturalezza free jazz, rap, ambient, musica club ed elettronica sperimentale. Come costruisci un percorso d’ascolto capace di collegare mondi sonori così diversi mantenendo al tempo stesso una forte coerenza?

Mika Oki: I generi musicali non sono mai stati il principio organizzatore della mia pratica come DJ. Sono molto più interessata alle texture sonore, all’intensità emotiva e alla costruzione di una narrazione. Due brani appartenenti a tradizioni musicali completamente differenti possono condividere la stessa energia fisica o una simile risonanza emotiva.

Penso al DJ set come a una forma di racconto costruito attraverso il suono. Piuttosto che sviluppare una continuità puramente stilistica, cerco connessioni nascoste che permettano agli ascoltatori di passare da un universo musicale all’altro senza percepire brusche interruzioni.La sorpresa è importante, ma funziona davvero solo quando è sostenuta da una coerenza emotiva profonda.

Sara Persico Mika Oki
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Oltre alla musica, la tua pratica si estende alle installazioni luminose e alle arti visive. Come si è sviluppato nel tempo il tuo rapporto con la luce e quali possibilità espressive ti offre che il suono, da solo, non può raggiungere?

Mika: La luce è diventata una naturale estensione della mia formazione nella scultura.Non la considero un elemento decorativo, ma un materiale capace di modellare lo spazio, il tempo e la percezione. Come il suono, la luce è intangibile, eppure influenza profondamente il modo in cui abitiamo gli ambienti.

La luce può rivelare e, allo stesso tempo, nascondere. Può appiattire lo spazio oppure farlo apparire infinitamente profondo.A differenza del suono, trasforma direttamente ciò che il corpo vede, permettendomi di lavorare sulla percezione stessa piuttosto che sulla rappresentazione.

Insieme, suono e luce danno vita a un dialogo tra l’udito e la vista che mette continuamente in discussione ogni certezza.

In Sphaîra, luce e suono sembrano svilupparsi come due narrazioni indipendenti che interagiscono costantemente. Come avete costruito questo equilibrio durante il processo creativo?

Fin dall’inizio volevamo evitare che la sincronizzazione diventasse la strategia dominante.Il rapporto tra suono e luce si fonda sul dialogo, non sull’illustrazione.Abbiamo sviluppato i due sistemi separatamente, prima di metterli in relazione. Questa distanza ha permesso a ciascun linguaggio di conservare la propria autonomia, pur restando sensibile e reattivo all’altro.

A volte i due elementi convergono, altre volte si allontanano.È proprio questa tensione a creare uno spazio in cui la percezione diventa attiva anziché passiva, invitando il pubblico a rinegoziare continuamente ciò che sta vivendo.

Il termine “immersivo” è ormai onnipresente nell’arte contemporanea. Che cosa significa l’immersione all’interno della vostra pratica e quale tipo di esperienza sperate che il pubblico porti con sé dopo aver vissuto Sphaîra?

Spesso l’immersione viene intesa come un sovraccarico dei sensi ottenuto attraverso la tecnologia.La nostra idea è quasi l’opposto.Per noi, immersione significa creare le condizioni affinché possa emergere un’attenzione profonda e concentrata.

Non vogliamo sommergere il pubblico di stimoli, ma offrirgli uno spazio in cui possa rallentare, osservare e ascoltare in modo più consapevole.Se, uscendo dalla performance, le persone sentono di aver modificato anche solo leggermente il proprio modo di percepire il tempo, lo spazio o il suono, allora il lavoro ha raggiunto il suo obiettivo.

Sara Persico Mika Oki

Guardando oltre Sphaîra, quali domande stanno guidando oggi la vostra ricerca artistica? Ci sono nuovi territori, linguaggi o collaborazioni che desiderate esplorare nei prossimi anni?

Entrambe siamo interessate a continuare a espandere il nostro lavoro oltre i formati performativi convenzionali.

Architettura, corpo e natura rimangono al centro della nostra ricerca, in particolare quei luoghi la cui storia continua a risuonare attraverso la loro presenza fisica.Siamo inoltre attratte da progetti site-specific di lunga durata che uniscano installazione, performance e composizione, permettendo alle opere di evolversi nel tempo invece di esistere come oggetti conclusi e immutabili.

Ci interessa sviluppare lavori che crescano insieme ai luoghi e alle persone che li attraversano, lasciando che il tempo diventi parte integrante del processo creativo.

ENGLISH VERSION

Sara Persico and Mika Oki bring one of the most compelling and forward-thinking audiovisual performances on the contemporary scene to Videocittà.

With Sphaîra, the duo crafts an immersive dialogue between sound, light and architecture, transforming perception into a living material and inviting audiences into a state of deep, attentive listening. Winners of the Videocittà Awards 2025 in the AV Performance category, Sara Persico and Mika Oki have developed a shared artistic practice that moves fluidly across experimental electronics, radical vocal experimentation, light installation and spatial memory, creating works in which image and sound coexist as autonomous yet deeply interconnected languages.

In this interview with Parkett, Sara Persico and Mika Oki discuss the origins of their collaboration, the creative process behind Sphaîra, the relationship between technology and perception, the political potential of listening, and the evolving directions of their artistic research. The conversation offers an in-depth insight into the vision of two of the most distinctive voices shaping today’s international audiovisual landscape.

Sara Persico Mika Oki

Welcome to Parkett. Sphaîra brings together sound, light and architecture, placing perception at the heart of the experience. What was the initial spark behind this collaboration, and at what point did you realise your practices could converge into a shared artistic language?

Mika Oki: My work has always explored how light can alter our perception of space in a way that feels almost physical.When Sara shared the recordings and spoke about the dome as a living acoustic body, I recognised many of the same questions I ask through light: how invisible forces shape our emotional and sensory experience. We never wanted visuals to explain the music. Instead, we built two autonomous systems that influence one another, allowing the audience to navigate between seeing and listening rather than privileging one over the other.

Sara Persico: I met Mika in Uganda at the end of 2023, a year before we began working together and developing this project. After more than 18 performances since our debut at Berlin Atonal, I can confidently say that our encounter has been an extraordinary connection.

Her light scenographies evoke the indefinite, something suspended between materiality and time. I feel this creates the perfect dialogue with the sonic world of Sphaîra, complementing and expanding the exploration I had intuitively begun through sound.

The experimental theatre in Tripoli, designed by Oscar Niemeyer, carries a layered history shaped by architecture, politics and collective memory. How does that site continue to inhabit Sphaîra as the work travels to different contexts and audiences?

The dome remains the conceptual centre of the work even when we perform elsewhere. Its unfinished state, suspended between utopian ambition and historical interruption, resonates beyond Lebanon. Rather than reproducing the site, Sphaîra carries its acoustic and symbolic memory into new spaces.

Each venue becomes another body that interacts with those original recordings and with the light installation. The work changes according to its surroundings, but it always preserves traces of that first encounter. In this sense, the performance becomes less about representing a place than about activating the memory embedded within it.

In the coming days, you’ll present Sphaîra at Videocittà, a festival dedicated to audiovisual languages and technological experimentation. What does it mean to present this work in a setting where the dialogue between image and sound lies at the core of the programme?

It’s exciting because Videocittà encourages audiences to think beyond disciplinary boundaries. Sphaîra isn’t a concert accompanied by visuals, nor is it an installation with a soundtrack. It’s built around the idea that sound and light can both become spatial materials.

Technology is certainly part of the work, but never as spectacle. We’re interested in how technical tools can heighten perception and create moments of deep attention. Presenting Sphaîra in a context that values experimentation allows those intentions to be experienced without having to justify the hybrid nature of the project.

Sara, your practice brings together voice, analogue electronics, field recordings and improvisation. What role does the voice occupy in your work today, and how has your relationship with it evolved over the years?

Sara Persico: Voice has always been the ghostly core of my work and the starting point to channel my emotions into sound. I’ve sung since I was very young, then studied vocal techniques until it became my turn to teach others and give back what I had learned.

The sound resources and possibilities are sometimes overwhelming and I find grounding in returning to my original instrument, which keeps changing over time, as does its role in my work.

You have spoken about artistic practice as a form of resistance. At a time marked by conflict and uncertainty, what responsibility do you think sound and performance carry in creating new ways of listening?

Sara Persico: For us, resistance begins with attention. Contemporary life constantly fragments our perception and shortens our capacity to listen. Creating situations where people slow down, remain present and experience complexity together already carries political significance.

We’re not interested in delivering direct messages or fixed interpretations. Instead, we hope to create spaces where ambiguity can exist without becoming confusion. Listening deeply—to architecture, to environments, to each other—can challenge dominant rhythms of consumption and offer another way of relating to the world. Art cannot resolve political crises, but it can cultivate sensitivity, empathy and collective imagination.

Mika, Your DJ sets move effortlessly between free jazz, rap, ambient, club music and experimental electronics. How do you shape a listening journey that connects such different sonic worlds while maintaining a strong sense of coherence?

Mika Oki: Genres have never been the organising principle of my DJ practice. I’m much more interested in texture, emotional intensity and narrative progression. Two tracks that belong to completely different musical traditions can share a similar physical energy or emotional resonance.

I think of DJing as storytelling through sound. Rather than building around stylistic continuity, I look for hidden connections that allow listeners to move between different worlds without feeling abrupt transitions. Surprise is important, but it only works when it’s supported by an underlying emotional coherence.

Sara Persico Mika Oki

Alongside music, your practice extends into light installations and visual art. How has your relationship with light developed over time, and what forms of expression does it allow that sound alone cannot achieve?

Mika Oki: Light became a natural extension of my sculptural background. I don’t think of it as something decorative but as a material capable of shaping space, time and perception. Like sound, light is intangible, yet it profoundly affects how we inhabit environments.

Light can reveal while simultaneously obscuring. It can flatten space or make it feel infinitely deep. Unlike sound, it directly transforms what the body sees, allowing me to work with perception itself rather than representation. Together, sound and light create a dialogue between hearing and seeing that constantly destabilises certainty.

In Sphaîra, light and sound seem to unfold as two independent narratives that continuously interact. How did you develop this balance throughout the creative process?

From the beginning, we wanted to avoid synchronisation as a default strategy. The relationship between sound and light is based on conversation rather than illustration.

We developed both systems independently before bringing them together. That distance allowed each language to preserve its own autonomy while remaining responsive to the other. Sometimes they converge; sometimes they drift apart. That tension creates a space where perception becomes active rather than passive, inviting audiences to constantly renegotiate what they are experiencing.

The term “immersive” has become ubiquitous in contemporary art. What does immersion mean within your own practice, and what kind of experience do you hope audiences will take away from Sphaîra?

Immersion is often understood as overwhelming the senses through technology. Our understanding is almost the opposite. For us, immersion means creating the conditions for focused attention.

Looking beyond Sphaîra, what questions are currently driving your artistic research? Are there new territories, mediums or collaborations you feel drawn to explore in the years ahead?

We’re both interested in continuing to expand beyond conventional performance formats. Architecture, body and nature remain a central point of interest, particularly spaces whose histories continue to resonate through their physical presence.

We’re also drawn toward longer-term site-responsive projects that combine installation, performance and composition, allowing works to evolve over time rather than existing as fixed pieces.

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