six + 4 =

Di struttura modulare, semi-modulare e integrata, i sintetizzatori sono uno strumento elettronico che dagli anni ’60 ad oggi ha donato alla musica una nuova dimensione sonora, sconosciuta e non presente in natura.

Partendo dal Moog Modular e dall’Arp 2500, primi strumenti che hanno riscosso notevole successo tra i musicisti della seconda metà del ‘900, fino ad arrivare ai più moderni sintetizzatori digitali, scopriremo come questo strumento si è evoluto nel tempo e qual è stata la sua principale funzione all’interno del mondo della musica elettronica moderna.

Moog Modular 3C

Il primo album rock in cui è presente un sintetizzatore modulare, cioè composto da differenti moduli scelti esclusivamente dai musicisti per poter generare dei suoni puramente analogici, è Emerson, Lake And Palmer (Novembre, 1970). Nel brano Lucky Man, il pianista Keith Emerson suona il sintetizzatore con un effetto travolgente per tutti gli amanti del rock.

Arp 2600

L’Arp 2600, disegnato da Alan R. Pearlman, apre la strada ai sintetizzatori semi-modulari, ovvero strumenti contenenti una serie di percorsi sonori pre-definiti insieme ad altri raggiungibili attraverso pathchords e sistemi di connessione esterni. Il suo primo utilizzo è presente all’interno di album rilasciati da artisti del calibro di David Bowie e Brian Eno.

Moog Minimoog e Arp Odissey

A partire dagli anni ’70, con l’utilizzo sempre più massiccio del sintetizzatore nella musica Rock, si sentì sempre più l’esigenza di creare strumenti più facilmente trasportabili. Gruppi come i Pink Floyd iniziarono sempre più frequentemente a utilizzare all’interno della propria musica timbriche inusuali e mistiche create ad hoc con i sintetizzatori. Nacquero così i primi modelli integrati o non modulari, ovvero strumenti dotati di moduli comuni e indispensabili: Moog Minimoog e Arp Odissey rivoluzionarono totalmente la scena musicale grazie al loro peso ridotto e alla loro facilità d’uso.

Il Minimoog è composto da sei sorgenti di suono. Cinque di queste (tre oscillatori elettrici con forme d’onda selezionabili, un generatore di rumore e una linea di input dall’esterno) passano attraverso un mixer verso cui si può regolare indipendentemente il volume di ciascuna delle sorgenti creando, grazie anche al filtro esterno, infinite possibilità di composizioni sonore. Con la sua timbrica unica e graffiante fu il sintetizzatore per antonomasia degli anni ’70 e ’80, utilizzato da icone del progressive rock e della musica elettronica come Vangelis e Kraftwerk.

Tra gli anni ’70 e gli anni ‘80

La fine degli anni settanta vide lo sviluppo di strumenti monofonici che consentivano di suonare solo un tasto alla volta utilizzando una tecnologia che agiva esclusivamente a sintesi sottrattiva. Il suono era ricco di armoniche e si modellava sottraendo da esso bande di frequenze, totali o parziali, con filtri e generatori di inviluppo.

Negli anni ’80, il mondo della musica iniziò a scoprire i nuovi sintetizzatori polifonici, cioè a più voci, che presentarono però grossi problemi di intonazione. Ed è qui che fece la sua apparizione la casa giapponese Roland, risolvendo brillantemente questi problemi con i suoi Juno e Jupiter: questi, implementavano infatti una nuova tecnologia con la quale i generatori analogici venivano intonati da un generatore digitale.

L’avvento del digitale

Il sintetizzatore, dunque, ha rivoluzionato totalmente il mondo della musica grazie alle sue infinite potenzialità sonore e grazie ad uno dei suoi grandissimi vantaggi: la capacità di offrire al musicista una vera e propria “orchestra portatile”. Con il passare del tempo però, iniziarono ad essere notati i suoi primi difetti: suoni instabili e mancanza di memoria interna spazientirono non poco i musicisti. Proprio per questo, si è lavorato nella direzione dello sviluppo tecnologico, che porterà dai synths digitali (Yamaha Dx) più stabili poiché basati esclusivamente su numeri, ai virtual analog (Clavia Nord Lead) vere e proprie emulazioni di macchine analogiche, agli attuali VST (Massive),  sintetizzatori virtuali completi a portata di clic. Grazie ai Plugins Vst (Virtual Studio Technology) possiamo permetterci di utilizzare strumenti semplicemente aprendo la nostra DAW (Digital Audio Workstation) e collegando una tastiera esterna MIDI alla nostra scheda audio.

Tra le più importanti case produttrici di sintetizzatori virtuali vogliamo ricordare Arturia, brand di garanzia assoluta, che ha sviluppato emulazioni di synths leggendari come il Roland Jupiter, il Moog Minimoog e l’Arp 2600 (clicca QUI per leggere il nostro approfondimento sui migliori sintetizzatori in commercio).

Ma quanto ha influenzato tutto ciò il corso della musica ed il nostro modo di comporla?

Tantissimo, basti pensare alla facilità d’uso di un sintetizzatore di oggi, rispetto ad un massiccio e costoso modulare degli anni ’60. Avere a nostra disposizione un grande numero di sintetizzatori digitali e virtuali, inoltre, ci ha permesso di esplorare, conoscere e spingerci oltre la classicità.

La musica di oggi è maggiormente caratterizzata da melodie emozionali, istintive ed esoteriche; ritmi semplici e dinamici e meno “costruiti”. Con il passare del tempo, siamo passati dalla rigidità dei suoni modulari analogici degli anni ’60 alla sregolatezza dei suoni Moog ’70. Dalla positività della Disco music all’energia dell’House Music, dal Pop alla Minimal e dalla Trance alla Melodic Techno.
I sintetizzatori, dunque, influenzano il mondo della musica da oltre 60 anni e l’elettronica di oggi è la musica del futuro con un’impronta del passato. L’uomo non può mettere da parte la storia, escludendo le proprie radici, i suoni puri e naturali che ci riportano alle nostre origini, alla nostra terra. Cercheremo sempre di rivivere le emozioni vissute un tempo, ma con uno sguardo rivolto verso una creatività nuova.

Noi, siamo materia ed energia; analogico e digitale: un incontro tra due mondi diversi, ma complementari. Noi, siamo figli del passato e padri del futuro e come tali, continueremo il nostro viaggio senza fermarci mai. Quali altri mondi esploreremo con i prossimi sintetizzatori? Dove ci porteranno i nostri strumenti del tempo?
Questo nessuno può saperlo, ma lasciatemi dire che abbiamo una gran voglia di scoprirlo.

Andrea Ghidorzi