− four = three

Techno italiana: qualche tempo fa avevamo toccato l’argomento (QUI), che aveva avuto risonanza anche in altre testate (QUI). Si parlava dell’Italia e non era quel genere di cose per cui scuotere la testa sconsolati ma anzi, per una volta c’era da andare fieri. Era infatti uno di quei casi in cui in mezzo a una skyline di rovine, svetta il genio che ogni tanto ci viene attribuito. Le espressioni che si accompagnavano erano “Italians do it better” e “Italians do it darker“: ci si riferiva a quello che sta diventando uno stile peculiarmente italico di fare musica techno. Scuro, e vorremmo provare a estrapolare i motivi che hanno originato tali tonalità. Ci piace pensare che questo filone che prende corpo non sia solo un’onda che si infrange una volta per non tornare più, ma che sia un nuovo mare in cui immergersi, e poter dire un giorno “c’è la techno di Detroit, quella berlinese, e quella italiana“.

Prendiamo come esempio di suono-tipo un artista come Donato Dozzy, che certamente non è l’unico, altrimenti non staremmo qui a parlare di “corrente” o di “filone” italiano, ma anzi si affianca ad altri che partecipano a delineare questo fenomeno. Donato Dozzy sarebbe l’archetipo dell’artista che ha scolpito il suo suono rendendolo al contempo del tutto personale e assolutamente inconfondibile come suono della techno italiana odierna. E’ inevitabile ravvisare delle reminiscenze trance che provengono dagli ormai lontani anni ’90, ma che sono state rielaborate in maniera aggiornata e adattata non solo agli stilemi della techno, ma anche all’epoca attuale. Ciò che ne esce è un suono molto elegante e curato, ossessivo ed ipnotico, inequivocabilmente notturno. Per averne un assaggio molto rappresentativo si può ascoltare l’EP “Silent Drops” di Voices from the Lake, duo formato da lui e Neel.

Il nome che più immediatamente ci sovviene da affiancare al precedente è Giorgio Gigli e che ha fondato l’etichetta Elettronica Romana. Qualche giorno fa in un negozio di vinili ci siamo imbattuti nell’LP di debutto di Gigli, “The right place where not to be”. Dopo esserci lasciati catturare dal titolo e dai titoli dei brani, l’impressione data da un primo ascolto con il vinile aperto tra le mani è uno scenario di distruzione totale (nel senso positivo del termine). Sulla copertina e dentro ci sono immagini monocromatiche e in una sorta di tonalità seppia che ritraggono lande desolate, brulle e spoglie, con un testo in versi che evoca un mondo dove ogni essere umano e animale è morto, rimangono solo piante e minerali come detentori dei ricordi di quando c’eravamo. Il suono è un magma quintessenzialmente ambient-techno, di fattura magistrale, alienante, lontano, febbrile e profondo, curatissimo sia nella parte da ascoltare che in quella da osservare.

Un terzo esempio che riteniamo sia molto rappresentativo è Claudio PRC, artista nel roster di Elettronica Romana il quale afferma in prima persona di essere “cresciuto ascoltando Donato Dozzy e Giorgio Gigli“. Un EP simbolo dello stile di cui si parla è “L Synthesis“, di matrice inevitabilmente un po’ Dozziana (ci si passi il neologismo) ma assolutamente personale. Sono tre tracce molto minimali, dove suoni cavernosi si articolano in maniera fluida e scorrono senza attriti su una trascinante impalcatura ritmica. Qui se vogliamo il suono è ancora più scuro di quello di Dozzy, come se stessimo davanti a un passaggio di testimone in un momento in cui la narrazione accentua ancora di più i suoi caratteri. Anche la copertina è eloquente: un volto immerso nel buio, dall’incarnato monocromatico e l’occhio completamente nero.

Fermiamoci con gli esempi, anche se i nomi sarebbero ancora tanti, da Dino Sabatini a Ness, da Obtane a Neel, da Fabrizio Lapiana (fondatore della strepitosa etichetta Attic Music) a Lory D, forse primo effettivo colonizzatore di tutto questo con la sua label Sound Never Seen.

Citiamo anche: VII Circle, Uncode, Z.I.P.P.O, Raffaele Attanasio, Max Durante, Lucy (fondatore della Stroboscopic Artefacts), Alex Dolby, Domenico Crisci, Mattia Trani, Ayarcana, MTD, Irregular Synth, Mind Against, Synthek, Conrad Van Orton, Markantonio, Ascion, D. Carbone, Avatism, Unthone, Manuel Di Martino, PVS, Agents of Time, Somne, Emmanuel, Chevel, VSK, Logotech, The Analogue Cops, Techno Soldier, Roberto Clementi, Future 16 (Daniele Esposito), Frankyeffe, Sasha Carassi, Roberto Capuano, Claudio Coccoluto, Leo Anibaldi, Dusty Kid, Mr Bizz, Godblesscomputers, Pisetzky, Lear, Angy Kore, CW/A, Vilix, Luciano Esse, Malandra Jr., Simone Gatto e molti altri. Ci scusiamo se qualcuno è rimasto fuori da questo elenco: sicuramente ci siamo dimenticati qualche artista ma non è assolutamente cosa voluta. Noi rispettiamo e ammiriamo il lavoro di tutti i produttori italiani.

Questa la parte più squisitamente (è proprio il termine giusto) estetica. Ma dire che queste caratteristiche che si ritrovano in un’intera generazione di artisti dello stesso paese siano solo una scelta estetica sarebbe far finta di non vedere, e forse li offende anche un po’. Ricordiamoci che anche la techno italiana, come un tempo fecero il rock prima e il rap dopo, è un genere che dalla sua nascita si è spesso fatto interprete del quadro sociale a cui di volta in volta si accompagna, almeno in parte. In America c’è stato il collettivo Underground Resistance, il suo impegno e la sua eredità culturale.

Anche qui, dopo due decenni e migliaia di chilometri, c’è ovviamente una cornice di lettura, un contesto, dei contenuti che riflettono uno stato d’animo, uno stato di salute o di malattia da interpretare in base allo scenario in cui l’artista vive. Del resto parliamo di Italia, che ha più di un problema grave, e spesso sono stati proprio questi artisti a dire la loro sulla situazione del paese. Innanzitutto questa corrente di techno si è sviluppata durante il ventennio berlusconiano, di cui ci ricordiamo un po’ tutti. Al di là delle proprie preferenze politiche, un fatto è che lo stile dell’ex primo ministro era basato sull’uso della TV come strumento di distrazione, e proprio Donato Dozzy in un’intervista ha chiosato “tengono occupate le persone con le idiozie” (traduco dall’inglese a sua volta tradotto dall’italiano), riferendosi probabilmente al fatto che quel modo TV-centrico di governare abbia distolto dalla realtà, viziato e impigrito le mentalità mentre il paese scivolava in un declino tangibile, appiattendo tutto su “panem et circenses“.

Mentalità che, attecchendo per lungo tempo si è diffusa a macchia d’olio, finendo per ripercuotersi anche sulla club culture, sugli eventi della vita notturna che sono virati verso logiche più legate al ricavo del singolo piuttosto che all’effettivo spessore della proposta. Quando gli è stato chiesto un parere sul suonare in Italia, Gigli ha risposto “il più delle volte mi piace molto suonare in Italia, ma è sempre più difficile avere modo di esibirsi in club che hanno il giusto mood e il contesto appropriato per il genere di musica che suono. Mi piacerebbe molto suonare in ambienti culturali che di solito non ospitano eventi di musica elettronica. Sono abbastanza sicuro che questo tipo di location avrebbero molto più in comune con la mia musica che non i club“.

Dozzy, dal canto suo, sebbene affezionato al Brancaleone dove a lungo ha suonato da resident, lamenta il fatto che nel clubbing romano si è persa quella vena di impegno politico che c’era una volta. Per cui se a cavallo del millennio la situazione socio-politica era di declino, questi anni ’10 conclamano una situazione ancora più critica. Forse l’impoverimento, che non è solo culturale ma anche economico, potrebbe aver contribuito a spingere i gestori dei locali a una minore selettività per massimizzare le entrate? Non sappiamo. Anzi, ci fermiamo subito: questo oltrepassa ciò che ci è possibile vedere direttamente con gli occhi, e non siamo in grado di dire con esattezza i motivi dietro a questa caduta, se non per letture del tutto personali.

In siffatto quadro, comunque, la musica techno italiana, ammesso e concesso che rifletta l’epoca in cui ci troviamo, si articola su varianti del colore nero. Certamente è un nero musicato con molta testa, sapienza e stile, probabilmente le stesse predisposizioni che in passato ci hanno fatto ben volere da tutto il mondo anche in altri ambiti creativi. Ma è altresì vero che spesso è il malessere a tirar fuori le più efficaci e potenti espressioni artistiche. Di questo se ne hanno prove da secoli, alla fine è un discorso ricorrente. Per cui più andiamo a fondo, e più sentita sarà la musica che si farà strada dal fondo dell’abisso. Un po’ come con il cielo notturno: più spegnamo le luci della città, e più si palesa la volta stellata.

I think I have a dark soul,
sure, but I make music based on reality.
And right now…
– Obtane

Paolo Castelluccio