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Theo Parrish, dopo i recenti fatti di cronaca nera avvenuti negli Stati Uniti, rivolge una domanda alla comunità dance.

Theo Parrish ha dedicato una profonda riflessione ai recenti fatti di cronaca nera in cui un uomo di colore è stato ucciso dai poliziotti, anche in situazioni dove sembrava non necessario intervenire per uccidere. Episodi che fanno pensare a recrudescenze non isolate e su questi temi viene interpellata l’intera comunità dance, fatta di clubber e appassionati di musica elettronica che dovrebbero essere profondamente legati per motivi storici a tali tematiche.

Theo Parrish si è pronunciato all’indomani di un paio di casi recenti molto ravvicinati, quelli di Alton Sterling e Philando Castile, e dopo il ritrovamento di un uomo impiccato ad un albero nel parco di Atlanta.

E’ triste che nel 2016 si debba ancora parlare della condizione degli afroamericani, tema da sempre delicato ma che credevamo un po’ tutti andasse verso una situazione sempre più definitivamente distesa.

Cose che credevamo archiviate da decenni, commemorate con “Strange Fruit” di Billie Holiday che aiuta a mantenere una certa sensibilità storica.

The Parrish chiede come faccia la maggior parte della comunità dance ad andare a ballare in quegli stessi giorni.

Come è possibile che questi avvenimenti non suscitino una reazione in una comunità che si è proprio originata anche come reazione al razzismo, e facendo un punto di forza proprio nella tolleranza e nella solidarietà?

“‘Escapismo’ è stato spesso un termine usato per definire l’atto del ballare. Questo dal punto di vista di un’osservatore esterno. E’ la solidarietà ciò che realmente offre.”

Theo Parrish fa una domanda molto semplice alla comunità dance.

Ed effettivamente centra un punto che forse è un po’ sottovalutato al momento, in quest’epoca in cui forse ci siamo illusi che tutta la frivolezza sia stata riversata nell’EDM e in altri generi più di consumo.

In realtà la superficialità in quest’epoca di crisi generalizzata pervade il mondo occidentale quasi nella sua interezza, più di altre epoche, o almeno di quelle immediatamente precedenti.

Un analfabetismo di ritorno rispetto un po’ a tutte le forme di lungimiranza e sensibilità, rispetto alla modernità.

Nella scena musicale e nella comunità dance ci si impegna molto a tenere viva la vibe, si sfoggia orgogliosamente l’approccio “keep it real” per mantenere i contenuti musicali autentici.

Ed è vero che un musicista o un musicofilo (o meglio un DJ, un producer, un clubber, un raver o qualsiasi appassionato ascoltatore) pensano (o dovrebbero pensare) alla musica e solo alla musica sono rivolti, come spesso tendono a rispondere.

Ma è anche vero che una risposta del genere può nascondere la totale assenza di spirito critico.

Dietro ogni musica con una storia alle spalle, dietro ogni cultura o contro cultura musicale che nascono attorno a un messaggio, c’è il vero motivo per cui quella cultura o contro cultura ha motivo di esistere.

Disinteressarsene è essere turisti di quella musica, non suoi amanti, nè conoscitori.

Per cui se la comunità dance è ancora sensibile alle tematiche attorno cui è nata, alle lotte che ha fatto, alle fatiche, alle censure, alle prepotenze che ha passato, ma anche alle sue vittorie, se conserva ancora una scintilla di quell’impegno nella sfera sociale, ci si potrebbe aspettare un moto di agitazione, o anche solo del dibattito.

Questo forse sarebbe molto più “keep it real” di molte altre manifestazioni di facciata.

La musica si muove sempre e si evolve ma ha radici e una comunità che non potrebbe permettersi di abituarsi allindifferenza.

Paolo Castelluccio