In questi giorni Uli Behringer si è scatenato, annunciando che la Behringer è intenzionata ad avviare un progetto di cloni riguardante alcuni sintetizzatori che hanno fatto la storia, come il Minimoog Model D, l’Arp 2600 e l’OSCar.

Uli Behringer ci è indubbiamente simpatico. E non lo stiamo dicendo con sarcasmo. Il suo brand è notissimo nell’ambito degli strumenti musicali e nell’hardware legato alla produzione musicale. La Behringer è una marca divenuta famosa per i suoi mixer e i suoi pedali effetto per chitarra, prodotti dai prezzi molto contenuti che talvolta hanno come naturale conseguenza una bassa durabilità e affidabilità. Il brand tedesco ultimamente si è lanciato anche nel mercato dei sintetizzatori con il nuovo gigante polifonico DeepMind 12 e con il progetto ancora under construction di una drum machine (di cui è un po’ che non si sentono aggiornamenti).

Apprezzabilissima è anche l’attitudine di Uli Behringer all’ascolto nei confronti dell’utenza, dalla quale raccoglie con umiltà e apertura mentale consigli e feedback sui suoi prodotti, compresi quelli ancora in fase di realizzazione.

Ma ultimamente pare che il boss della casa tedesca si sia sbottonato un momento, con alcuni annunci che lì per lì possono essere sembrati provocazioni belle e buone. Almeno finchè non ha rincarato la dose, confermando che la sua intenzione è effettivamente reale. L’idea sembra fatta apposta per ritrovarsi contro una folla di utenti in stile Napalm51 che, paonazzi in volto, si scagliano contro l’annunciato sacrilegio riuscendo a fatica a controllare l’emotività. L’iniziativa consisterebbe nel clonare alcuni sintetizzatori storici, iconici, che tutti conosciamo e che sappiamo bene quanto hanno segnato per sempre la storia della musica, come il MiniMoog Model D, l’Arp 2600 e l’OSCar.

uli behringer

Forse non è tanto la clonazione in sè ad aver destato scalpore. Anche perchè nel mondo delle chitarre già esiste questa pratica e, a parte complicati cavilli riguardanti cessione di diritti e permessi ad usare nomi brevettati nel cui merito non vogliamo entrare per brevità, pare i chitarristi convivano con quest’usanza scegliendo felicemente cosa comprare al prezzo che possono permettersi. Anche se su questo tema si apre un mondo e non è questa la sede giusta per verificare se un paragone tra mondo chitarre e mondo synth sta effettivamente in piedi.

Piuttosto, un altro ampio problema che può venir posto è se veramente un Minimoog Model D, che nella sua reissue costa tra i 3500 e i 4000 €, è costruito con componenti di una qualità tale da giustificare il suo prezzo elevato, e se i componenti di un clone Behringer siano veramente tanto inferiori da giustificare uno zero in meno sul costo finale. Perchè se tra clone e originale i componenti hanno qualità simile, le cose sono due: o la Moog ci fa pagare in particolar modo un nome pesantissimo (oltre ad un’esperta manodopera, che ha indubbiamente la sua rilevanza), o la Behringer lavora con un margine di guadagno inferiore. Può darsi che le alternative siano vere entrambe. Anche perchè ci è capitato di riscontrare su vari forum e piattaforme online che alcuni prodotti Moog, sebbene amatissimi e indubbiamente di qualità eccelsa, possono anche loro soffrire qualche volta di rotture o piccoli problemi – tipico ormai è il caso della manopola del cutoff sulle prime serie di Sub37, sostituita in garanzia. Niente che faccia “cadere un mito”, nè che ci faccia paragonare la qualità Moog a quella Behringer, per carità, ma che ci fa ricordare quanto anche il fortissimo Achille aveva un tallone vulnerabile.

Al di là di questi risvolti tecnici, ciò che forse rischia di ritorcersi contro Uli Behringer è proprio l’impostazione che assomiglia a quando leggiamo in giro cose come “carbonara vegana”. Ecco, la carbonara vegana non esiste e non esisterà mai, per definizione. E questo non vuole essere un discorso da puristi, da “dinosauri”, sul piano della “lesa maestà”. Esiste una ricetta che la simula, ci può assomigliare, ma che per ovvi motivi non sarà mai una carbonara. E quindi tanto varrebbe chiamarla “spaghetti con asparagi a dadini in salsa etc etc.”, e ciò sarebbe senz’altro accolto con un favore maggiore da chiunque si vuole attirare con la propria creazione. ciò che ci chiediamo è: ha veramente senso sforzarsi di simulare con surrogati più o meno riusciti un qualcosa che comunque non andrà mai a sovrapporsi all’originale? Così facendo, scimmiottando un Model D e sbattendo in faccia una “D” sul pannello di un synth che a sua volta fa il verso anche al Mother32 (si noti la forma del case), si rischia solo di irritare inutilmente chi è affezionato a certi strumenti e li vede pervase di un’aura di sacralità intoccabile. Siamo in qualche modo convinti che il feedback del pubblico sarebbe decisamente migliore se, pur prendendo ispirazione dai circuiti dei sintetizzatori menzionati, la Behringer li proponesse come sue elaborazioni, con un suo disegno, un suo stile personale, anche senza nascondere l’intenzione di ricalcare più o meno fedelmente i circuiti degli originali.

Alla fine della fiera, bisognerà vedere chi vince alla prova del mercato. Certo è che la nomea di prodotti economici di Behringer non gioca a favore del brand in questa scommessa riguardante i cloni. Ma al contempo, il basso prezzo potrebbe spingere più di qualche musicista a provare suddetti prodotti in quanto non costituirebbero per alcuni un impegno economico esoso. L’affezionamento verso strumenti leggendari, inoltre, fa saltare dalla sedia nel momento in cui si teme che un clone economico e poco durevole possa infangare l’idea, l’icona che abbiamo impressa di un Arp 2600 – definito spesso il miglior sintetizzatore mai comparso sulla Terra – o di un MiniMoog, quintessenza del sintetizzatore per antonomasia. E forse è solo questo, il lato imputato come poco etico di tutta la faccenda.

Per ora, questi di Uli Behringer sono annunci fatti probabilmente per sondare il terreno, vedere che reazione suscita la proposta, analizzare come risponde l’utenza ed eventualmente procedere con il progetto: “we will reach out to you to see if there is enough interest”. Non è la prima volta che sentiamo annunci come questo, che però alla fine non hanno visto una realizzazione. Quindi potrebbe andare in porto come potrebbe non andare in porto.

Paolo Castelluccio