Con “Diathomee”, Sam Sala firma un debutto che si muove con discrezione ma lascia tracce profonde. La nostra review.

“Diathomee” è un lavoro che si lascia attraversare lentamente, come un paesaggio osservato attraverso la nebbia. Nato tra le rive del Lago di Como e sviluppato a Bruxelles, il progetto si muove lungo un confine poroso tra elettronica, percussione e ascolto ambientale, dove ogni suono sembra il risultato di un processo naturale più che di una scelta estetica.

Il concept ruota attorno alle diatomee, microscopiche alghe alla base della catena alimentare marina, organismi invisibili ma indispensabili. Sam Sala traduce questa idea in musica costruendo strutture ritmiche cicliche e ipnotiche, vere e proprie colonne portanti su cui si accumulano droni lo-fi, field recording e risonanze acquatiche.

I brani non si sviluppano secondo una narrazione lineare, ma per stratificazione, come sedimenti che si depositano nel tempo.L’apertura dell’EP introduce subito questa logica: pulsazioni secche e ripetitive creano un movimento minimale, mentre suoni ambientali emergono e scompaiono, suggerendo uno spazio indefinito. In “Birds“, uno dei momenti più riusciti del disco, il lavoro percussivo si fa più articolato e dialoga con texture oscure e cinematiche, dando vita a una traccia che sembra sospesa tra rituale e paesaggio industriale. È un brano che condensa molte delle influenze di Sala, fondendo suggestioni ambient, industrial e una sensibilità ritmica quasi tribale.

The Bliss Act I” e “The Bliss Act II” funzionano come due movimenti di uno stesso organismo: la prima parte più rarefatta e contemplativa, la seconda più densa e pulsante. Il ritmo respira, lasciando che siano le texture a disegnare lo spazio sonoro, in un continuo gioco di attrazione e dissoluzione.

Frozen Lake 1682” analizza invece il rapporto tra suono e immagine in maniera esplicita esplicita, anche per la sua genesi avvenuta da un video girato camminando su un lago ghiacciato. In questa traccia Sam Sala ci dona una sensazione di immobilità apparente, attraversata da micro-variazioni timbriche e percussive. Il suono sembra una superficie fragile, pronta a incrinarsi da un momento all’altro.

Contrariamente “Timeless” si muove su una dimensione più astratta, dilatando il tempo e lasciando che i droni e le risonanze si espandano in modo quasi ipnotico.

L’aspetto visivo è parte integrante di “Diathomee” poiché Sam Sala utilizza immagini microscopiche realizzate con un microscopio portatile per esplorare le soglie tra ambiente naturale e urbano, trasformandole in video e artwork. Anche l’edizione fisica dell’EP riflette questa poetica: cinquanta copie in tiratura limitata, trattate con acidi, che evocano processi di fossilizzazione, decomposizione e trasformazione nel tempo.

Registrato e mixato tra Milano e Brescia, con il supporto di Matteo Gualeni (Missing Ear), “Diathomee” è un esordio che si distingue per coerenza ricercando una sedimentazione lenta dell’ascolto, in cui suono e immagine si generano a vicenda.