Mentre i vent’anni sembrano sempre più un campo spinato di possibilità infinite e paralisi emotiva, i Marrakech Express trasformano quell’incertezza in musica.
Con “The Amicis”, il nuovo EP uscito il 10 aprile per Funclab Records, il duo Marrakech Express, nato tra Milano e Venezia, racconta il disorientamento di una generazione che osserva il mondo senza sentirsi ancora pronta a scegliere una direzione precisa.
Indie, richiami electroclash e immaginari notturni e un Ep che alterna introspezione e critica sociale, passando dalle istantanee urbane di “Guardie e Ladri” e “Massimino” alle atmosfere più intime e vulnerabili di “Radio Alice” e “150km”. Un lavoro che fotografa la precarietà emotiva contemporanea con lucidità, ironia e un’estetica nostalgica ma profondamente attuale.Ne
Ne abbiamo parlato direttamente con i Marrakech Express.
Benvenuti ragazzi! “The Amicis” racconta quel momento sospeso tra adolescenza ed età adulta: quanto c’è della vostra esperienza personale dentro questo EP?
Tantissimo, tutto. Ci piace dire che è il nostro lavoro più intimo proprio per questa ragione. Abbiamo e stiamo tuttora riflettendo su una fase della nostra vita specifica che stiamo attraversando, quel momento in cui la società ti vuole “adulto” e ti domandi cosa fare della tua vita. Ti guardi indietro e tiri un po’ le somme di quello che sono stati i tuoi vent’anni. Nel nostro caso lo sappiamo bene, però la domanda è lì presente costantemente in quanto il futuro è totalmente incerto.
Nel disco convivono dimensione intima e critica sociale. Come nasce il passaggio dalle fragilità individuali all’osservazione politica del presente?
Pensiamo che le due cose siano strettamente legate, in questo momento storico come in qualsiasi altro. È pressoché impossibile scinderle, il nostro stato mentale sarà sempre condizionato consciamente o inconsciamente dallo stato socio-politico in cui viviamo. È chiaro che se si ha una certa sensibilità ed interessamento riguardo alle crisi globali, queste finiranno naturalmente a influire ancora di più sulle nostre vite e ciò che pensiamo, facciamo e creiamo.

Brani come “Guardie e Ladri” e “Massimino” sembrano delle fotografie urbane molto precise: quali luoghi, situazioni o persone hanno ispirato queste canzoni?
Il mondo. Basta guardarsi attorno, non esiste un luogo specifico. Per Massimino potremmo dire Via Tolemaide a Genova o la Caserma Casilina a Roma, o perché no, la realtà dell’ICE in USA, ma può essere qualsiasi altra via, piazza o angolo del mondo. Non abbiamo pensato ad un posto, situazione o persone specifiche per Massimino. Per Guardie e Ladri forse il collegamento con Milano e Venezia può ed ha più senso. Ma ci piace pensare che si possa riportare in qualsiasi altra grande metropoli. Noi stessi siamo parte delle contraddizioni di Guardie e Ladri, siamo parte totale di quel sistema.
In “Radio Alice” e “150km” affrontate il tema del fallimento e della distanza nei vent’anni. Pensate che la vostra generazione viva una forma diversa di precarietà emotiva rispetto al passato?
Chiaramente ogni generazione ha vissuto il suo senso di inadeguatezza all’interno della società, sempre per motivi differenti. Non vogliamo giocare la carta del vittimismo ma dire che è fattuale che il nostro stato di precarietà ed economico è spaventoso, questo porta la nostra generazione a vivere con un costante senso di fallimento e sfiducia nel futuro. Ci piace però pensare che sia una sfiducia che non porta alla disillusione e abbandono di ogni speranza, anzi forse è proprio nella sfiducia che ci vogliamo reinventare, ricostruire, ridefinire, RI RI RI.
“Let’s Meet In My Dreams” apre e chiude idealmente il progetto con una dimensione quasi onirica. Che ruolo hanno il sogno e l’evasione nella vostra scrittura?
L’evasione spesso è vista negativamente, ma per noi è fondamentale a volte. Ognuno di noi ne ha bisogno, ognuno di noi ha bisogno di sognare. Qualsiasi rivoluzione parte dai sogni, da un’idea che a molti sembra utopica. C’era una poesia di Galeano citata su “L’Anarchia spiegata a mia figlia” di Guerrieri che raccontava sta cosa. Cioè bisogna sognare per poter cambiare le cose, le cose utopiche non sono irrealizzabili sono solo irrealizzate. Il sogno è importantissimo e l’evasione ha questo potere così primitivo a nostro avviso.
Dal punto di vista sonoro, nell’EP si sentono riferimenti all’elettronica dei primi anni 2010, tra electroclash e immaginario 8-bit. Quali artisti o mondi estetici vi hanno influenzato maggiormente durante la lavorazione?
Ascoltiamo le stesse cose da sempre in ripetizione. I nostri must da sempre sono The Strokes, Crystal Castles, The Libertines, Bloc Party, per poi passare a progetti più di nicchia che scopriamo di giorno in giorno. Ultimamente stiamo ascoltando molto The Femcels, the sound chalk makes e Worldpeace DMT.

Dopo il percorso iniziato con “ASA NISI MASA”, in che modo “The Amicis” rappresenta un nuovo capitolo per i Marrakech Express, sia artisticamente che umanamente?
Artisticamente abbiamo voluto metterci più a nudo, ecco il motivo per il quale ci sono apertamente le nostre voci e c’è molto più cantato.
Sentivamo la forte esigenza di raccontarci e per farlo abbiamo deciso di metterci in prima persona in tutto e per tutto, in modo che il risultato fosse il più sincero possibile. Abbiamo ritrovato anche le nostre sonorità di sempre e le abbiamo reinventate con la consapevolezza sviluppata in questi anni di musica assieme. La dimensione elettronica di ASA NISI MASA non scompare completamente proprio perche si riveste in un’altra forma.
Umanamente invece The Amicis ci sembra il nostro lavoro più intimo perche indaghiamo proprio noi stessi sia nel solitario che all’interno della società, mentre ASA era più un noi all’interno della collettività, la festa, la notte ecc.
Negli ultimi anni avete costruito un immaginario molto legato alla nightlife, al clubbing e alla nostalgia: secondo i Marrakech Express oggi la musica può ancora creare senso di comunità reale?
Assolutamente si, anzi ne abbiamo fortemente bisogno. La nightlife e il clubbing sono cambiati molto nel tempo e continueranno sempre a cambiare, così come la musica live. Ciò che non cambierà mai a nostro avviso è il costante bisogno delle persone di condividere la musica, e il clubbing e la musica live hanno in questo senso un potere infinito, in modo diverso ma sicuramente immenso.

Diventa sempre più difficile, invece, riuscire a creare una vera e propria scena, con artisti e ascoltatori accomunati da gusti comuni. In questo senso noi cerchiamo il più possibile di circondarci di persone che stimiamo dal punto di vista umano e artistico, proprio perché siamo fermamente convinti che sia il primo passo per creare comunità solide attraverso la musica.