La nostra intervista all’artista ischitano, in occasione del rilascio del suo nuovo disco “La Isla Respira”
Giuseppe Fimiani è un essere umano, e apriamo questo pezzo proprio in questo modo. Sembra quasi scontato, in effetti, ma scontato non è.
Quando siamo stati ospiti di Funky Express allo Spazio Cavea, in compagnia sua e di Sam Ruffillo, abbiamo avuto modo di conoscerlo e scambiare con lui due chiacchiere.
Quello che è ne risultato è proprio il ritratto di un essere umano che vive con il sale marino ischitano nel suo sangue, e che porta tutto questo sia in Italia che fuori dai confini nazionali.
E quindi, vi portiamo alla scoperta di un artista che ha provato di essere capace di far ballare tutti, ma che crediamo abbia ancora tanti assi nella manica da mostrare.
Signori e Signore, qui per voi: Fimiani!
ENGLISH VERSION BELOW
Ciao Giuseppe, benvenuto su Parkett. Iniziamo subito: chi è Fimiani prima di diventare tutto quello che è oggi?
Prima della musica ero già una persona molto curiosa e piena di interessi diversi. Sono cresciuto tra Ischia, Napoli e la Germania, quindi fin da piccolo ho avuto tante influenze differenti intorno a me, sia musicalmente che umanamente.
Sono sempre stato attratto da tutto quello che crea movimento ed emozione: i viaggi, il mare, lo sport, la nightlife, il clubbing, stare con le persone, vivere situazioni nuove. Ho fatto rugby, snowboard, sport outdoor… ho sempre avuto bisogno di vivere le cose in modo molto diretto e intenso.
Anche con la musica è successo così. Prima ancora di capire che sarebbe diventata il mio lavoro, già sperimentavo continuamente. Ho iniziato studiando tastiera e chitarra, poi sono arrivati i primi programmi musicali, il Commodore 64, i primi beat, i primi esperimenti.
Da adolescente poi il clubbing partenopeo mi ha aperto completamente un mondo. Lì ho capito quanto la musica potesse unire le persone e cambiare l’energia di un momento. Credo che gran parte del mio modo di vivere oggi la musica nasca proprio da quelle esperienze.

Se dovessi raccontare Fimiani senza musica, cosa rimarrebbe comunque intatto di te?
Credo rimarrebbe comunque la mia voglia di vivere esperienze, stare con le persone e creare qualcosa. Anche senza musica sarei una persona molto curiosa, molto sociale, uno a cui piace condividere idee, organizzare situazioni, mettere insieme persone ed energie diverse.
Alla fine la musica per me è sempre stata anche questo: un modo per creare momenti e far vivere qualcosa agli altri. Però penso che quella parte lì mi appartenga proprio come persona, indipendentemente dal fare il DJ o il producer.
Rimarrebbe sicuramente anche il mio lato umano ed emotivo. Sono molto legato agli affetti, alla famiglia, alle persone che amo. E credo che tutta quella sensibilità poi entri in modo naturale anche nel mio modo di vivere la musica e i rapporti umani.
Quando hai capito che la musica non era solo passione ma qualcosa di inevitabile? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito: “ok, questa è la mia strada”?
È successo in modo molto naturale, senza un momento preciso. Però credo che dentro di me ci sia sempre stata la sensazione che la musica avrebbe avuto un ruolo importante nella mia vita. Era qualcosa che coltivavo già da piccolo, quasi inconsciamente.
All’inizio era tutto molto legato al territorio, organizzavo eventi, suonavo tantissimo a Ischia e in Campania, vivevo il clubbing e la nightlife molto intensamente. Pian piano però le cose hanno iniziato ad allargarsi in modo spontaneo. Sono arrivate le prime richieste fuori dall’isola, poi fuori dalla Campania, e senza rendermene conto mi sono ritrovato dentro un percorso che cresceva sempre di più.
Parallelamente cresceva anche la necessità di produrre musica mia, di trasformare sensazioni ed esperienze in qualcosa di personale. Quindi è stato tutto un insieme di situazioni che si sono evolute contemporaneamente: il DJing, gli eventi, la produzione, il rapporto con le persone.
Sicuramente anche percorso con Toy Tonics mi ha aiutato ad ampliare molto la mia visione e la mia community, portando la mia musica oltre l’Italia.
Più che un singolo momento, è stato un insieme di esperienze che mi hanno fatto capire che quella era la mia strada. Ogni volta che vedevo persone connettersi davvero con la mia musica o con gli eventi che organizzavo, sentivo che stavo costruendo qualcosa di autentico. Poi col tempo tutto è cresciuto in modo naturale, fino a diventare parte totale della mia vita.
C’è un disco o un DJ a cui attribuisci il merito della tua prima infatuazione con la musica? O magari, un artista della tua Napoli?
È difficile legarlo a un solo disco o a un solo artista, perché la mia formazione musicale è stata veramente un mix di mondi diversi, e ognuno mi ha lasciato qualcosa.
Sicuramente il rap e l’hip hop hanno avuto un impatto enorme su di me all’inizio: Grandmaster Flash, Wu-Tang Clan, Notorious B.I.G… tutto quel mondo lì mi ha fatto innamorare del groove, del ritmo e dell’attitudine della musica.
Poi crescendo sono arrivati artisti come Moodymann, Masters At Work e tutto il movimento Angels of Love, che mi hanno aperto ancora di più la mente sul lato house, soulful e sulla cultura del clubbing vissuta in modo molto umano e musicale.
Un altro momento fondamentale è stato quando ho ascoltato “Higher State of Consciousness” di Higher State of Consciousness di Josh Wink. Quel brano mi ha completamente aperto un nuovo mondo.
E poi c’è tutta la musica italiana e napoletana che si ascoltava in casa crescendo: Lucio Battisti, Lucio Dalla, Pino Daniele, Napoli Centrale, James Senese. Tutta quella musicalità mediterranea, calda e molto emotiva credo sia rimasta dentro il mio modo di vivere la musica ancora oggi.

Parliamo della tua opera prima: “Believe in Yourself” ha un’identità fortissima: napoletano e disco-funk. Da dove nasce questa combinazione così naturale e allo stesso tempo così particolare?
Nasce tutto in modo molto spontaneo, perché quelle influenze fanno parte di me da sempre. Non mi sono mai seduto a tavolino pensando di voler unire due mondi. Semplicemente sono cresciuto tra la cultura napoletana, mediterranea, e tutta la musica disco, funk e house che ascoltavo e vivevo.
Il groove disco-funk si sposa molto bene con la musicalità napoletana e con la lingua napoletana stessa, che ha già un ritmo e una musicalità molto forti. C’è qualcosa di estremamente caldo, diretto e umano in entrambe le cose.
La parte disco e funk mi ha sempre dato quel senso di libertà, groove ed energia collettiva che cercavo nella musica da club. La parte napoletana invece porta dentro emotività, melodia e identità. Quando ho iniziato a produrre, queste influenze sono uscite insieme in modo totalmente naturale.
E non volevo farlo in modo nostalgico o “folkloristico”. L’idea non era guardare al passato, ma reinterpretare quelle radici in modo personale e contemporaneo, cercando di creare qualcosa che parlasse sia della mia identità che del mio modo di vivere la musica oggi.

Che tipo di storia racconta davvero “Believe in Yourself”, al di là del groove?
Al di là del groove, “Believe in Yourself” racconta un percorso molto personale. Era un messaggio che sentivo davvero il bisogno di esprimere in quel momento della mia vita.
Viviamo in un mondo dove spesso ci si lascia trascinare troppo dai numeri, dalle metriche, dall’apparenza e dal giudizio degli altri, soprattutto anche nella musica. E quando le cose non vanno come vorresti, è facile cadere nel negativo o iniziare a piangersi addosso.
Nel testo infatti c’è una frase che dice: “Nun dà rett’ a nisciuno, si chiagne e te struje, maje niente succere.”Il senso è proprio questo: se rimani fermo a piangerti addosso e a rimuginare continuamente senza reagire, non succederà mai nulla. Puoi distruggerti pensando solo alle cose negative, ma così non vai avanti. I colpi vanno incassati, fanno parte del percorso, però poi devi riuscire a trasformarli in qualcosa di positivo.
A volte nella vita le occasioni arrivano e devi avere il coraggio di salire su quel “treno” che sta passando proprio in quel momento. Altre volte magari perdi quel treno, ma devi comunque trovare la forza di ripartire e rimetterti in cammino.
Alla fine “Believe in Yourself” parla proprio di questo: continuare a credere nel proprio percorso anche nei momenti più complessi, senza perdere sé stessi.
Quando produci un brano così personale, pensi più a chi lo ascolterà o a qualcosa che devi risolvere dentro di te?
In realtà non parto quasi mai da qualcosa che devo risolvere dentro di me. Anzi, molto spesso parto da una sensazione positiva, da un’energia, da una spinta emotiva che voglio trasformare in musica.
Cerco sempre di mettere nelle mie produzioni positività, calore ed energia. Ovviamente capitano anche brani più introspettivi, ma il mio approccio naturale è quello di creare qualcosa che possa trasmettere emozioni belle e far stare bene le persone.
Parto sempre dalla parte ritmica, dalla drums, dalle percs e mi faccio trasportare dall’energia che sto creando. Man mano poi aggiungo elementi ed alla fine inizio ad immaginare come potrebbero vivere quel brano, su un dancefloor, in macchina, in radio, a casa, durante un viaggio o in un momento particolare della loro vita. Poi lo testo durante i miei dj set, e faccio tutte le modifiche del caso fino ad arrivare poi al prodotto finale. E’ un processo abbastanza lungo J
Nella fase creativa mi piace quindi immaginare le reazioni, le sensazioni, il modo in cui una traccia può accompagnare un momento o creare una connessione tra persone diverse. Alla fine è proprio questo che amo della musica: il fatto che qualcosa che nasce da te poi diventi esperienza condivisa.

Sei conosciuto anche come Bplan. Questo nome sta ad indicare un “piano b” musicale che adotti nelle serate o ha un altro significato?
Il nome Bplan è nato in un momento particolare del mio percorso. Sicuramente dentro c’era l’idea del “piano B”, ma non nel senso di alternativa o seconda scelta. Anzi, era quasi il contrario: era il momento in cui sentivo di voler investire davvero tutte le mie energie nella musica.
Mi piaceva anche il riferimento ai B-side dei vinili, che molto spesso sono le tracce più particolari, più coraggiose o addirittura le migliori del disco. Quella cosa mi ha sempre affascinato tantissimo.
Quindi Bplan rappresentava uno spazio più libero, più istintivo, dove poter sperimentare e costruire la mia identità musicale senza troppe sovrastrutture.
Quale senti sia la differenza principale tra Fimiani e Bplan?
Credo che la differenza principale stia proprio nell’approccio alla produzione musicale.
Con Bplan lavoravo molto attraverso campioni, loop e sampling. Era un progetto molto più legato a un’estetica house underground, più cruda e istintiva. Mi piaceva prendere frammenti di musica, manipolarli, costruire groove ipnotici e molto club-oriented.
Con Fimiani invece il processo è completamente diverso. Produco una prima idea da zero, che poi costruisco in studio con musicisti professionisti con cui collaboro. È un progetto molto più organico, umano e suonato.
Mi piace proprio l’idea di creare qualcosa di vivo, dove ogni elemento nasce in studio e prende forma attraverso persone reali, strumenti reali ed energia reale. Non c’è quasi mai il concetto di “campione preso e riutilizzato”, ma una costruzione musicale fatta da zero.
Poi ovviamente i due mondi BPlan & Fimiani a volte s’intrecciano nei DJ set. C’è sempre quella componente house e clubbing legata al groove e ai campioni, ma oggi convivono con una parte molto più musicale e organica che rappresenta il progetto Fimiani.
Come nasce il tuo rapporto con Toy Tonics? È stato un colpo di fulmine o una costruzione lenta?
Direi entrambe le cose. C’è stata subito una forte sintonia musicale e umana, però allo stesso tempo il rapporto si è costruito pian piano nel tempo.
Ci siamo conosciuti dal vivo a Ischia, quando Matthias era in tour in Italia. Lo ospitammo in un party sull’isola e da lì è nato tutto in modo molto naturale. Fin dal primo momento ho percepito una visione della musica molto vicina alla mia.
Toy Tonics è una realtà che ho sempre sentito molto affine al mio modo di vivere la musica, perché non si è mai limitata solo al concetto di club track. Dentro c’è groove, ricerca, identità, ironia, contaminazione, ma soprattutto una forte componente umana ed energetica.
Quando abbiamo iniziato a collaborare ho percepito subito libertà creativa e apertura mentale. Non ho mai avuto la sensazione di dover rincorrere una formula precisa o adattarmi a qualcosa che non mi appartenesse.
E questa per me è stata una cosa fondamentale, perché credo che oggi sia sempre più raro trovare una realtà internazionale che lasci davvero spazio alla personalità degli artisti.
Cosa ti ha fatto capire che quella era “la tua casa musicale”?
Me l’ha fatto capire soprattutto la naturalezza con cui tutto è nato e si è sviluppato nel tempo.
Fin dalle prime proposte musicali che inviavo, sentivo che c’era subito sintonia. Il groove, l’approccio, l’energia dei brani venivano capiti e apprezzati in modo molto spontaneo, senza dover spiegare o forzare troppo la mia identità musicale.
Poi col tempo sono arrivate anche tante condivisioni di idee sul lato artistico, sul modo di vivere la musica, sul rapporto con la pista, con le persone e con tutta la componente umana che c’è dietro questo mondo. E questa cosa ha fatto nascere non solo una collaborazione artistica, ma anche un rapporto molto spontaneo e reale con tutto il team.
Lavorare con un’etichetta internazionale cambia il tuo modo di pensare la musica o ti ancora ancora di più alle tue radici?
Paradossalmente mi ha ancorato ancora di più alle mie radici. Quando inizi a confrontarti con una realtà internazionale capisci che la cosa più importante che puoi portare davvero è la tua identità.
All’inizio magari pensi che per arrivare fuori devi adattarti a determinati standard o seguire certe tendenze. Poi invece capisci che le persone si connettono molto di più a qualcosa che percepiscono autentico e personale.
Per me è stato proprio così. Più il progetto cresceva anche fuori dall’Italia, più sentivo il bisogno di valorizzare tutto quello che mi appartiene davvero: le influenze mediterranee, la musicalità napoletana, il calore umano, il groove, il modo di vivere la musica in maniera collettiva e fisica.
E credo che proprio questa sincerità abbia aiutato la mia musica a connettersi con persone di paesi e culture diverse. Alla fine, più una cosa è personale e reale, più riesce a diventare universale.
Parliamo del nuovo disco: se fosse una scena, un luogo o un momento, quale sarebbe?
Sicuramente sarebbe una spiaggia su un’isola. Per me è Ischia, l’isola dove sono cresciuto, ma allo stesso tempo è anche un luogo immaginario, il nostro posto sicuro, che credo tutti abbiamo dentro.
È un momento preciso e felice, sei in spiaggia di notte, guardi il cielo stellato, sorseggi la tua birra e per un attimo non pensi più a nulla. Ti svuoti completamente e resti connesso solo con la terra, con il mare, con la libertà e con l’energia che hai intorno in quel momento. Ed è lì che senti davvero “l’isola che respira”, quasi come se ti parlasse.
“La Isla Respira” per me è proprio questo: un posto sicuro, reale ma anche mentale. Un luogo che ti riporta ai tuoi momenti felici, alle sensazioni vere, a quella libertà che certe volte nella vita dimentichiamo.
Nel disco c’è molto questa idea di respiro, di energia, di continuo movimento, ma anche la capacità di fermarsi e saper stare nei momenti e nei luoghi. Non vivere sempre tutto di corsa, ma riuscire a sentire davvero quello che hai intorno.
C’è il mare, il viaggio, il dancefloor, il calore umano, ma anche il silenzio, la notte e l’introspezione. Tutte queste cose insieme sono l’anima di “La Isla Respira”.
Qual è stata l’emozione che ti ha spinto a scriverlo?
Più che una singola emozione, credo sia nato da un bisogno preciso: ritrovare autenticità e leggerezza.
Viviamo in un periodo dove tutto corre velocissimo, dove spesso siamo sempre connessi ma allo stesso tempo molto distanti da noi stessi e dagli altri. Con questo disco volevo tornare a qualcosa di più umano, spontaneo e reale.
Volevo raccontare quelle sensazioni semplici che a volte dimentichiamo: stare bene in un momento, sentirsi liberi, condividere energia con le persone giuste, vivere le cose senza troppe sovrastrutture.
Credo che “La Isla Respira” nasca proprio da questo desiderio di respiro. Di fermarsi un attimo, ritrovare equilibrio e riconnettersi con qualcosa di vero.
Ti aspetti qualcosa da questo progetto o sei più nella fase “lo lascio andare e vediamo dove arriva”?
Quando lavori tanto tempo a un progetto, ovviamente speri sempre che arrivi alle persone nel modo giusto, sarebbe falso dire il contrario. Spero che il disco possa arrivare a un pubblico sempre più ampio, che la community continui ad allargarsi e che sempre più persone possano connettersi con questo mondo.
Per me però un disco, una volta che esce, diventa soprattutto un momento di condivisione. Fino a quel momento la musica vive nel tuo studio, nella tua testa, nel tuo quotidiano. Poi a un certo punto esce e non appartiene più soltanto a te: inizia a vivere nelle emozioni, nei momenti e nelle esperienze delle altre persone.
Quindi sì, sono anche nella fase del “lo lascio andare e vediamo dove arriva”, però allo stesso tempo cerco comunque di accompagnare l’ascoltatore dentro questo progetto nel modo più naturale possibile, sia attraverso i DJ set che attraverso tutta la parte visiva e comunicativa che gira intorno al disco.
Mi piace l’idea che chi ascolta possa entrare davvero dentro quell’atmosfera e farla propria.

E per il futuro? Cosa ci riserva Fimiani?
Sicuramente c’è ancora tanta musica da scoprire e tanta musica già pronta che spero possa vedere la luce molto presto.
Continuerò a costruire la mia identità artistica seguendo sempre quello che mi rappresenta davvero, inserendo nuove influenze, nuove contaminazioni e tutto quello che nel tempo continua a ispirarmi musicalmente e umanamente.
Voglio portare avanti questo mio groove, questa mia identità sonora, continuando a evolvermi senza perdere spontaneità. E spero che sempre più persone possano entrarne a far parte e connettersi con questo mondo.
Chi è Fimiani prima di diventare tutto quello che è oggi?
Prima della musica ero già una persona molto curiosa e piena di interessi diversi. Sono cresciuto tra Ischia, Napoli e la Germania, quindi fin da piccolo ho avuto tante influenze differenti intorno a me, sia musicalmente che umanamente.
Sono sempre stato attratto da tutto quello che crea movimento ed emozione: i viaggi, il mare, lo sport, la nightlife, il clubbing, stare con le persone, vivere situazioni nuove. Ho fatto rugby, snowboard, sport outdoor… ho sempre avuto bisogno di vivere le cose in modo molto diretto e intenso.
Anche con la musica è successo così. Prima ancora di capire che sarebbe diventata il mio lavoro, già sperimentavo continuamente. Ho iniziato studiando tastiera e chitarra, poi sono arrivati i primi programmi musicali, il Commodore 64, i primi beat, i primi esperimenti.
Da adolescente poi il clubbing partenopeo mi ha aperto completamente un mondo. Lì ho capito quanto la musica potesse unire le persone e cambiare l’energia di un momento. Credo che gran parte del mio modo di vivere oggi la musica nasca proprio da quelle esperienze.
Se dovessi raccontarti senza musica, cosa rimarrebbe comunque intatto di te?
Credo rimarrebbe comunque la mia voglia di vivere esperienze, stare con le persone e creare qualcosa. Anche senza musica sarei una persona molto curiosa, molto sociale, uno a cui piace condividere idee, organizzare situazioni, mettere insieme persone ed energie diverse.
Alla fine la musica per me è sempre stata anche questo: un modo per creare momenti e far vivere qualcosa agli altri. Però penso che quella parte lì mi appartenga proprio come persona, indipendentemente dal fare il DJ o il producer.
Rimarrebbe sicuramente anche il mio lato umano ed emotivo. Sono molto legato agli affetti, alla famiglia, alle persone che amo. E credo che tutta quella sensibilità poi entri in modo naturale anche nel mio modo di vivere la musica e i rapporti umani.
Quando hai capito che la musica non era solo passione ma qualcosa di inevitabile? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito: “ok, questa è la mia strada”?
È successo in modo molto naturale, senza un momento preciso. Però credo che dentro di me ci sia sempre stata la sensazione che la musica avrebbe avuto un ruolo importante nella mia vita. Era qualcosa che coltivavo già da piccolo, quasi inconsciamente.
All’inizio era tutto molto legato al territorio, organizzavo eventi, suonavo tantissimo a Ischia e in Campania, vivevo il clubbing e la nightlife molto intensamente. Pian piano però le cose hanno iniziato ad allargarsi in modo spontaneo. Sono arrivate le prime richieste fuori dall’isola, poi fuori dalla Campania, e senza rendermene conto mi sono ritrovato dentro un percorso che cresceva sempre di più.
Parallelamente cresceva anche la necessità di produrre musica mia, di trasformare sensazioni ed esperienze in qualcosa di personale. Quindi è stato tutto un insieme di situazioni che si sono evolute contemporaneamente: il DJing, gli eventi, la produzione, il rapporto con le persone.
Sicuramente anche percorso con Toy Tonics mi ha aiutato ad ampliare molto la mia visione e la mia community, portando la mia musica oltre l’Italia.
Più che un singolo momento, è stato un insieme di esperienze che mi hanno fatto capire che quella era la mia strada. Ogni volta che vedevo persone connettersi davvero con la mia musica o con gli eventi che organizzavo, sentivo che stavo costruendo qualcosa di autentico. Poi col tempo tutto è cresciuto in modo naturale, fino a diventare parte totale della mia vita.
C’è un disco o un DJ a cui attribuisci il merito della tua prima infatuazione con la musica? O magari, un artista della tua Napoli?
È difficile legarlo a un solo disco o a un solo artista, perché la mia formazione musicale è stata veramente un mix di mondi diversi, e ognuno mi ha lasciato qualcosa.
Sicuramente il rap e l’hip hop hanno avuto un impatto enorme su di me all’inizio: Grandmaster Flash, Wu-Tang Clan, Notorious B.I.G… tutto quel mondo lì mi ha fatto innamorare del groove, del ritmo e dell’attitudine della musica.
Poi crescendo sono arrivati artisti come Moodymann, Masters At Work e tutto il movimento Angels of Love, che mi hanno aperto ancora di più la mente sul lato house, soulful e sulla cultura del clubbing vissuta in modo molto umano e musicale.
Un altro momento fondamentale è stato quando ho ascoltato “Higher State of Consciousness” di Higher State of Consciousness di Josh Wink. Quel brano mi ha completamente aperto un nuovo mondo.
E poi c’è tutta la musica italiana e napoletana che si ascoltava in casa crescendo: Lucio Battisti, Lucio Dalla, Pino Daniele, Napoli Centrale, James Senese. Tutta quella musicalità mediterranea, calda e molto emotiva credo sia rimasta dentro il mio modo di vivere la musica ancora oggi.
Parliamo della tua opera prima: “Believe in Yourself” ha un’identità fortissima: napoletano e disco-funk. Da dove nasce questa combinazione così naturale e allo stesso tempo così particolare?
Nasce tutto in modo molto spontaneo, perché quelle influenze fanno parte di me da sempre. Non mi sono mai seduto a tavolino pensando di voler unire due mondi. Semplicemente sono cresciuto tra la cultura napoletana, mediterranea, e tutta la musica disco, funk e house che ascoltavo e vivevo.
Il groove disco-funk si sposa molto bene con la musicalità napoletana e con la lingua napoletana stessa, che ha già un ritmo e una musicalità molto forti. C’è qualcosa di estremamente caldo, diretto e umano in entrambe le cose.
La parte disco e funk mi ha sempre dato quel senso di libertà, groove ed energia collettiva che cercavo nella musica da club. La parte napoletana invece porta dentro emotività, melodia e identità. Quando ho iniziato a produrre, queste influenze sono uscite insieme in modo totalmente naturale.
E non volevo farlo in modo nostalgico o “folkloristico”. L’idea non era guardare al passato, ma reinterpretare quelle radici in modo personale e contemporaneo, cercando di creare qualcosa che parlasse sia della mia identità che del mio modo di vivere la musica oggi.
Che tipo di storia racconta davvero “Believe in Yourself”, al di là del groove?
Al di là del groove, “Believe in Yourself” racconta un percorso molto personale. Era un messaggio che sentivo davvero il bisogno di esprimere in quel momento della mia vita.
Viviamo in un mondo dove spesso ci si lascia trascinare troppo dai numeri, dalle metriche, dall’apparenza e dal giudizio degli altri, soprattutto anche nella musica. E quando le cose non vanno come vorresti, è facile cadere nel negativo o iniziare a piangersi addosso.
Nel testo infatti c’è una frase che dice: “Nun dà rett’ a nisciuno, si chiagne e te struje, maje niente succere.”Il senso è proprio questo: se rimani fermo a piangerti addosso e a rimuginare continuamente senza reagire, non succederà mai nulla. Puoi distruggerti pensando solo alle cose negative, ma così non vai avanti. I colpi vanno incassati, fanno parte del percorso, però poi devi riuscire a trasformarli in qualcosa di positivo.
A volte nella vita le occasioni arrivano e devi avere il coraggio di salire su quel “treno” che sta passando proprio in quel momento. Altre volte magari perdi quel treno, ma devi comunque trovare la forza di ripartire e rimetterti in cammino.
Alla fine “Believe in Yourself” parla proprio di questo: continuare a credere nel proprio percorso anche nei momenti più complessi, senza perdere sé stessi.
Quando produci un brano così personale, pensi più a chi lo ascolterà o a qualcosa che devi risolvere dentro di te?
In realtà non parto quasi mai da qualcosa che devo risolvere dentro di me. Anzi, molto spesso parto da una sensazione positiva, da un’energia, da una spinta emotiva che voglio trasformare in musica.
Cerco sempre di mettere nelle mie produzioni positività, calore ed energia. Ovviamente capitano anche brani più introspettivi, ma il mio approccio naturale è quello di creare qualcosa che possa trasmettere emozioni belle e far stare bene le persone.
Parto sempre dalla parte ritmica, dalla drums, dalle percs e mi faccio trasportare dall’energia che sto creando. Man mano poi aggiungo elementi ed alla fine inizio ad immaginare come potrebbero vivere quel brano, su un dancefloor, in macchina, in radio, a casa, durante un viaggio o in un momento particolare della loro vita. Poi lo testo durante i miei dj set, e faccio tutte le modifiche del caso fino ad arrivare poi al prodotto finale. E’ un processo abbastanza lungo J
Nella fase creativa mi piace quindi immaginare le reazioni, le sensazioni, il modo in cui una traccia può accompagnare un momento o creare una connessione tra persone diverse. Alla fine è proprio questo che amo della musica: il fatto che qualcosa che nasce da te poi diventi esperienza condivisa.
Sei conosciuto anche come Bplan. Questo nome sta ad indicare un “piano b” musicale che adotti nelle serate o ha un altro significato?
Il nome Bplan è nato in un momento particolare del mio percorso. Sicuramente dentro c’era l’idea del “piano B”, ma non nel senso di alternativa o seconda scelta. Anzi, era quasi il contrario: era il momento in cui sentivo di voler investire davvero tutte le mie energie nella musica.
Mi piaceva anche il riferimento ai B-side dei vinili, che molto spesso sono le tracce più particolari, più coraggiose o addirittura le migliori del disco. Quella cosa mi ha sempre affascinato tantissimo.
Quindi Bplan rappresentava uno spazio più libero, più istintivo, dove poter sperimentare e costruire la mia identità musicale senza troppe sovrastrutture.
Quale senti sia la differenza principale tra Fimiani e Bplan?
Credo che la differenza principale stia proprio nell’approccio alla produzione musicale.
Con Bplan lavoravo molto attraverso campioni, loop e sampling. Era un progetto molto più legato a un’estetica house underground, più cruda e istintiva. Mi piaceva prendere frammenti di musica, manipolarli, costruire groove ipnotici e molto club-oriented.
Con Fimiani invece il processo è completamente diverso. Produco una prima idea da zero, che poi costruisco in studio con musicisti professionisti con cui collaboro. È un progetto molto più organico, umano e suonato.
Mi piace proprio l’idea di creare qualcosa di vivo, dove ogni elemento nasce in studio e prende forma attraverso persone reali, strumenti reali ed energia reale. Non c’è quasi mai il concetto di “campione preso e riutilizzato”, ma una costruzione musicale fatta da zero.
Poi ovviamente i due mondi BPlan & Fimiani a volte s’intrecciano nei DJ set. C’è sempre quella componente house e clubbing legata al groove e ai campioni, ma oggi convivono con una parte molto più musicale e organica che rappresenta il progetto Fimiani.
Come nasce il tuo rapporto con Toy Tonics? È stato un colpo di fulmine o una costruzione lenta?
Direi entrambe le cose. C’è stata subito una forte sintonia musicale e umana, però allo stesso tempo il rapporto si è costruito pian piano nel tempo.
Ci siamo conosciuti dal vivo a Ischia, quando Matthias era in tour in Italia. Lo ospitammo in un party sull’isola e da lì è nato tutto in modo molto naturale. Fin dal primo momento ho percepito una visione della musica molto vicina alla mia.
Toy Tonics è una realtà che ho sempre sentito molto affine al mio modo di vivere la musica, perché non si è mai limitata solo al concetto di club track. Dentro c’è groove, ricerca, identità, ironia, contaminazione, ma soprattutto una forte componente umana ed energetica.
Quando abbiamo iniziato a collaborare ho percepito subito libertà creativa e apertura mentale. Non ho mai avuto la sensazione di dover rincorrere una formula precisa o adattarmi a qualcosa che non mi appartenesse.
E questa per me è stata una cosa fondamentale, perché credo che oggi sia sempre più raro trovare una realtà internazionale che lasci davvero spazio alla personalità degli artisti.
Cosa ti ha fatto capire che quella era “la tua casa musicale”?
Me l’ha fatto capire soprattutto la naturalezza con cui tutto è nato e si è sviluppato nel tempo.
Fin dalle prime proposte musicali che inviavo, sentivo che c’era subito sintonia. Il groove, l’approccio, l’energia dei brani venivano capiti e apprezzati in modo molto spontaneo, senza dover spiegare o forzare troppo la mia identità musicale.
Poi col tempo sono arrivate anche tante condivisioni di idee sul lato artistico, sul modo di vivere la musica, sul rapporto con la pista, con le persone e con tutta la componente umana che c’è dietro questo mondo. E questa cosa ha fatto nascere non solo una collaborazione artistica, ma anche un rapporto molto spontaneo e reale con tutto il team.
Lavorare con un’etichetta internazionale cambia il tuo modo di pensare la musica o ti ancora ancora di più alle tue radici?
Paradossalmente mi ha ancorato ancora di più alle mie radici. Quando inizi a confrontarti con una realtà internazionale capisci che la cosa più importante che puoi portare davvero è la tua identità.
All’inizio magari pensi che per arrivare fuori devi adattarti a determinati standard o seguire certe tendenze. Poi invece capisci che le persone si connettono molto di più a qualcosa che percepiscono autentico e personale.
Per me è stato proprio così. Più il progetto cresceva anche fuori dall’Italia, più sentivo il bisogno di valorizzare tutto quello che mi appartiene davvero: le influenze mediterranee, la musicalità napoletana, il calore umano, il groove, il modo di vivere la musica in maniera collettiva e fisica.
E credo che proprio questa sincerità abbia aiutato la mia musica a connettersi con persone di paesi e culture diverse. Alla fine, più una cosa è personale e reale, più riesce a diventare universale.
Parliamo del nuovo disco: se fosse una scena, un luogo o un momento, quale sarebbe per Fimiani?
Sicuramente sarebbe una spiaggia su un’isola. Per me è Ischia, l’isola dove sono cresciuto, ma allo stesso tempo è anche un luogo immaginario, il nostro posto sicuro, che credo tutti abbiamo dentro.
È un momento preciso e felice, sei in spiaggia di notte, guardi il cielo stellato, sorseggi la tua birra e per un attimo non pensi più a nulla. Ti svuoti completamente e resti connesso solo con la terra, con il mare, con la libertà e con l’energia che hai intorno in quel momento. Ed è lì che senti davvero “l’isola che respira”, quasi come se ti parlasse.
“La Isla Respira” per me è proprio questo: un posto sicuro, reale ma anche mentale. Un luogo che ti riporta ai tuoi momenti felici, alle sensazioni vere, a quella libertà che certe volte nella vita dimentichiamo.
Nel disco c’è molto questa idea di respiro, di energia, di continuo movimento, ma anche la capacità di fermarsi e saper stare nei momenti e nei luoghi. Non vivere sempre tutto di corsa, ma riuscire a sentire davvero quello che hai intorno.
C’è il mare, il viaggio, il dancefloor, il calore umano, ma anche il silenzio, la notte e l’introspezione. Tutte queste cose insieme sono l’anima di “La Isla Respira”.
Qual è stata l’emozione che ti ha spinto a scriverlo?
Più che una singola emozione, credo sia nato da un bisogno preciso: ritrovare autenticità e leggerezza.
Viviamo in un periodo dove tutto corre velocissimo, dove spesso siamo sempre connessi ma allo stesso tempo molto distanti da noi stessi e dagli altri. Con questo disco volevo tornare a qualcosa di più umano, spontaneo e reale.
Volevo raccontare quelle sensazioni semplici che a volte dimentichiamo: stare bene in un momento, sentirsi liberi, condividere energia con le persone giuste, vivere le cose senza troppe sovrastrutture.
Credo che “La Isla Respira” nasca proprio da questo desiderio di respiro. Di fermarsi un attimo, ritrovare equilibrio e riconnettersi con qualcosa di vero.
Ti aspetti qualcosa da questo progetto o sei più nella fase “lo lascio andare e vediamo dove arriva”?
Quando lavori tanto tempo a un progetto, ovviamente speri sempre che arrivi alle persone nel modo giusto, sarebbe falso dire il contrario. Spero che il disco possa arrivare a un pubblico sempre più ampio, che la community continui ad allargarsi e che sempre più persone possano connettersi con questo mondo.
Per me però un disco, una volta che esce, diventa soprattutto un momento di condivisione. Fino a quel momento la musica vive nel tuo studio, nella tua testa, nel tuo quotidiano. Poi a un certo punto esce e non appartiene più soltanto a te: inizia a vivere nelle emozioni, nei momenti e nelle esperienze delle altre persone.
Quindi sì, sono anche nella fase del “lo lascio andare e vediamo dove arriva”, però allo stesso tempo cerco comunque di accompagnare l’ascoltatore dentro questo progetto nel modo più naturale possibile, sia attraverso i DJ set che attraverso tutta la parte visiva e comunicativa che gira intorno al disco.
Mi piace l’idea che chi ascolta possa entrare davvero dentro quell’atmosfera e farla propria.
E per il futuro? Cosa ci riserva Fimiani?
Sicuramente c’è ancora tanta musica da scoprire e tanta musica già pronta che spero possa vedere la luce molto presto.
Continuerò a costruire la mia identità artistica seguendo sempre quello che mi rappresenta davvero, inserendo nuove influenze, nuove contaminazioni e tutto quello che nel tempo continua a ispirarmi musicalmente e umanamente.
Voglio portare avanti questo mio groove, questa mia identità sonora, continuando a evolvermi senza perdere spontaneità. E spero che sempre più persone possano entrarne a far parte e connettersi con questo mondo.
ENGLISH VERSION
Fimiani: “Music can change the energy of a moment”
Our interview with the artist from Ischia, on the occasion of the release of his new album “La Isla Respira”
Giuseppe Fimiani is a human being, and that’s exactly how we’ll start this piece. It might seem obvious, in fact, but it’s not.
When we were guests of Funky Express at Spazio Cavea, in the company of him and Sam Ruffillo, we had the chance to get to know him and have a chat with him.
What emerged is a portrait of a human being who lives with Ischian sea salt in his blood, and who brings all of this both to Italy and beyond its borders.
And so, we invite you to discover an artist who has proven himself capable of getting everyone dancing, but who we believe still has many tricks up his sleeve to show.
Ladies and gentlemen, here for you: Fimiani!
Hello Giuseppe, welcome on Parkett. Let’s get straight to the point. Who was Fimiani before he became everything he is today?
Even before music, I was already a very curious person with a wide range of interests. I grew up between Ischia, Naples, and Germany, so from a very young age I was surrounded by many different influences, both musically and personally.
I’ve always been drawn to anything that creates movement and emotion: travel, the sea, sports, nightlife, clubbing, being with people, experiencing new situations. I played rugby, snowboarded, did outdoor sports… I’ve always needed to experience things in a very direct and intense way.
It was the same with music. Even before I realized it would become my career, I was already constantly experimenting. I started by studying keyboard and guitar, then came the first music programs, the Commodore 64, the first beats, the first experiments.
As a teenager, the Neapolitan club scene completely opened up a whole new world for me. That’s where I realized how much music could bring people together and change the energy of a moment. I believe that a large part of how I experience music today stems precisely from those experiences.
If you had to describe yourself without music, what part of you would remain unchanged?
I think what would remain is my desire to have new experiences, be with people, and create something. Even without music, I’d still be a very curious, very social person—someone who likes to share ideas, organize events, and bring together different people and energies.
Ultimately, music has always been that for me too: a way to create moments and help others experience something. But I think that part of me is just who I am as a person, regardless of whether I’m a DJ or a producer.
My human and emotional side would definitely remain as well. I’m very attached to my loved ones, my family, and the people I care about. And I think all that sensitivity naturally finds its way into how I experience music and human relationships.
When did you realize that music wasn’t just a passion but something inevitable? Was there a specific moment when you thought, “Okay, this is my path”?
It happened very naturally, without any specific moment. But I think there was always a feeling inside me that music would play an important role in my life. It was something I’d been nurturing since I was a child, almost unconsciously.
At first, everything was very tied to the local area; I organized events, played a lot in Ischia and Campania, and lived the clubbing and nightlife scene very intensely. Little by little, though, things started to expand spontaneously. The first requests came from outside the island, then outside Campania, and without realizing it, I found myself on a path that kept growing.
At the same time, the need to produce my own music was growing, to transform feelings and experiences into something personal. So it was a combination of situations that evolved simultaneously: DJing, events, production, and my relationships with people.
Certainly, my journey with Toy Tonics also helped me greatly expand my vision and my community, taking my music beyond Italy.
More than a single moment, it was a combination of experiences that made me realize that was my path. Every time I saw people truly connect with my music or with the events I organized, I felt I was building something authentic. Everything grew up naturally until it became a part of my life.
Is there a record or a DJ you credit with sparking your initial passion for music? Or perhaps an artist from your hometown of Naples?
It’s hard to pin it down to just one record or one artist, because my musical upbringing was really a mix of different worlds, and each one left a mark on me.
Rap and hip hop definitely had a huge impact on me in the beginning: Grandmaster Flash, Wu-Tang Clan, Notorious B.I.G… that whole world made me fall in love with the groove, the rhythm, and the attitude of the music.
Then, as I grew up, artists like Moodymann, Masters At Work, and the whole Angels of Love movement came along, which opened my mind even further to the house and soulful sides of music, as well as to a club culture experienced in a very human and musical way.
Another pivotal moment was when I heard “Higher State of Consciousness” by Josh Wink. That track completely opened up a whole new world for me.
And then there’s all the Italian and Neapolitan music we listened to at home growing up: Lucio Battisti, Lucio Dalla, Pino Daniele, Napoli Centrale, James Senese. All that warm, deeply emotional Mediterranean musicality, I believe, has remained part of how I experience music to this day.
Let’s talk about your debut album: “Believe in Yourself” has a very strong identity—Neapolitan and disco-funk. Where does this combination, which feels so natural yet so unique, come from?
It all came about very spontaneously, because those influences have always been a part of me. I never sat down and deliberately set out to merge two worlds. I simply grew up surrounded by Neapolitan and Mediterranean culture, and all the disco, funk, and house music I listened to and lived through.
The disco-funk groove blends very well with Neapolitan musicality and with the Neapolitan language itself, which already has a very strong rhythm and musicality. There’s something extremely warm, direct, and human in both.
The disco and funk side has always given me that sense of freedom, groove, and collective energy I was looking for in club music. The Neapolitan side, on the other hand, brings emotion, melody, and identity. When I started producing, these influences came together in a totally natural way.
And I didn’t want to do it in a nostalgic or “folkloric” way. The idea wasn’t to look to the past, but to reinterpret those roots in a personal and contemporary way, trying to create something that spoke both to my identity and to how I experience music today.
What kind of story does “Believe in Yourself” really tell, beyond the groove?
Beyond the groove, “Believe in Yourself” tells a very personal story. It was a message I really felt the need to express at that point in my life.
We live in a world where we often let ourselves get too caught up in numbers, metrics, appearances, and the judgment of others—especially in music.
And when things don’t go the way you want them to, it’s easy to fall into negativity or start feeling sorry for yourself.
In fact, there’s a line in the lyrics that goes: “Don’t listen to anyone; if you cry and wallow, nothing will ever happen.” That’s exactly the point: if you just stand there feeling sorry for yourself and constantly dwelling on things without taking action, nothing will ever happen. You can destroy yourself by thinking only about the negative, but that won’t move you forward.
You have to take the hits—they’re part of the journey—but then you have to turn them into something positive.
Sometimes in life, opportunities come along, and you have to have the courage to jump on that “train” that’s passing by right at that moment.
Other times, you might miss that train, but you still have to find the strength to start over and get back on track.
In the end, “Believe in Yourself” is really about this: continuing to believe in your own path even in the most difficult moments, without losing sight of who you are.
When you produce such a personal track, do you think more about who will listen to it, or about something you need to work through within yourself?
Actually, I almost never start with something I need to work through within myself. On the contrary, very often I start with a positive feeling, an energy, an emotional impulse that I want to transform into music.
I always try to infuse my productions with positivity, warmth, and energy. Of course, there are also more introspective tracks, but my natural approach is to create something that can convey beautiful emotions and make people feel good.
I always start with the rhythm section—the drums and percussion—and let myself be carried away by the energy I’m creating. Then I gradually add elements, and eventually I start imagining how people might experience that track: on a dance floor, in the car, on the radio, at home, while traveling, or during a particular moment in their lives.
Then I test it out during my DJ sets and make all the necessary adjustments until I arrive at the final product. It’s a pretty long process
During the creative phase, I like to imagine the reactions, the feelings, and the way a track can accompany a moment or create a connection between different people. In the end, that’s exactly what I love about music: the fact that something that comes from you then becomes a shared experience.
You’re also known as Bplan. Does this name refer to a musical “Plan B” that you use during your sets, or does it have another meaning?
The name Bplan came about at a particular moment in my journey. There was definitely the idea of a “Plan B” behind it, but not in the sense of an alternative or a second choice. In fact, it was almost the opposite: it was the moment when I felt I wanted to truly invest all my energy in music.
I also liked the reference to vinyl B-sides, which are often the most unique, boldest, or even the best tracks on the record. That aspect has always fascinated me immensely.
So Bplan represented a freer, more instinctive space where I could experiment and build my musical identity without too many constraints.
What do you think is the main difference between Fimiani and Bplan?
I think the main difference lies in the approach to music production.
With Bplan, I worked a lot with samples, loops, and sampling. It was a project much more tied to an underground house aesthetic—rougher and more instinctive. I liked taking fragments of music, manipulating them, and building hypnotic, very club-oriented grooves.
With Fimiani, on the other hand, the process is completely different. I develop an initial idea from scratch, which I then build out in the studio with the professional musicians I collaborate with. It’s a much more organic, human, and live-sounding project.
I really love the idea of creating something alive, where every element is born in the studio and takes shape through real people, real instruments, and real energy. There’s almost never the concept of a “sampled and reused” element, but rather a musical construction built from scratch.
Then, of course, the two worlds of BPlan & Fimiani sometimes intertwine in DJ sets. There’s always that house and clubbing component tied to groove and samples, but today they coexist with a much more musical and organic side that represents the Fimiani project.
How did your relationship with Toy Tonics begin? Was it love at first sight, or did it develop gradually?
I’d say both. We immediately clicked musically and personally, but at the same time, the relationship developed gradually over time.
We met in person in Ischia when Matthias was on tour in Italy. We hosted him at a party on the island, and everything developed very naturally from there. From the very first moment, I sensed a musical vision very close to my own.
Toy Tonics is a project I’ve always felt very aligned with in terms of how I experience music, because it has never limited itself to just the concept of a club track. It encompasses groove, experimentation, identity, irony, and fusion, but above all, a strong human and energetic element.
When we started collaborating, I immediately sensed creative freedom and open-mindedness. I never felt like I had to chase a specific formula or adapt to something that wasn’t my own.
And this was fundamental for me, because I believe that today it’s increasingly rare to find an international label that truly leaves room for the artists’ personalities.
What made you realize that this was “your musical home”?
It was mainly the natural way everything came about and developed over time that made me realize it.
Right from the first tracks I sent in, I felt an immediate connection. The groove, the approach, and the energy of the songs were understood and appreciated very spontaneously, without me having to explain or force my musical identity too much.
Then, over time, we also shared many ideas on the artistic side—on how to experience music, on the relationship with the dance floor, with people, and with the entire human element behind this world. And this gave rise not only to an artistic collaboration but also to a very spontaneous and genuine relationship with the whole team.
Does working with an international label change the way you think about music, or does it anchor you even more firmly to your roots?
Paradoxically, it has anchored me even more firmly to my roots. When you start engaging with the international scene, you realize that the most important thing you can truly bring to the table is your own identity.
At first, you might think that to make it abroad, you have to adapt to certain standards or follow certain trends. But then you realize that people connect much more deeply with something they perceive as authentic and personal.
That’s exactly how it was for me. The more the project grew outside of Italy, the more I felt the need to highlight everything that truly belongs to me: Mediterranean influences, Neapolitan musicality, human warmth, the groove, and the way of experiencing music collectively and physically.
And I believe that this very sincerity has helped my music connect with people from different countries and cultures. In the end, the more personal and real something is, the more it manages to become universal.
Let’s talk about the new album: if it were a scene, a place, or a moment, what would it be?
It would definitely be a beach on an island. For me, it’s Ischia, the island where I grew up, but at the same time, it’s also an imaginary place—our safe haven—that I believe we all carry within us.
It’s a specific, happy moment: you’re on the beach at night, gazing at the starry sky, sipping your beer, and for a moment, you stop thinking about anything. You completely let go and remain connected only to the earth, the sea, freedom, and the energy surrounding you in that moment. And that’s when you truly feel “the island that breathes,” almost as if it were speaking to you.
“La Isla Respira” is exactly that for me: a safe place, real but also mental. A place that takes you back to your happy moments, to genuine feelings, to that freedom we sometimes forget in life.
The album is full of this idea of breath, of energy, of constant movement, but also the ability to stop and know how to be present in moments and places. Don’t always rush through everything, but be able to truly feel what’s around you.
There’s the sea, the journey, the dance floor, human warmth, but also silence, the night, and introspection. All these things together are the soul of “La Isla Respira.”
What emotion inspired you to write it?
More than a single emotion, I think it stemmed from a specific need: to rediscover authenticity and lightheartedness.
We live in a time when everything moves at breakneck speed, when we’re often constantly connected yet at the same time very distant from ourselves and others. With this album, I wanted to return to something more human, spontaneous, and real.
I wanted to capture those simple feelings we sometimes forget: feeling good in the moment, feeling free, sharing energy with the right people, experiencing things without too many layers.
I believe “La Isla Respira” stems precisely from this desire to breathe. To pause for a moment, regain balance, and reconnect with something real.
Do you have specific expectations for this project, or are you more in the “I’ll let it go and see where it takes me” phase?
When you work on a project for so long, you obviously always hope it reaches people in the right way—it would be dishonest to say otherwise. I hope the album reaches an ever-wider audience, that the community continues to grow, and that more and more people can connect with this world.
For me, though, once an album is released, it becomes above all a moment of sharing. Up until that point, the music lives in your studio, in your head, in your daily life. Then, at a certain point, it comes out and no longer belongs only to you: it begins to live in the emotions, moments, and experiences of other people.
So yes, I’m also in the phase of “I’ll let it go and see where it lands,” but at the same time, I still try to guide the listener into this project as naturally as possible, both through DJ sets and through all the visual and communicative elements surrounding the album.
I like the idea that listeners can truly immerse themselves in that atmosphere and make it their own.
And what about the future? What does Fimiani have in store for us?
There’s definitely still a lot of music to discover, and plenty of music already ready that I hope will see the light of day very soon.
I’ll keep building my artistic identity by always staying true to what truly represents me, incorporating new influences, new fusions, and everything that continues to inspire me musically and personally over time.
I want to carry on with my groove, my sonic identity, continuing to evolve without losing my spontaneity. And I hope that more and more people can become part of it and connect with this world.