Frega Festival 2026: anatomia di un Dance Floor Sensibile

6 Agosto 2026

Frega Festival torna al Labirinto della Masone il 29 agosto 2026 con una seconda edizione che prova a spostare l’accessibilità dal piano del claim a quello della progettazione reale. Abbiamo intervistato Mattia Koväl, Gabriele Capponi e Pre Silent, tre delle persone dietro al progetto, per parlare di Dance Floor Sensibile, lineup e di un’idea di clubbing capace di restare intensa senza lasciare indietro nessuno.

Il clubbing non è mai stato soltanto musica. È spazio, corpi, accesso, desiderio, sudore, orientamento. È tutto quello che succede prima, durante e dopo il set. È il modo in cui si entra in un luogo, lo si attraversa, lo si capisce, lo si abita. Ed è anche il modo in cui quel luogo decide, più o meno consapevolmente, chi può esserci davvero.


Da qui riparte Frega Festival, che il 29 agosto 2026 torna al Labirinto della Masone di Fontanellato per la sua seconda edizione. Un festival che si muove dentro una definizione precisa, “Dance Floor Sensibile”, e che prova a trattare l’accessibilità non come un servizio in più, ma come uno dei punti da cui ripensare l’intera esperienza.

La lineup di Frega Festival quest’anno porta al Labirinto Nina Kraviz, Alarico, Philippa Pacho, Blind Date, LPV b2b Mattia Koväl, Gabriele Capponi, Pre Silent live e Rorschach.

Una programmazione che tiene insieme nomi internazionali, ricerca techno contemporanea e una parte molto interna al progetto: Mattia Koväl, Gabriele Capponi e Pre Silent, aka Giammarco Meschino, sono infatti anche tre delle persone dietro Frega Festival.

Da quest’anno Parkett accompagna Frega come media partner, con l’obiettivo di raccontare il festival oltre la semplice comunicazione di lineup. Perché Frega non è solo un evento in una location iconica: è un tentativo concreto di capire cosa può diventare oggi il dancefloor quando viene progettato a partire dalla complessità delle persone che lo attraversano.

I biglietti per Frega Festival 2026 sono disponibili su DICE attraverso il link ufficiale del festival.

Abbiamo parlato con Mattia Koväl, Gabriele Capponi e Giammarco Meschino / Pre Silent per capire come si costruisce un Dance Floor Sensibile, che ruolo ha la curatela musicale in un progetto di questo tipo e perché, forse, la scena clubbing italiana dovrebbe iniziare a considerare l’accessibilità non come un’eccezione virtuosa, ma come uno standard minimo di contemporaneità.

Ciao ragazzi, bentornati su Parkett! Negli ultimi anni il clubbing ha usato spesso parole come inclusione, safe space e community. Parole importanti, che rischiano però di restare superficie quando non entrano nella progettazione concreta degli spazi. Frega parla di “Dance Floor Sensibile”: cosa significa, per voi, progettare un dancefloor realmente attraversabile da tutti?

Pre Silent – Per noi un dancefloor è semplicemente il luogo in cui si balla ma è anche un’infrastruttura sociale. È lo spazio in cui una comunità prende forma, anche solo per una notte. Se alcune persone non riescono a viverlo con la stessa libertà delle altre, allora quel dancefloor non sta funzionando come dovrebbe.

Quando parliamo di Dance Floor Sensibile non immaginiamo uno spazio progettato per una categoria specifica di persone. Immaginiamo un luogo capace di accogliere la complessità delle persone che lo abitano. Questo cambia completamente il punto di partenza. L’accessibilità non arriva alla fine del progetto come una serie di adattamenti, ma diventa uno dei criteri con cui il progetto nasce e con cui lo si lo sviluppa.

Ogni scelta contribuisce a costruire quell’esperienza: il modo in cui si comunica un evento, il percorso per raggiungerlo, la disposizione degli spazi, la formazione dello staff, i luoghi di decompressione quando possibile, l’accesso alle informazioni, fino alla relazione tra artista e pubblico. Tutto può facilitare la partecipazione oppure limitarla.

Per questo preferiamo parlare di progettazione piuttosto che di inclusione. L’inclusione è un obiettivo. La progettazione è il processo che permette di raggiungerlo. Se progetti uno spazio pensando alla maggiore varietà possibile di corpi, esigenze e modi di vivere la musica, non stai costruendo un evento per qualcuno. Stai costruendo un evento migliore per tutti.

Il Labirinto della Masone non è una venue neutra: è un luogo che disorienta, rallenta, costringe a perdersi e a ritrovarsi. Quanto questa architettura influenza il modo in cui immaginate Frega, dalla disposizione degli spazi alla costruzione dell’esperienza sonora?

Pre Silent & Mattia Koväl – Il Labirinto della Masone è sicuramente una delle location più suggestive del panorama europeo. È uno dei motivi per cui Frega Festival esiste proprio lì. Il labirinto è uno spazio che ti obbliga a rallentare. Ti costringe a perdere i tuoi punti di riferimento, a cambiare direzione, a osservare con maggiore attenzione quello che hai intorno. In un’epoca in cui siamo abituati a vivere gli eventi come una sequenza di stimoli sempre più veloci, questo ci sembrava un punto di partenza estremamente interessante.

Per noi progettare un festival in un labirinto significa progettare un’esperienza in cui anche il percorso diventa parte della narrazione. Fatta di persone, spostamenti, incontri casuali, momenti di pausa, la scoperta di uno spazio che cambia continuamente prospettiva. Paradossalmente, è proprio un luogo nato per disorientare ad averci insegnato che l’accessibilità non significa eliminare la complessità. Significa dare a ogni persona gli strumenti per attraversarla con la stessa libertà. Non vogliamo rendere il labirinto meno labirinto. Vogliamo fare in modo che tutti possano viverne l’esperienza senza che lo spazio diventi una barriera. In fondo il Labirinto della Masone rappresenta molto bene anche la nostra idea di cultura. Non crediamo che progettare un’esperienza accessibile significhi semplificarla. Crediamo che significhi permettere a più persone possibile di viverne tutta la bellezza.

La lineup di quest’anno tiene insieme un nome globale come Nina Kraviz, artisti molto riconosciuti nella scena techno contemporanea come Alarico e Philippa Pacho, e una componente interna al progetto Frega. Come si costruisce una lineup forte sul piano artistico e allo stesso tempo coerente con una visione politica e culturale così precisa?

Mattia Koväl – In questa edizione siamo felicissimi di ospitare i seguenti artisti: Alarico, Blind Date, Gabriele Capponi, LPV, Mattia Koväl, Nina Kraviz, Philippa Pacho, Pre Silent (live), Rorschack.

Per noi una line-up è prima di tutto una scelta curatoriale. Il linguaggio attraverso cui un festival racconta la propria identità. Ogni nome modifica il significato di tutti gli altri. Naturalmente vogliamo invitare alcuni tra gli artisti più interessanti della scena elettronica contemporanea. La qualità musicale rimane il primo criterio, ma da sola non basta. Ci interessa costruire un contesto in cui ogni artista contribuisca a rafforzare una visione comune, senza rinunciare alla propria identità.

Per questo ci piace mettere in dialogo figure affermate a livello internazionale con artisti che stanno ridefinendo il linguaggio della techno contemporanea e con chi continua a crescere all’interno del progetto Frega. Non per rappresentare categorie diverse, ma perché crediamo che una scena rimanga viva quando mette in relazione generazioni, percorsi e sensibilità differenti.

Una volta iniziata la performance, queste distinzioni perdono importanza. Non esistono artisti più o meno importanti, locali o internazionali: esistono persone che condividono con la community il proprio linguaggio musicale, la propria ricerca e il proprio percorso artistico. Anche la scelta di eliminare il palco nasce da questa idea. Volevamo costruire un’unica esperienza condivisa, in cui il rapporto tra artista e pubblico fosse il più diretto possibile. La line-up crea l’attesa, il dancefloor restituisce tutti sullo stesso piano.

Crediamo che il ruolo di un curatore non sia soltanto scegliere grandi artisti, ma creare le condizioni affinché quei nomi, insieme al luogo e alle persone che lo attraversano, generino un’esperienza che nessuno di loro potrebbe costruire da solo.

Nel clubbing esiste ancora l’idea, spesso non dichiarata, che rendere uno spazio più accessibile significhi in qualche modo addomesticarlo: renderlo meno intenso, meno libero, meno underground. Frega sembra voler dimostrare il contrario. Come rispondete a questa tensione?

Gabriele Capponi – Pensiamo che questa contrapposizione nasca da un equivoco: associare l’accessibilità a una rinuncia. Per noi accade esattamente il contrario.

L’intensità di un’esperienza nasce dalla musica, dal contesto, dalle relazioni che si creano e dalla libertà con cui ciascuno può viverla. Quando uno spazio permette a più persone di partecipare pienamente, quell’esperienza acquista ancora più forza e significato.

Il clubbing è nato come luogo di libertà, espressione e appartenenza per persone che spesso cercavano uno spazio in cui riconoscersi. È proprio questa storia a ricordarci che la sua natura è quella di evolversi, di mettere continuamente in discussione i propri confini e di accogliere nuove prospettive.

La nostra idea non è trasformare la musica elettronica, ma ampliare le possibilità di viverla. Un dancefloor diventa più ricco quando è attraversato da esperienze, corpi e punti di vista diversi. È questa pluralità a renderlo vivo.

Anche il concetto di underground, forse, merita di essere riletto. Per noi continua a essere il luogo in cui si sperimentano nuovi linguaggi e si mettono in discussione le convenzioni. Progettare spazi più accessibili significa proprio questo: contribuire all’evoluzione della cultura del clubbing, senza rinunciare alla sua intensità.

Frega nasce come festival e parla a una scena più ampia: club, promoter, festival, istituzioni culturali. Quale elemento il clubbing italiano dovrebbe iniziare a considerare “standard” nella progettazione di un evento, e che oggi viene ancora trattato come eccezione?

Gabriele Capponi – Più che introdurre nuovi standard, crediamo sia necessario cambiare il momento in cui ci si pone certe domande. Oggi l’accessibilità viene spesso affrontata alla fine del processo, quando il festival è già stato immaginato, progettato e quasi realizzato. A quel punto si cerca di capire come adattarlo. Noi pensiamo che dovrebbe accadere l’opposto.

La prima domanda dovrebbe essere: “Per chi stiamo progettando questa esperienza?”

Quando l’accessibilità entra fin dall’inizio della progettazione, smette di essere un costo aggiuntivo, un compromesso o un obbligo. Diventa semplicemente uno dei criteri con cui si prende ogni decisione, esattamente come accade per il suono, la sicurezza, le luci o la direzione artistica.

Crediamo che la scena italiana abbia tutte le competenze per fare questo passo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita enorme nella qualità artistica e produttiva dei festival. Forse oggi la sfida è ampliare lo sguardo e iniziare a misurare il successo di un evento anche dalla qualità dell’esperienza che riesce a costruire per le persone che lo attraversano.

Se c’è una cosa che vorremmo diventasse uno standard è proprio questa: considerare l’accessibilità come una responsabilità condivisa da chiunque contribuisca a progettare uno spazio culturale. Perché un evento davvero contemporaneo non è quello che accoglie più persone possibile. È quello che, fin dall’inizio costruisce la propria identità senza lasciare indietro nessuno.

Ed è forse qui che Frega trova il suo punto più interessante. Non nel presentarsi come eccezione virtuosa, ma nel provare a spostare il discorso su un piano più strutturale. Un festival accessibile non è un festival meno radicale, meno libero o meno intenso. È un festival che prende sul serio la promessa originaria del clubbing: fare spazio.

Non a una categoria. Non a un pubblico ideale. Ma alla complessità reale delle persone che ballano.

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