“Cardware” di MOFW: tutto quello che ci siamo dimenticati di spedire

13 Febbraio 2026

Esce oggi, 13 febbraio, “Cardware”, il nuovo album di MOFW, pubblicato da Broncio.  Un progetto di paesaggi elettronici e un portale web sospeso tra il passato analogico e un futuro sfocato.

Il disco

Arriva a noi sulle piattaforme, ma anche attraverso un sito che sembra provenire da una linea temporale slittata. Un frammento di internet che potrebbe appartenere tanto al 1999 quanto al 2099.

Il titolo infatti non è casuale. “Cardware” era un sistema di scambio: in cambio di software gratuito si chiedeva una cartolina. Un gesto minimo, tangibile, umano. MOFW – al secolo Tommaso – ne fa una metafora: la musica come forma di scambio, di corrispondenza, di memoria condivisa. Chi ascolta restituisce presenza, tracce di sé, come si faceva una volta con un francobollo, un indirizzo e una firma storta.

Nel processo creativo di MOFW tutto è graduale e tattile. Come ci aveva raccontato in un’intervista, Tommaso ama mescolare jazz improvvisativo, elettronica lo-fi e voglia di sperimentare. È un fare musica che rifiuta ogni produzione scettica, ma al contrario che costruisce texture che palpano il reale, glitch che ricordano il vinile graffiato, ritmi che accelerano come ricordi repressi. “Cardware” ne è il frutto maturo – un lavoro artigianale, curato in studio con precisione ossessiva.

Dentro l’album, i campioni e le texture elettroniche si muovono lente, come onde radio in cerca di un destinatario. “Un pomeriggio di sole mi sono accorto che stavo dormendo” apre come un ricordo che riaffiora a metà, seguito da “Frisk00” e “Cosplayer (Export per Guido)” – brani che fluiscono tra glitch, sintetizzatori liquidi e momenti di silenzio risonante. In “Padania Core” si intravede un’eco industriale, una mappa emozionale del nord che si decompone; “Border Boy_003”, “PNADNP” e “Tutto ciò che muore grida” chiudono come preghiere filtrate da un bitcrusher, ma gentili.

È un disco che nasce da una gestazione lunga e intima. Si sente la cura nello studio, nei suoni, nei vuoti. La delicatezza del tocco non è un vezzo: è una necessità. Trasporta in paesaggi sonori – a volte palpabili, a volte evanescenti – con una delicatezza che emoziona, quasi imponendosi per urgenza quieta.

Nel piccolo universo di Broncio, etichetta collettiva e laboratorio di libertà sonora, “Cardware” suona come una testimonianza sincera, una traccia lasciata a chi vorrà ancora ascoltare con attenzione.
Non si tratta solo di elettronica ambientale o sperimentale; è un diario in codice binario, che sa ancora farsi carta, impronta, memoria.

Guardando lo schermo, mentre il suono si dissolve, si ha la sensazione di ricevere davvero una cartolina – da un luogo che forse abbiamo visitato nei sogni, o che dobbiamo ancora imparare a riconoscere.

Ascoltare “Cardware” è un’esperienza che scava nei dettagli dimenticati — un invito quieto a fermarsi, a tracciare una linea tra il tangibile e l’evanescente, tra il francobollo ingiallito e il glitch che pulsa. Un suono lento che vuole una risposta minima, un segno lasciato come si faceva una volta: con mano, con memoria, con intenzione.

Tutte le immagini di Cecilia Aguzzi
https://mofw99.github.io/cardware/

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