56 + = sixty six

In questi giorni sono diversi i club che, dopo le settimane di stop forzato, stanno iniziando a riaprire le porte e a riprendere la propria attività.

Spesso, durante il periodo della quarantena, ci siamo fermati a riflettere su quale fosse lo stato di salute del clubbing italiano, cercando di comprendere e analizzare quali sarebbero stati gli scenari di ripartenza possibili dopo la crisi che stava (e che sta tutt’oggi) colpendo il settore dell’intrattenimento notturno.

Sui social e nelle pagine dei quotidiani abbiamo letto numerosi appelli di DJ, promoter e addetti ai lavori che molto spesso hanno provato a chiedere il supporto delle istituzioni per superare uno dei momenti più bui della storia della nostra nightlife. Diversi artisti e organizzatori hanno colto la palla al balzo focalizzando la discussione sulla proposta artistica e su un modello che, già prima del Covid-19, non era sostenibile.

I cachet elevati richiesti dai DJ di prima e di media fascia, soprattutto quando in altri Paesi la richiesta degli stessi artisti e delle agenzie è nettamente inferiore, innescano una serie di reazioni che hanno portato i gestori ad aumentare il prezzo degli ingressi e a cercare di sfruttare il più possibile la capienza dei club, vendendo quante più entrate possibili per poter recuperare i costi.

Con il progressivo svuotarsi dei club e con la chiusura delle discoteche si è cercato di riempire i locali con i nomi più blasonati del momento, pensando che aggrapparsi alla superstar di turno fosse l’unica soluzione per la salvezza di un’attività imprenditoriale anche se spesso, molto spesso, queste scelte sono andate a discapito del valore artistico di una determinata proposta.

Durante lo stop forzato ci è capitato di confrontarci con personalità autorevoli che hanno manifestato la speranza che la crisi fosse in qualche modo un’occasione per ripartire in un’altra direzione, una direzione che uscisse dagli schemi e dalle dinamiche con il clubbing nazionale è dovuto scendere a compromessi, iniziando così a ricostruire dalle ceneri un movimento che guardasse ai modelli esteri più collaudati e accompagnasse la nostra penisola verso una dimensione più europea.

Quali sarebbero state le scelte che avrebbero determinato questo cambiamento?

Innanzitutto il ripartire dagli artisti italiani, dai numerosi talenti che abbiamo in casa e che il clubbing internazionale ci invidia: l’Italia vanta personalità di grandissimo livello in ogni settore della nightlife e, se pensiamo alla proposta musicale, non possiamo non riconoscere che per ogni genere abbiamo artisti d’esperienza e nuove leve che davvero possono fare la differenza nelle consolle di tutto il mondo.

Durante il periodo di chiusura forzata avremo dovuto pensare anche ai nostri club e dare una patina di contemporaneità a strutture che negli anni ’90 hanno fatto da faro nella creazione di un fenomeno europeo ma che oggi vivono solamente nel ricordo di persone che i club non li frequentano più.

È necessario che il club ritorni a essere un luogo confortevole, dove le persone si sentano a proprio agio, uno spazio di tendenza dove ritrovarsi ed essere felici di godere di un’esperienza unica, che altre strutture non possono offrire. Il club dovrebbe avere la propria identità, un marchio di fabbrica che, grazie anche alle scelte estetiche e musicali, lo renda peculiare e diverso dagli altri.

Solo nella differenziazione della proposta e nella formazione di una scena regionale prima, e nazionale poi, avremo potuto ripartire con il piede giusto, colmando un gap che ci separa sempre di più dal resto dell’Europa e che ci avrebbe permesso di rovesciare un sistema sotto il quale ci ritroviamo schiacciati ancora oggi e che sta diventando insostenibile per tutti.

Siamo felici di sapere che pian piano i nostri locali stanno cominciando a riaprire ma, al tempo stesso, non possiamo non riconoscere che non sia cambiato molto e che l’intrattenimento notturno continui a essere inteso come puro business. Con la voglia che hanno i clubber di tornare a ballare, non c’è bisogno di proporre i soliti nomi per riempire un dancefloor: poteva essere l’occasione perfetta per iniziare da zero. Poteva essere…