four + four =

Go Dugong, in occasione della sua recente performance al Disorder Festival, ci ha parlato dell’esperienza avuta all’evento campano e dell’ispirazione dietro la sua musica.

Go Dugong, all’anagrafe Giulio Fonseca è sicuramente uno di quei nomi che alza l’asticella di qualità del Made In Italy. Con una ricerca piena di naturalezza ed un approccio alla musica, che pochi artisti possono vantare di avere. Il dj di origine tarantina, ormai di base a Milano da diverso tempo, non smette di sorprendere.

E no, non per una forzata attitudine alla volontà di impressionare, ma per la sua capacità innata di lavorare sul dettaglio, di costruire dei puzzle sonori in cui tutto sta perfettamente incastrato, senza caselle vuote. Un puzzle costruito tra culture popolari apparentemente lontane, ma che stagliano orizzonti incandescenti ed affascinanti.

Un viaggio spaziale nella tradizione. 

Mi piace definire così il lavoro artigianale e attento nella musica di Go Dugong. Al centro il Sud Italia, dipinto in maniera eccellente dentro un immaginario ricco di leggende e miti, che si muovono dietro lo sfondo metropolitano della città che l’ha accolto : Milano.

La bellezza del lavoro di Go Dugong è il suo inaspettato divenire, la capacità di guardarsi dentro e di non chiudersi dentro le gabbie della costrittiva fedeltà a se stessi.  Se “Love Explosion” guardava ai grandi compositori italiani, “Novanta” sparpagliava le carte accogliendo dentro il suo spirito il folklore popolare e mescolando le anime di ogni parte del globo.

“TRNT” , uscito nel 2019 era stata la grande dichiarazione d’amore verso la sua città d’origine, in cui la rielaborazione della musica popolare aveva portato Giulio a raggiungere nuove consapevolezze, che in “Meridies” si son materializzate in nuove suggestioni.

Ma lasciamo la parola a Go Dugong, per trasportarci attraverso le sue parole, nel suo magico e colorato universo musicale. Buona lettura!

Ciao Giulio, benvenuto su Parkett Channel. Mi piacerebbe partire chiedendoti com’è stata questa esperienza al Disorder Festival e che emozione hai provato ad esibirti in questa location così suggestiva

Esperienza meravigliosa, ho percepito molto amore e passione. Tutto lo staff è stato di una disponibilità e gentilezza rara e, se riesci a mettere così a proprio agio i musicisti che inviti, di sicuro la loro performance ne beneficerà e ne beneficerà anche il pubblico che apprezzerà e si divertirà di più. Così è successo: quando ho suonato c’era un’energia pazzesca e ho sentito molto affetto. Inoltre il contesto è incredibile, suonare in spiaggia e stare nell’acqua prima di suonare è impagabile. Spero di suonare a più festival come il Disorder.

Disorder Festival

Nella tua musica un concetto importante è quello di “tradizione”. I tuoi dischi hanno mostrato sempre uno sguardo attento e preciso verso la tua realtà d’origine, senza mai riproporla in maniera passiva. Come riesci a conservare le tue origini in ogni tuo nuovo lavoro discografico senza mai ricadere nello stesso prodotto, ma anzi segnando un’evoluzione musicale ben visibile?

Diciamo che i concetti fondamentali sono il “viaggio” e anche la “tradizione”. Mi sono concentrato sulla mia realtà di origine negli ultimi tre anni del mio percorso artistico ma,prima di approfondirlo, ho “viaggiato” con la musica di tutto il globo lasciandomi appassionare e ispirare dal folklore e da culture diverse dalla mia. La cosa che mi ha sempre incuriosito è come certe culture abbiano rielaborato certe tradizioni musicali riadattandole ai nostri tempi e contaminandole con altri suoni e altri generi. Ho voluto tentare di lo stesso approccio con le tradizioni ritmiche del nostro paese e in particolare del Sud Italia. E ho cercato di farlo a modo mio contaminandole e cercando di creare nuovi suoni e commistioni. Il fatto che non ricada nello stesso prodotto è perché ogni disco è una storia o un concetto a sé che sento l’esigenza di raccontare usando il linguaggio “sonoro” per me più appropriato.

In questi anni il tuo lavoro non ha mai voluto definirsi in un sound unico, ma ha sempre cercato di esprimersi in più sfumature, che a volte possono, in un certo senso, anche destabilizzare la tua identità musicale. Ma per Go Dugong cosa significa il concetto stesso di identità musicale ed ha ancora senso, nel mondo odierno più veloce e mutevole, voler essere sempre fedeli a sé stessi?

Ti ho in parte risposto prima: cambia la storia da raccontare, può cambiare di conseguenza anche il tipo di linguaggio e anche la ricerca del suono. Non mi interessa fare tutti i dischi uguali. Mi piace mettermi alla prova sperimentando sempre suoni nuovi. Mi piace la piena libertà, mi piace spiazzare e mi piace divertirmi. Se non facessi in questo modo mi divertirei sicuramente meno.
Anche quando ascolto gli altri mi interessano le emozioni che la musica mi trasmette non valutare la solidità dell’identità musicale di un artista. L’importante è quando si sceglie una strada da percorrere lo si faccia in modo onesto e sincero.

Nel tuo ultimo album “Meridies” il tuo sound si tramuta, rispetto ai tuoi precedenti dischi, in una ricerca più psichedelica. Come si connette la tua musica alla spiritualità e quanto c’è della tua realtà interiore dentro le tue produzioni?

In realtà la psichedelia è sempre stata in qualche modo presente in tutti i miei dischi. A volte più nascosta e altre, come in Meridies, più in primo piano. La mia ricerca spirituale è in continua evoluzione e condiziona la mia vita in tutti gli aspetti, anche nella musica. E’ una cosa molto naturale, non ti so dire come avviene, non c’è nulla di calcolato o studiato a tavolino. Semplicemente mi viene così e basta.

Nella tua musica, oltre alle influenze del sud, convivono anche ritmi ed ispirazioni provenienti da differenti culture, mi viene in mente la tua forte ispirazione e collaborazione con alcune realtà brasiliane. Oggi si parla tanto di appropriazione culturale, anche musicale. Come riesci a non varcare quel confine sottile tra ispirazione ed appropriazione, e dove sta per te, se esiste, il limite tra le due cose?

Sai, ho riflettuto molto nel corso degli anni sulla questione e non sono arrivato a una soluzione. Forse non esiste nemmeno o, se dovesse esistere, non voglio di certo essere io a cercarla. Nonostante tu creda di aver agito nel massimo rispetto e in modo etico ci sarà sempre qualcuno che non vedrà questa cosa di buon occhio. Non mi mette molto a mio agio sapere di fare qualcosa che può offendere qualcuno, quindi ho deciso di lasciar perdere, lasciare in pace l’Africa, lasciare in pace il Sud America e altre culture diverse dalla mia. Mi concentro sulle tradizioni della mia terra d’origine che sono altrettanto potenti e antiche e, come da sempre succede nella musica, già contaminate dall’antichità con altre culture e tradizioni del mediterraneo, incluso il Medio Oriente e Nord Africa.

Il Covid è stato un momento di stop dagli eventi, in cui molti artisti si sono dedicati maggiormente alla produzione. Nel tuo caso, su quali aspetti ti sei concentrato durante questo periodo e quali son gli elementi positivi e negativi che hai tratto da questo blocco prolungato degli eventi?


Mi sono dedicato anch’io alla produzione alla ricerca spirituale. Ne ho approfittato per studiare e colmare alcune lacune che avevo su tecniche di produzione e mixaggio per migliorare la qualità del mio suono o semplicemente riuscire a realizzare autonomamente ciò che mi passa per la testa. Sono felice che sia ripartito tutto. Mi è risalita una voglia di portare in giro la mia musica eccome non avrei mai pensato. Ogni concerto fissato per me è una notizia meravigliosa e una gioia immensa. Il Covid si stava portando via una parte di me, di noi.


ENGLISH VERSION

Hi Giulio, welcome to Parkett Channel. I’d like to leave by asking you how this experience was at the Disorder Festival and what emotion you felt in performing in this suggestive location.

Wonderful experience, I felt a lot of love and passion. All the staff were of a rare availability and kindness and, if you can put the musicians you invite so at ease, for sure their performance will benefit and will also benefit the public who will appreciate and have more fun. So it happened: when I played there was a crazy energy and I felt a lot of affection. Furthermore, the context is incredible, playing on the beach and being in the water before playing is priceless. I hope to play at more festivals like Disorder.

In your music an important concept is that of “tradition”. Your records have always shown a careful and precise look at your original reality, without ever reproposing it in a passive way. How do you manage to preserve your origins in each of your new recordings without ever falling back into the same product, but rather marking a clearly visible musical evolution?

Let’s say that the fundamental concepts are the “journey” and also the “tradition”. I focused on my home reality in the last three years of my artistic career but, before deepening it, I “traveled” with music from all over the globe, letting myself be passionate and inspired by folklore and cultures other than mine. The thing that has always intrigued me is how certain cultures have reworked certain musical traditions, adapting them to our times and contaminating them with other sounds and other genres.

I wanted to try the same approach with the rhythmic traditions of our country and in particular of Southern Italy. And I tried to do it my way by contaminating them and trying to create new sounds and mixes. The fact that it doesn’t fall into the same product is because each record is a story or a concept in itself that I feel the need to tell using the “sound” language that is most appropriate for me.

In recent years your work has never wanted to define itself in a single sound, but has always tried to express itself in several shades, which can sometimes, in a certain sense, even destabilize your musical identity. But for Go Dugong what does the very concept of musical identity mean and does it still make sense, in today’s faster and more changing world, to always want to be true to oneself?

I answered in part before: the story to tell changes, the type of language and the search for sound can also change accordingly. I’m not interested in making all records the same. I like to challenge myself by always experimenting with new sounds. I like full freedom, I like to throw off and I like to have fun. If I didn’t do it this way I would definitely enjoy it less.

Even when I listen to others I am interested in the emotions that music transmits to me, not evaluating the solidity of an artist’s musical identity. The important thing is when you choose a path to take, you do it honestly and sincerely.

In your latest album “Meridies” your sound turns into a more psychedelic research than your previous records. How does your music connect to spirituality and how much of your inner reality is there within your productions?

In reality, psychedelia has always been present in some way on all my records. Sometimes more hidden and others, like in Meridies, more in the foreground. My spiritual search is constantly evolving and affects my life in all aspects, even in music. It is a very natural thing, I can’t tell you how it happens, there is nothing calculated or studied at the table. It just comes to me like that.

In your music, in addition to southern influences, rhythms and inspirations from different cultures also coexist, your strong inspiration and collaboration with some Brazilian realities comes to mind. Today there is a lot of talk about cultural appropriation, even musical. How do you manage not to cross that fine line between inspiration and appropriation, and where, if any, is the boundary between the two for you?

You know, I’ve thought a lot over the years on this issue and haven’t come up with a solution. Maybe it doesn’t even exist or, if it does exist, I certainly don’t want to be looking for it. Although you believe that you have acted with the utmost respect and in an ethical way, there will always be someone who will not look favorably on this thing.

I’m notvery comfortable knowing that I am doing something that can offend someone, so I decided to leave it alone, leave Africa alone, leave South America and other cultures other than mine alone. I focus on the traditions of my homeland that are equally powerful and ancient and, as has always been the case in music, already contaminated from antiquity with other cultures and traditions of the Mediterranean, including the Middle East and North Africa.

Go Dugong al Disorder Festival