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Questa nuova rubrica, chiamata Visual Frequencies si apre parlando del Gogbot Festival 2016.

Questo articolo, che analizza il Gogbot Festival 2016, vuole essere il primo di una serie (speriamo lunga) dedicata all’arte del vjing o più in generale all’arte video legata alla musica techno, quindi diciamo pure all’arte audiovisiva.

Eh si, perchè si tende sempre a separare due mondi che in realtà viaggiano e sono nati insieme.

Il Gogbot Festival 2016 è attivo dal 2004 e puntualmente risucchia la cittadina olandase di Enschede in un carnevale post-human zompettante al ritmo di performance audio-video, installazioni, mostre e carri armati cyber punk.

Per quattro giorni l’anno, Enschede si restringe su una delle sue piazze principali, Oude Markt per poi dilatarsi in diversi edifici e musei dislocati per la città. La cattedrale che sovrasta la piazza viene detronizzata da un cyber villaggio delimitato da tensostrutture sferoidali, ciascuna delle quali ospitante una diversa anima del festival: workshop di Arduino, gare di droni, il main stage, performance e installazioni.

L’edizione appena conclusasi del Gogbot Festival 2016 è stata dedicata alla Singolarità tecnologica, un concetto teorizzato dal matematico Vernor Vinge che si riferisce a un ipotetico momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella dell’umanità. Un periodo storico futuro durante il quale il progresso dell’innovazione tecnologico sarà talmente veloce e il suo impatto talmente profondo, che la vita sarà irreversibilmente trasformata. Tema quanto mai azzeccato, non solo per la variegata vetrina di arte e tecnologia che Gogbot Festival ha ospitato, ma anche per l’imprevedibilità, caratteristica di ogni singolarità fisica, con cui l’espressione si è innestata alla tecnica.

Singolare infatti è certamente la posizione che la sfera visuale ha assunto. Non solo quando presente l’elemento visivo non si è distinto come mero accessorio di accompagnamento alla musica, ma in alcuni casi l’ha addirittura sovrastata invertendo la gerarchia cui siamo ormai avvezzi. Parleremo di una dimensione audiovisiva dunque, o a voler essere ancora più precisi di una sollecitazione visivo-sonora, perchè alcune performance ospitate da Gogbot Festival 2016 pur non adoperando dispositivi video, né audio, hanno comunque soggiogato lo spettatore in un’amniotica atmosfera che ne ha eccitato lo sguardo e l’ascolto.

E’ il caso di Symphony of Fire, una performance di pyro musical art, un concerto cioè, eseguito attraverso esplosioni, macchine pirotecniche e una bobina di Tesla, un trasformatore elettrico risonante. Qui il confine tra suono, rumore e immagine diviene davvero impraticabile, la performance è attivata da fuochi che colpiscono occhi e orecchie al contempo.

Ciò che si vede corrisponde nell’immediato a ciò che si sente in un vorticoso connubio che percorre i sensi e percuote i nervi, un fluido sinenstetico tra il sentire il vedere e l’ascoltare.

Una simile sensazione ibrida è quella lasciata dalla performance “Entropia” di Fraction. I visitatori sono invitati ad entrare in una cellula bianca e a sdraiarsi su comodi cuscini e presto ne capiscono il motivo: “Entropia” è una performance immersiva che avvolge e stravolge il loro apparato percettivo con suoni, luci vibrazioni e visual a 360°.

ENTROPIA from fraction on Vimeo.

Fraction li aspetta al centro di una seconda cellula composta interamente da led, i quali si attivano in sincrono con i suoi suoni ipnotici e le proiezioni che circondano lo spettatore. Architettura, suono, immagine, corpo proprio e corpo dell’altro sfumano, si fondono e riplasmano senza soluzione di continuità. Uscendo fuori da questo piccolo spazio-tempo ricamato sulla pelle dello spettatore si è travolti dallo scorazzare di cyber vichinghi al ritmo di hardcore punk a bordo di carri armati.

Non si fa in tempo a riprendersi dalla sorpresa che l’artista olandese Jaap Drupsteen accende il main stage con visual e suoni glitch.

A quest’ultimo è dedicato anche una personale in uno dei musei di Enschede coinvolti dal festival, il Rijksmuseum Twenthe.

Sia l’esibizione live che la mostra, Rhythm Painter, sono basate sul sistema Sync Motion Graphics, sviluppato dal programmatore Mattijs Kneppers con il quale Drupsteen collabora da anni. Il software consente all’artista olandese la scrittura di una dimensione surreale e frattalica solcata da una perfetta sincronia audiovisiva. In questo caso è la musica ad essere generata dall’animazione grafica e non l’immagine ad incastrarsi perfettamente a tempo al suono.

L’arte di Drupsteen sublima la bellezza di un difetto programmato. La sua ricerca infatti consiste nell’esplorare l’espressività dell’errore digitale, l’imprevedibile fascino della corruzione dell’immagine quando viene convertita e riprocessata in audio.

L’obbiettivo non è tanto quello di ottenere una perfetta corrispondenza tra musica e video, quanto quella di aprire un varco di riflessione sulle potenzialità creative dello sbaglio, sulla fallibilità della macchina e la riappropriazione della tecnica da parte dell’uomo.

Altrettanto potente e sorprendente è la modalità con cui Martin Messier ha inserito l’elemento visivo nella sua performance live “Field” durante il Gogbot Festival 2016. L’artista canadese erede della modular music, crea un ambiente sonoro sfruttando i segnali elettrici residui da campi elettromagnetici e catalizzando i sensi dei presenti in un’evocativa atmosfera straniante.

I suoi strumenti sul palco diventano due grandi sculture di patch ricoperte da output e input e il movimento del suo corpo ripreso da una telecamera che ne ingrandisce e deforma la sagoma alle spalle. Il corpo sdoppiato dell’artista viene rallentato, velocizzato e registrato in tempo reale per poi essere ripetuto a loop in momenti successivi della performance.

Field” risulta come una dissociazione spettrale tra l’uomo e la sua forma, che diviene al contempo reificazione del corpo in immagine e umanizzazione della macchina.

Ultima nota da segnalare è la presenza al Gogbot Festival 2016 del duo italiano Vjit che ha trasposto in immagine le cupe sonorità del live di Samuel Kerridge, una potente vampata di corposi suoni che sconquassano la techno con frequenze ambient-noise, modulazioni vocali e chitarra elettrica.

Può sembrare difficile immaginare le capacità di una civiltà futura la cui intelligenza supera di gran lunga la nostra, questo salto nel vuoto, questa discontinuità nell’evoluzione del genere umano è ciò che i futurologi transumanisti hanno definito singolarità tecnologica, Gogbot Festival 2016 ha provato a immaginarla: nessun compiacimento smodato per la tecnologia, nessun rovesciamento del rapporto uomo-macchina, ma un flusso ininterrotto di materico pensiero e meccanico ingegno.

Dalila D’Amico