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Torino, classe 1980, nel 1996 scopro i “rave” grazie a degli amici più grandi di me, gente tranquilla, alcuni studenti, altri lavoratori, amanti della musica, dell’arte, gente che amava far festa, che credeva nel mondo libero.

Mi sono ritrovato in quelle che tecnicamente vengono chiamate “TAZ” ovvero Temporary Autonomy Zone, spazi autonomi temporanei dove i sogni diventano realtà, tutto può succedere e chiunque puoi incontrare. Era il paradiso, scappare dalle fabbriche della mia amata Mirafiori Sud per occuparne delle altre, senza operai, senza sudore, senza lavoro. Solo amore, divertimento e musica. I “rave“, le “feste“, i “party“, migliaia di persone che si riunivano, si incontravano, ballavano e si divertivano senza dover pagare il caro prezzo del business, sullo spettacolo e sulle consumazioni (cit. da “Molto ImportanteAfrica Unite).

Torino, anno 2018. Una sensazione di straniamento mi pervade. Complici la paura dilagante, l’ansia per la salvaguardia della pubblica sicurezza e responsabili gli spazi istituzionali divenuti oggi sedi di concerti e feste, i controlli si stanno facendo sempre più intensi: verifiche ad personam, divieto di portare accendini, selfie-stick, oggetti contundenti, borse e zaini nelle sale, registrazione obbligatoria per accedere agli eventi. Oggi organizzare eventi in città è un arduo compito, tutti subiscono le conseguenze della paura e della istituzionalizzazione degli eventi: dagli appuntamenti più rilevanti dall’alto numero di avventori, ai piccoli club, alla vita notturna di strada.

Ho visto gente impazzire alla ricerca di un accendino perché precedentemente sequestrato alla porta, ho visto pregare per una birra dopo le tre di notte (ora in cui scatta il divieto di non servire alcolici), ho visto gente non divertirsi perché la situazione non si è mai creata, complice lo sguardo fisso e vigile degli addetti alla sicurezza sul pubblico, complice il fatto che alcuni amici sono rimasti fuori perché l’evento, secondo la capienza imposta, è andato sold out. Ho visto spazi industriali, dove un tempo si celebravano feste libere, diventare aree riqualificate, dalla gestione complessa e soprattutto riservata al buon salotto.

Oggi stiamo assistendo a un cambio di tendenza: i club vengono controllati e chiusi a tappeto, gli squat e centri sociali sgomberati, il “rumore” è bandito, una sola persona “disturbata” ha la possibilità di fermare un movimento, una cultura, un popolo. L’asse lungo il quale gravitano le varie essenze che contraddistinguono la scena si sta lentamente muovendo e modificando verso territori ritenuti “corretti”, “puliti” e “sicuri”.

Niente a che vedere con quella scena “nascosta”, ma aperta a tutti, che fermenta da anni nel sottosuolo, l’animo che ha contraddistinto quasi quarant’anni della vita della nostra città, quelle situazioni che “solo a Torino…”

Ho paura. Ho paura che di questo passo, nel giro di pochi anni, anche il nostro amato “underground” diventerà “politically correct“, non lo voglio, non ne abbiamo bisogno, vogliamo essere accettati per quello che siamo: gente che fa tardi, che si diverte, che beve, che fuma, che fa l’amore e urla. Gente libera. Vogliamo fare festa fino al mattino, vogliamo divertirci, essere noi stessi, liberi. Alle due inizia la festa, non deve finire.

Il punto di non ritorno è ormai superato, complice la carenza di spazi considerati “a norma”, i promoter stanno direzionando tutti gli appuntamenti verso luoghi “sicuri”, forse meglio definirli “controllati”, limitando il numero degli eventi, favorendo un divertimento pulito con eventi semi-istituzionali.

La nostra “dance culture” è figlia delle lotte razziali e sessuali nei club di New York, è figlia delle lotte per reclamare le strade e gli spazi a Londra, è frutto del passaggio di crew e sound system (quelli veri), che negli anni hanno influenzato le nostre notti e il nostro modo di vivere il divertimento. La nostra “dance culture” è figlia del notte, del mattino seguente, degli stati alterati di coscienza, di situazioni surreali, quasi magiche. Il rito tribale che da anni si celebra al ritmo primordiale della cassa che spinge in quattro. No, non ci avrete mai.
Save your future, forward the message of the new revolution (cit. Spiral Tribe)

 

Rispetta te stesso e gli altri, e la libertà sarà di nuovo nelle nostre mani.

Alessandro Gambo