Dopo il successo di “Bar Mediterraneo”, i Nu Genea tornano con “People of the Moon”, un album che amplia il loro immaginario sonoro mediterraneo ma che, tra nuove influenze e scelte più accessibili, non riesce a replicare l’impatto dei lavori precedenti
Per anni, l’estate ha rappresentato la stagione dei tormentoni: canzoni trasmesse con una frequenza fastidiosa in radio, TV e social, perlopiù appartenenti alla forma più cheap della pop music. Un fenomeno ricorrente che, da maggio a settembre, diventava spesso tanto irritante quanto l’afa e le zanzare.
Ma nel 2022 qualcosa cambia, quando un duo di musicisti e dj napoletani scala le classifiche italiane – e non solo – con un suono allo stesso tempo fresco e vintage. Ripescando le sonorità funk, disco e groove della tradizione partenopea degli anni ’70 e ’80, i Nu Genea hanno reso il funk nuovamente di tendenza.
Tracce come “Marechià” e “Tienatè” hanno catturato l’attenzione di tutta Italia, diventando una colonna sonora estiva che, per la prima volta dopo anni, non faceva sbuffare all’ennesimo ascolto, ma al contrario incuriosiva per la moltitudine di suoni analogici e digitali, la mescolanza di lingue e influenze provenienti da tutto il Mediterraneo e l’intreccio di generi musicali diversi ma travolgenti nel loro insieme.
Pur senza voler necessariamente creare delle hit, i Nu Genea sono riusciti a emergere nel panorama musicale italiano e internazionale, grazie soprattutto alla loro capacità di evocare il senso stesso dell’estate attraverso la musica.
Passati dal jazz-funk di nicchia di “Nuova Napoli”, il loro album d’esordio, al successo travolgente di “Bar Mediterraneo” nel 2022, i Nu Genea hanno trascorso gli ultimi quattro anni in un costante tour internazionale, raccogliendo esperienze, suoni e influenze dalle svariate culture incontrate tra un live e l’altro.
Il risultato è “People of the Moon”, attesissimo nuovo album uscito il 1° maggio 2026. Un album che, tuttavia, sembra non aver retto il peso delle aspettative.
A un primo ascolto, “People of the Moon” riesce indubbiamente a evocare le tipiche atmosfere dell’estate mediterranea, ma gli elementi più coinvolgenti delle produzioni precedenti, come la progressione ritmica crescente e la cura quasi artigianale degli incastri sonori, sembrano qui attenuati, lasciando spazio a strutture più prevedibili.
Quel suono ricercato che intrecciava funk, jazz fusion e italo-disco appare qui semplificato: le strutture sono più lineari e le dinamiche meno marcate.
L’album si apre con “Acelera”, in collaborazione con la cantante andalusa María José Llergo, che compare successivamente anche in “Celavì”, rappresentando il lato iberico del progetto.
Un elemento centrale della produzione dei Nu Genea è sempre stato il melting pot culturale che, a partire da “Bar Mediterraneo”, abbraccia non solo i suoni ma anche le voci, arricchendo la loro musica non solo di testi in napoletano, ma in svariate lingue mediterranee.
In “People of the Moon”, infatti, le collaborazioni includono testi in spagnolo, portoghese, inglese, libanese e, naturalmente, napoletano. Interessante è “Onenon”, in collaborazione con il musicista londinese Tom Misch, uno dei più celebri rappresentanti del nu-jazz britannico, che dà vita a una traccia dal funk ballabile: una produzione più compatta e coerente, in cui groove e melodia trovano un equilibrio efficace, risultando tra i momenti più riusciti del disco.

Con “Puleza” torna la voce di Fabiana Martone, cantante napoletana che accompagna i Nu Genea dal 2018 (sua, ad esempio, la voce in “Tienatè”), offrendo così una costante reale con le sonorità dei precedenti album.
La title track, invece, sembra voler replicare la fortuna ottenuta quattro anni fa con “Marechià”, puntando a diventare una hit radiofonica perfetta, il tormentone estivo da ballare in spiaggia. Ma se “Marechià” offriva un originale disco-funk, “People of the Moon” rimane più statica, rinunciando a quella profondità che aveva decretato il successo della precedente. Ne risulta una traccia sicuramente orecchiabile, ma caratterizzata da un ritornello immediato che sembra privilegiare l’impatto radiofonico a discapito della ricerca sonora.
Tra le dieci tracce dell’album, solo “Ondas do Mar”, in collaborazione con il brasiliano Gabriel Prado, mantiene il vero suono dei Nu Genea del passato e chiude il disco con una melodia di synth e riff di chitarra che sfumano lentamente come, appunto, onde del mare.
Nel complesso, “People of the Moon” resta un ascolto gradevole, senza dubbio mantenendo lo stile Nu Genea. Tuttavia, rispetto a “Nuova Napoli” e “Bar Mediterraneo”, fatica a catturare davvero l’attenzione, scorrendo più come un sottofondo piacevole che come un album capace di rimanere impresso nella memoria.