eighty four + = 85

Sebastian Mullaert è una di quelle persone che si possono comprendere a pieno solo ascoltando la musica che producono: una musica introversa, raffinata, ragionatissima e lungi dall’essere scontata, una musica figlia di quello che lui definisce il “flow”, una sorta di flusso di coscienza di joyciana memoria applicato al suono. Incuriositi da tutto questo, eccovi quella che si è rivelata essere una lunga, intensa e sorprendentemente spontanea intervista.

Prima di sapere qualcosa in più sul Sebastian Mullaert artista, iniziamo parlando dei Minilogue e delle differenze nel lavorare da solo o insieme ad altri artisti.

ITALIAN – ENGLISH

È una domanda interessante, amo lavorare con altre persone, è uno dei motivi percui ho deciso di smettere di lavorare come Minilogue, proiettavo troppe energie solo su di un progetto e l’ho fatto per un sacco di tempo, quindi…

Adesso, quando sono da solo, posso iniziare nuove avventure con diverse persone e lavorare a diversi progetti come bands o le collaborazioni con altri artisti come Donato, Matther e altre persone, cosa abbastanza impossibile quando ero nei Minilogue, tutto era concentrato su quello mentre adesso posso fare sia cose da solo che collaborare con diverse persone in vari progetti.

La differenza sta nel modo in cui il lavoro fluisce. Quando sono solo è più una sorta di “stato medidtativo”, non comunico con nessun altro, era più riguardo seguire il flusso ed esprimere c’ho che era al mio interno. Quando lavoro con gli altri è sempre diverso, è come se varie persone illuminassero differenti lati di me e mi portassero a fare cose diverse.

E’ un’ avventura in cui non hai nessuna idea di quello che succederà perchè ciò che voglio fare nella mia mente lo realizzo già in solitaria, mentre quando lavoro con qualcuno e questo viene a fare una jam a casa cerco di non prefissarmi obiettivi, di prenderla come un “ok, non deve succedere niente, se ne esce fuori qualcosa di bello, bene, ma vediamola solo come una bellissima sessione, non dobbiamo per forza rilasciare qualcosa, non deve diventare musica”. E con questa apertura incontro persone che mi ispirano, e quando qualcuno mi ispira credo ci sia sempre un modo per me di ispirare lui.

Quindi immagino ci sia parecchio materiale non rilasciato che arriva dalle tue jam sessions..

Si, moltissimo, e anche quando suono live, ho alcuni sketches che preparo in studio prima, che sono più che altro loops che poi assemblo live e creo una composizione aggiungendo strumenti, quindi registro il tutto. Questo si somma alle mie jam che hanno uno stile completamente diverso, quindi si, c’è tantissimo materiale, attualmente lo sto catalogando perchè credo che ne selezionerò alcune da far uscire in un album di jam sessions l’anno prossimo..

I collezionisti saranno veramente felici di leggere questa notizia.

Comunque anche con le persone che vengono in studio, delle volte è un processo piuttosto spontaneo e veloce. Sai, faccio una passeggiata nei boschi, vado in studio, medito, preparo dei suoni e ne esce fuori una jam, quando è pronta la mando in stampa e il vinile viene rilasciato dopo pochi mesi, una cosa piuttosto veloce.

Non è per forza una questione del tempo che spendi nella composizione o nella traccia, è più un concetto di flow, alcune volte è molto facile e semplice ma lo stesso estremamente bello, altre volte invece diventa un processo super lento, a volte nel passato mi è capitato di lavorare con persone che si sedevano davanti ad un PC e non erano in grado nemmeno di iniziare una composizione o un arrangiamento dalla A alla B e avevamo delle discussioni tipo “Ok, cosa facciamo adesso?””Ok, mettiamoci un Hi-Hat” era frustrante, troppo calcolato. Negli ultimi 10-15 anni mi sono lentamente allontanato da questo, lo ritengo noioso e brutto.

Quando qualcuno viene al mio studio cerco sempre di creare uno scenario dove tutte le persone presenti si sentano a proprio agio e ne scaturisca gioia ho una voglia di suonare in qualsiasi modo, dopodichè lo registro e cerco di catturare il momento, dopodichè le ascolto e cerco di cogliere cosa c’è di speciale in ogni sessione, a volte devi aggiustare delle cose e può essere un processo estremamente lungo, come per esempio la jam con Matthew Johnson, ci sono voluti due anni prima che uscisse.

Ho trovato due punti davvero interessanti in questa risposta. Primo, l’idea dell’essere spontaneo; secondo, il lungo tempo di gestazione che una traccia può avere. Credi che il boom della musica elettronica e il boom dei vinili stiano forzando i produttori a diventare più veloci a discapito della qualita delle loro produzioni?

È una cosa individuale e soggettiva, quando lavori con la creatività, in questo caso la musica, è molto buono riflettere come ti senti e come si arriva a determinati risultati. È una legge che applico a tutte le cose e credo sia la chiave per essere in grado di raggiungere la vera spontanietà, chiedersi cosa sta succedendo, va bene? Mi fa sentire bene?

Mi sta piacendo quello che faccio o no? O questo fa schifo, ho troppo da fare, non ho più quella sensazione quando sono sul palco, perchè succede! Devi sentirlo e cercare di fare qualcosa per fermarlo, ma le persone sono diverse tra loro quindi non credo ci sia una regola generale, alcuni devono fare poche cose, altre sono felici facendo un sacco di cose diverse, siamo persone diverse e come tali abbiamo delle similitudini e delle differenze, credo sia piuttosto distruttivo il porre una regola generale del tipo “facciamo tutto lentamente”, magari per un ragazzo di 20 anni che vive a Roma ed ha una vita impegnata è importante correre nella vita, fare le cose di fretta, non lo so con certezza, quindi non voglio dare una risposta secca, ma per quanto mi riguarda l’essere spontaneo è una delle cose più belle che ci siano anche se ci sono un sacco di fraintendimenti sul significato di essere spontaneo, per me è essere veramente coscienti, aperti e sentire cosa sta succedendo all’interno e all’esterno, per esempio, in un gruppo di persone, se sei spontaneo sei perfettamente connesso con tutti loro, ma le persone confondono l’essere spontaneo con l’essere egoista, “faccio come mi pare, sono fatto così, sono spontaneo”. Per me è una maniera sbilanciata e fraintesa dell’essere spontaneo.

Essere spontaneo è più essere attento a ciò che ti succede intorno, e trasparente nei modi e alle volte è importante il prepararsi ad essere spontanei. La musica elettronica intesa come scena è cresciuta molto, tutto è più grande rispetto a 20 anni fa e questo logicamente rende più difficile l’essere onesti con se stessi e veri.

sebastian mullaert

 

Questo mi porta ad un altra domanda, che credo sarà un punto cruciale nei prossimi anni, la scena della musica elettronica come detto sta crescendo esponenzialmente e negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a quella che è stata l’ascesa e la caduta di Ibiza, una volta paradiso del club, ora entrano nuovi soldi e, stando alle parole di Carl Cox, questo gli sta togliendo la corona, fianco a fianco dell’evoluzione ibizenca c’è stato l’episodio del Fabric che ha coinvolto persone normalmente lontane dai club. Cosa ne pensa Sebastian Mullaert di questa situazione? Preferisci un movimento più grande con più soldi ed esposizione o una cosa più intima? Più prettamente Underground?

Prima di tutto, io sono piuttosto underground, di conseguenza suono in party più intimi, Sono 3 anni che non suono ad Ibiza credo. Logicamente ci sono alcuni clubs più grandi o festivals dove mi sono esibito, come il Fabric o il Berghain, ma sono comunque club piuttosto underground nella scelta musicale, amo lavorare in posti più piccoli e intimi, il mio sogno non è di andare a suonare ad Ibiza, in questo modo sono piuttosto felice di come sono le cose ma tutto cambia in continuazione.

Ciononostante a volte suono in clubs più grandi e festival così da incassare un po di più è cerco sempre di regolarmi in base a ciò che mi trovo dinnanzi. Non è in mio potere cambiare la scena e i soldi che ci girano intorno, è l’evoluzione che sta accadendo. Questo mi porta a vedere il valore del non etichettarmi in questo o quello, provo ad essere onesto con me stesso e con la mia musica, provo a fare musica che amo in vari modi, più esplosiva o più deep e silente, sono diverse espressioni di quello che amo senza preoccuparmi di come sembro, provo ad essere onesto a questa cosa.

Intervista e traduzione Riccardo Di Marco

ENGLISH VERSION

Sebastian Mullaert is one of those people that can be fully understood only when listening accurately to his music: an introvert, refined, thoughtful and never common music. A music that is the result of what he calls “flow”, a sound-related stream of consciousness. Excited by all this, we’ve come to interview Sebastian Mullaert and the result was this long, dense and spontaneous conversation. 

Before entering the world of the solo artist Sebastian Mullaert, let us talk about Minilogue and the differences between working with someone else and working on your own.

Yeah that’s an interesting question. I love to work with other people, that’s also one of the reasons why i moved on and stopped working as Minilogue: because i was projecting so much energies on just that project and we did that for a very long time, so..

Now, when i’m solo, I can also have different adventures with different people, and work on different projects like the different bands i’m starting, as well as collaborating with other artists like Donato [Dozzy], Matthew [Johnson] and other people, which wasn’t really possible when I was in Minilogue. Everything was very focused on that so now I’m both doing stuff on myself, but i also work with different people in different projects.

The difference for me it’s to have very different work flows when I’m working on my own and when I work with other people. When I work on my own it’s really more like a meditative state: I’m not comunicating with anyone else, it’s more about finding the flow and express that really just whithin myself.

When I work with other people it is always different. It’s as though different people are triggering different sides of me, leading me towards doing different things. It is more like an adventure where you cannot have a clear idea about what you going to do. Because what I’m really into is something that already comes out when I work by myself.

Whilst when i go into relationship with someone else, instead, when they come to my studio for a jam session, I try to see things like “okay, nothing has got to happen, we don’t need to do anything. If something noteworthy comes out of all this, fine, but let’s see this only as a beautiful session – we don’t need to release anything, it doesn’t need to become any music”. And with that approach I find the other person to inspire me, and when i get inspired I think there is way for me to inspire the other one, in turn.

So we can suppose there is a large unreleased part of your music coming from your jams..

Yes, very very much. And also, when I play live I have some sketches that I first outline in studio, which are more like loops that then I arrange on stage and make the composition, adding intruments and recording it all. I always record my sets and so I have these ones summed with my studio ones, so I have a lot of material which now I’m actually listing, since I’m thinking about picking some of them to release a jam sessions album next year.

Well, music collectors will be really happy of hearing that.

That’s good.

Anyway, with people who come to my studio, you know, sometimes it’s all very spontaneous and quick. You know, I take a walk in the forest, go to the studio and meditate, I prepare some sounds and have a jam session. When it’s ready, I send it to pressing and the vinyl is out in a few months, so sometimes my work flows really quickly. For me, it is not necessarily about the time I’ve spent with the composition or with the track. It’s more about if i’m in the flow: when i do it, it can be very simple and easy yet extremely beautiful, some other times it is super slow. Sometimes, in the past, I happened to work with some people sitting in front of the computer that were not even able to start a composition or and arrangement from A to B, and we had dialogues like “ok, what are we going to do now?”, “Ok, let’s have an hi-hat”. It was frustrating, too much calculating.

Over the last 10-15 years I’ve slowly drifted away and away from that, I find it so unappealing and boring to sit in front of a computer with someone else and talk about what you going to do, so I never do that anymore. And if someone comes over to my studio, I’m more trying to create a scenario were both of us – or three or four or the number we are – feel joy or some kind of flow to play something, and yes, then I record this session and capture this moments of jamming. Then, afterwards, I think that take much time to listen to all this sessions and kind of feel and listen what actually was special here. Sometimes you’ve got to fix parts of the work and it can take long time, like the jam I had with Matthew Johnson i recorded it 2 years ago.

I found two interesting points in your answer: first, the idea of being spontaneous; second, the long times of gestation that a track can have. Do you think that the electronic music “boom” and the vinyl “boom” forced the producers to become faster regardless of the quality of their productions?

It’s very individual and subjective. When you work with creativity, music in our case, it’s really good to reflect like how you do feel and how you reach certain results. It’s something that i practice in everything and I think it’s the key to be able to be truly spontaneous, asking what’s going on: is it ok now? Does it feel good? Am I enjoying this or not? Or this one sucks, I have too much to do or I don’t have the feeling when I’m on stage anymore, because it happens. It’s more like sensing it and catching it when you feel it then you can try to do something about it but people are different so i don’t think there is a general rule, some people need to do very little stuff, some people create this flow from doing a lot of things.

We have different personalities ad we have similarities and differences, I think it’s kind of destructive to say this is how it works, because some people will then “ah, ok I should do everything slowly, but maybe for some 20 years old who lives in Rome and has a busy life, things should happen quickly – I don’t know – so I don’t have a clear answer, but for me being spontaneous is one of the most beautiful things out there, and I think there is a lot of misunderstanding of what being spontaneous means. For me, it’s to be really consciously opened and feel what’s going on within and outside yourself, and really take in everything like in a group of people.

If you are spontaneous, you are really connected to the people around you, and i think a lot of people misunderstand being spontaneous with being really selfish like “ok, I do whatever I want”, i feel like doing this, i’m just spontaneous, this is who I am”. These are kind of unbalanced or misundestood versions of “spontaneous”, because being spontaneous is more like being awared of what’s going on, and being transparent. Sometimes i feel it is good to prepare yourself to be able to be spontaneous. The electronic music scene has become very big. Twenty years ago everything was smaller. Nowadays everything is more and that of course makes harder for an artist to be true to him or herself.

This brings me to another question, which to me is the real deal for the next years. The electronic music scene is becoming bigger and bigger and in the last 20 years we’ve seen the rise and what is now the fall of Ibiza, which used to be a clubbing paradise. Now more money are incoming and, quoting Carl Cox’s words, Ibiza is losing the crown. Side by side with ibiza Revolution, the Fabric episode happened, which involved people normally away from the clubs.

What does Sebastian Mullaert think about this situation around the club scene? Do you think it’s good to have an always bigger and bigger movement with more money and exposition or do you prefer a more intimate scene? A more truly underground scene?

First of all, I’m quite Underground so i play at more intimate parties, I haven’t played in Ibiza for 3 years I think. Off course there are some bigger clubs or festivals where I’ve played, like Fabric or Berghain, but these are still clubs that are playing a very underground music. I’m happy whit being and playing in places which are more intimate and I love that.

My wish and dream is not to stop doing that and go to play in Ibiza so in that way i’m more quite happy of how things are but everyithing change all the time. However, sometimes I play in bigger clubs and bigger festivals and this also sometimes gives me a little better feel, and I really try to act in what’s coming to me and have an attitude to whats happening. But it’s not in my power to change the scene and the money in there.

It’s the evolution that’s happening, but I see the value of not labeling myself as I’m this or that. I try to be honest to what I am and my music. I try to do music that I love in different ways, more explosive or deep or silent. These are different expressions of what i love and regardless to what looking I have, I try to be honest to that.

Interview and Translate Riccardo Di Marco