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Per chi non conoscesse il Linecheck, si tratta di un meeting informale dedicato al mondo degli eventi musicali, italiani e internazionali. Siamo stati invitati all’incontro di “Warm Up” tenutosi venerdì 20 maggio all’Ex Caserma di Roma, sede anche dello Spring Attitude che si è tenuto negli stessi giorni.

Abbiamo presenziato volentieri alla conferenza del Linecheck in attesa dell’edizione 2016 che si terrà a Milano dal 14 al 18 settembre. Al “Warm Up” erano presenti Dino Lupelli, fondatore di Elita e dell’IQMF (Italian Quality Music Festivals); Andrea Esu, direttore artistico di Spring Attitude; Pietro Fuccio del Siren Festival di Vasto; Gianfranco Raimondo dell’Ypsigrock Festival; Marco Borroni del Music Inside Rimini; Francesco Dobrovich dell’Outdoor Festival. Inoltre erano presenti alcuni esponenti delle istituzioni come Alessandro Bracci (direttore della sede interregionale SIAE); Paola Concia (camera di commercio italiana in Germania); Vincenzo Gibiino (commissione permanente lavori pubblici); Umberto Marroni (commissione ambiente, territorio e lavori pubblici).

Il tema è stato assai interessante e succoso, in quanto si è parlato dei festival musicali, non tanto incentrandosi sui contenuti in sè, quanto piuttosto sulla qualità effettiva della proposta. Per dare dei numeri che rendano l’idea, si stima che il peso – ma forse sarebbe più appropriato definirlo valore – dell’industria musicale italiana oggi si aggira attualmente sugli 8,5 miliardi di euro (stima basata sulla totalità della produzione, divisa tra supporti fisici, biglietti di concerti, merchandise musicale vario, e così via). Degno di nota è il dato per il quale proprio l’indotto dei concerti nell’anno solare 2015 sarebbe aumentato del 22%, naturalmente da interpretare tenendo conto anche che sono aumentati i prezzi dei biglietti, ma che vale come riprova del fatto che l’interesse per la musica live è ancora vivo e, malgardo la crisi economica ormai permanente, le persone hanno ancora piacere a nutrirsene quando possono. Già questa è una concreta base per avere ottime motivazioni ad investire in questo settore.

Nella prima parte dell’incontro di warm up del Linecheck i vari fondatori dei festival poc’anzi menzionati hanno parlato della loro storia, giustamente orgogliosi dei risultati ottenuti negli anni. Dino Lupelli ha preso la parola per primo, immaginando il potenziale che avrebbe l’Italia con il suo patrimonio artistico sfruttando la possibilità di legare il format del festival con la giusta location: “pensate ad un festival in stile Tomorrowland in un luogo come Paestum”. Pensate, in altre parole, all’effetto di potenziamento in termini di evocatività della musica in un setting tanto suggestivo, e al contempo quanto la location avrebbe visibilità e notorietà anche all’estero grazie al rimbalzo che il festival avrebbe nei canali di comunicazione musicale. Il primo ostacolo che si incontra nell’organizzare festival in Italia è, prevedibilmente, quello dei costi. A parte la ben nota inclinazione tutta italiana ad avere una burocrazia che oseremmo definire pachidermica ed invalidante, per avere un’idea anche generica ci basta pensare che per organizzare una serata di musica elettronica i costi sono doppi rispetto a quelli di un concerto rock.

Francesco Dobrovich ha illustrato il felice background del suo Outdoor Festival, evidenziando le caratteristiche dell’ambiente attorno al quale si sviluppa e cresce ormai da sette anni. Outdoor nasce per stravolgere (in senso positivo, naturalmente) il quartiere Ostiense di Roma. Il festival è partito con l’intenzione di cogliere l’iniziativa della giunta Veltroni di riqualificare il quartiere e trasformarlo in un polo artistico-culturale per i giovani. Come spesso accade a Roma, il susseguirsi delle amministrazioni della città ha fatto procedere tale riqualificazione in maniera convulsa, finendo per far arenare quasi completamente il progetto iniziale. Tuttavia Outdoor Festival è riuscito a fare tesoro dell’area di settantamila metri quadri a sua disposizione. Dobrovich orgogliosamente lo definisce quindi un festival di scopo, più che di contenuti, ponendo l’accento sul rapporto tra il Festival stesso e la riqualificazione sul piano sia urbanistico che di tessuto sociale. Il rapporto con le istituzioni è materia delicata, dal momento che Roma è una città difficile, e la collaborazione con chi la amministra riesce a essere fluida e costruttiva solo con le dovute attenzioni: ci si deve radicare gradualmente sul territorio con l’opportuno savoir faire, senza invadenza per non incontrare diffidenze o resistenze.

Un altro esempio di festival romano è lo stesso Spring Attitude, svoltosi proprio negli stessi ambienti dove ci trovavamo per la conferenza. Si tratta qui di un festival prevalentemente autofinanziato, a parte alcune sponsorizzazioni private, che trova sostentamento grazie alla vendita dei biglietti stessi e di poco altro. Andrea Esu specifica che il festival non ha mai ricevuto finanziamenti pubblici sebbene nelle più recenti edizioni qualche tentativo di intavolare il discorso con il Comune di Roma sia stato fatto. Spring Attitude, abbiamo potuto constatarlo di persona, è basato non solo sulla musica dal vivo e sulle performance dei DJ, ma prevede anche installazioni e videoarte, per un’esperienza non solo acustica ma più completa ed interattiva. Nell’ottica di Esu, il problema di Roma è un sottile meccanismo per cui siccome la città è di per sè già molto turistica grazie al turismo religioso e all’abbondanza di “heritage” storico, le amministrazioni locali si fanno bastare queste diciamo “classiche” forme di introiti e non sembrano mostrare particolare interesse a finanziare e sponsorizzare eventi del genere. Eppure vi sono altri esempi in Europa, come quello di Barcellona, che dimostrerebbero il contrario: per cui nel contesto di una città intrinsecamente turistica trovano facilmente spazio e successo festival che sono ormai istituzioni, come il celeberrimo Sònar o il Primavera Festival.

Volendo uscire dalla capitale, Pietro Fuccio ha raccontato la storia del Siren Festival. Ci troviamo a Vasto, provincia di Chieti in Abruzzo, sulla costa adriatica. Località di mare di piccole dimensioni, non priva di profonde radici storiche, essendo anche un grazioso borgo medievale. In questo caso i meccanismi che si sono instaurati sono completamente diversi rispetto al quadro presentato finora, dato che tanto per cominciare l’amministrazione ha accolto bene il festival, credendo nel progetto e cogliendo l’occasione per rilanciare il turismo in un periodo di calo sensibile. In questo caso, dove non è l’amministrazione è invece la competizione con gli organizzatori locali ad aver creato alcune difficoltà.

Il rapporto con le attività residenti è risultato in effetti più difficile, dal momento che il Siren Festival si svolge all’interno della città. Fuccio ci tiene a specificare che la vocazione del festival non è cercare di rassomigliare a enormi manifestazioni come possono esserlo il Coachella negli Stati Uniti, ma piuttosto di curare quello che viene definito un “boutique festival”, più piccolo e basato sulla qualità, anzichè puntare sull’estensione. Il taglio è quindi quello di un festival per chi non ha particolare predisposizione verso mastodontici eventi “da consumo”, di quelli con un bacino di utenza da ottanta o centomila persone, dove tutto ha una dimensione più massificata, e di conseguenza la qualità e i servizi risultano in automatico più carenti.

Il formato del “boutique festival” è piuttosto quello di un ambiente più piccolo e per questo con la possibilità di valorizzare il dettaglio ed il servizio. Si parla di duemila, cinquemila persone al massimo. Un problema relativo ad un festival con questo taglio è che gli sponsor sono restii a crederci, tendenzialmente non conoscono i nomi, vogliono mille garanzie con la conseguenza di esose perdite di tempo per gli organizzatori, che non si ritrovano in condizioni di alzare di anno in anno l’asticella e poter fare di più.

Si scatena purtroppo un effetto domino per cui, depotenziato così l’evento, anche gli artisti tendono a crederci di meno e può capitare che vengano solo se si ritrovano due giorni liberi in agenda, e così via. Per cui il bouique risulta un festival con i suoi pro e i suoi contro, che può funzionare solo in determinati ambienti e richiede un approccio particolarmente entusiasta e collaborativo. Ciò che secondo Dobrovich il festival di questo formato può insegnare ai festival nelle grandi città è il cosiddetto “branding” dato che, una volta attecchito, un festival piccolo in una location piccola si ritaglia più facilmente un’identità forte e una programmazione ad hoc.

Sulla falsa riga del Siren abbiamo anche l’Ypsigrock Festival di Castelbuono in Sicilia, dalla dimensione stavolta più rock che elettronica, unico festival a rappresentare il genere a questo “Warm Up”. Gianfranco Raimondo dichiara apertamente di non avere interesse ad attrarre duecentomila persone, quanto piuttosto cercare di invogliare possibili fruitori ad avventurarsi in cerca del festival. Il suo è un disegno di quasi intenzionale “depistaggio”, in un paradossale ma magnetico processo. Già il nome di non facile pronuncia si vuole rendere poco “catchy”.

Inoltre la sua strategia ha voluto che il festival fosse collocato a quattordici chilometri di distanza dal mare, intenzionalmente lontano dai tipici scenari balneari della Sicilia e dalla tipica formula dei resort a un passo dalla spiaggia. C’è quindi questo elemento di avventura, di vera e propria “discovery” che si propone come reale alternativa al turismo cotto e mangiato che si incontra di solito sull’isola. Come se non bastasse, Ypsigrock ci tiene a non replicare mai due volte lo stesso artista, in modo da forzare il pubblico a non vincolarsi sul nome, fossilizzandovisi, ma piuttosto a spingerlo a cercare, scoprire ed uscire dalla comfort zone per acculturarsi con nuovi stimoli. Per questo motivo la parte più “challenging” dell’Ypsigrock è proprio il rapporto con il pubblico. Come possiamo notare ogni festival è una storia a sè, che prende forma dal contesto in cui si sviluppa, nella sua interezza: dalla sua vocazione e dalla sua location.

Marco Borroni ci ha mostrato invece la chiave di volta del Music Inside, che si svolge con cadenza annuale a Rimini, località già celebre sin dagli anni ’90 come meta turistica e dal grande background musicale. Chiave di volta rappresentata dalla sinergia tra dimensione fieristica ed esperienza notturna a base di musica elettronica. Il MIR viaggia su numeri molto grandi e vanta ospiti di levatura internazionale, quali Sven Vath, Ricardo Villalobos, Nina Kraviz, Jamie XX e così via. Si articola quindi a doppio livello: una fase “diurna” di marketing in fiera, nella quale vengono proposti ai buyer prodotti e tecnologie, delle quali si può saggiare l’applicazione direttamente la sera, nella fase che lui stesso definisce “esperienziale”, in cui le innovazioni e le novità tecnologiche proposte (che possono essere nel settore delle luci, dell’hardware audio, etc.) vengono toccate con mano durante un’esibizione o un DJ-set. La formula funziona assai bene, dato che nell’arco di quattro giorni accorrono in media più di duecentocinquantamila persone.

Questa panoramica che ritrae alcuni esempi di festival musicale italiano hanno suscitato la curiosità di Paola Concia, presente in conferenza nel ruolo di rappresentante della cultura italiana in Germania. Dalla sua esperienza in tale ambito rivela che in realtà l’Italia che viene promossa all’estero non è più tanto rappresentata dalle grandi città d’arte come Roma, Firenze, Venezia, i cui nomi da soli bastano come efficace pubblicità, quanto piuttosto da quella parte sconosciuta ai più: l’Italia dei borghi piccoli, più nascosti e che richiedono un atto di scoperta attiva. I borghi meno conosciuti, a differenza delle grandi città già menzionate, richiedono di essere resi attrattivi proprio valorizzando tutti gli elementi che possono offrire. E un festival musicale ha tutte le potenzialità per incarnare uno di questi elementi.

Più volte nel suo intervento quindi preme sul fattore istituzioni, istituzioni come facilitatori, ritenendolo il più importante per la buona riuscita di questo processo. Concia (e non solo lei) ravvisa un deleterio impigrimento dell’Italia nel settore turistico, come se si fosse seduta sulla classica formula del campare di rendita grazie a monumenti e turismo religioso. Può risultare infatti assai pericoloso il ragionamento per cui non abbiamo bisogno di stimolare il turismo, avendo già un nome conosciuto in tutto il mondo per la sua storia e il suo passato. Inoltre c’è un secondo aspetto nel mancato investimento in musica e cultura a comportare ripercussioni negative: il punto su cui varrebbe la pena soffermarsi non sarebbe tanto costituito dal numero di persone che vengono attratte dai festival, quanto il rapporto tra fatturato e il numero di persone che lavorano a quel festival. Su questo l’Italia è indietro. Un fattore che Lupelli definisce “professionalizzazione”. Per dare il giusto peso a questo genere di eventi bisogna cambiare appoccio, parlare di numeri, di industria, e soprattutto smettere di vedere chi organizza i festival come un passionario che non sta realmente lavorando, ma bensì riconoscergli il reale ruolo di imprenditore e agevolarne il movimento. Purtroppo l’Italia non pare attualmente nelle condizioni di poter effettuare anche piccole innovazioni perchè ingolfata in meccanismi spesso obsoleti.

Ad esempio dove in altri paesi è possibile prenotare biglietto, mezzi di trasporto e persino consumazioni al banco con un’app, una digitalizzazione completa non si potrebbe avere nel nostro paese, a causa di alcuni passaggi obbligati di documentazione cartacea necessaria alla SIAE per la sua attività di controllo. Basti pensare che attualmente vige ancora una legge del ’31, per la quale se si organizzano eventi musicali senza tutti i dovuti permessi si viene considerati alla stregua di chi organizza manifestazioni eversive o gestisce una tipografia clandestina. Per contribuire a semplificare la vita agli organizzatori di festival musicali, Umberto Marroni propone di trattarli come i festival del cinema o le biennali, quindi con facilitazioni burocratiche e sgravi fiscali di cui ci si può avvalere secondo la recente legge Franceschini, lasciando come effettive sfide nelle mani degli organizzatori quelle concernenti la programmazione e la rigenerazione dei quartieri.

In tema di facilitazioni, Alessandro Bracci ci tiene a spendere alcuni minuti nel dire che la SIAE ha fatto molto e sta facendo moltissimo a tale proposito, pur senza entrare nel dettaglio e nel merito. Riporta però un singolo esempio, quello del famoso concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo, per il quale ci fu una controversia nel momento in cui emerse che la location fu affittata a due lire per ospitare le rockstar, prezzo successivamente alzato di fronte all’evidente sproporzione. Tale episodio dovrebbe essere indicativo di un’occasione persa per poter organizzare un grande concerto risparmiando dove possibile. A parte questo aneddoto esemplificativo, ci avrebbe fatto piacere in un’occasione del genere sentire direttamente da un rappresentante qualche concreto esempio su quanto la SIAE stia realmente facendo in tema di agevolazioni economiche.

Volendo autonomamente esplorare la questione possiamo trovare la nuova iniziativa che prevede il sollevamento degli associati under 30 dal pagare la quota annuale di iscrizione, cosa che è effettivamente un gran peso in meno per i soci. Mentre ne riconosciamo l’effettiva positività, non possiamo però d’altro canto che rilevare anche che suddetta quota è recentemente passata da circa 90€ annuali, già di per sè esosi per giovani musicisti emergenti, improvvisamente ad addirittura 150€, tenendo conto per di più dell’attuale posizione di monopolio della società. Il presente Vincenzo Gibiino, se da un lato si dichiara a favore di tale monopolio, coglie l’occasione per proporre ulteriori agevolazioni nei confronti di artisti minori ed emergenti che, non richiamando un grosso pubblico, rischiano di essere destinati ad andare in perdita, o peggio, di far andare in perdita il locale dove si esibiscono. Il senatore pone inoltre un particolare accento sull’intermodalità, ossia la connessione tra i servizi di supporto a un festival.

Nei festival europei, poter usufruire di treni o navette dedicate che possano aiutare a convogliare i fruitori fino alla location è la norma. In Italia, invece, in mancanza di tali servizi e di tali collaborazioni con le aziende di trasporti pubblici, le persone tendono a raggiungere la location in auto, con una serie di conseguenze che ben possiamo immaginare: difficoltà a trovare parcheggio nelle vicinanze di luoghi di grande aggregazione, il ricorrente copione del finestrino rotto e del pizzo da pagare al parcheggiatore abusivo di turno, e soprattutto il problema del ritorno a casa in auto in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe. Tutte problematiche risolvibili in blocco con l’implementazione dei servizi succitati.

Alla fine di questo incontro di warm up del Linecheck possiamo dire che gli spunti ci sono, le idee pure e a parte molte parole ci sarebbe anche la voglia di fare. Forse per esaurire completamente il discorso mancava qualche tasto da toccare: ad esempio non è mai stata pronunciata la parola Soundreef (che prevede anche un’assistenza in caso di compilazione di borderò e licenze multiple per le esibizioni dal vivo) o più direttamente tema del monopolio SIAE, evidentemente per non creare imbarazzi o perchè ancora non siamo aggiornati al riguardo. Sono elementi per i quali, come al solito, siamo in ritardo rispetto agli altri paesi europei.

Paolo Castelluccio