fifty three + = sixty one

La nostra review dell’imminente “Losing Sight”, album di SNTS previsto in uscita per il 12 novembre. Raramente nella scena techno si è sentito un suono così crudo ed inquietante.

Losing Sight” è l’ultima fatica dell’oscuro artista che conosciamo come SNTS. Malgrado l’idea di indossare drappo nero e maschera sia tutt’altro che inedita, anche se portata avanti con motivazioni sincere e autentiche, SNTS riesce comunque a infondere inquietudine e vibrazioni sinistre. La sua musica è una techno impossibile da descrivere con tonalità che non siano il nero o al massimo il grigio antracite – per tornare sull’aspetto con cui si presenta al pubblico, assolutamente coerente – che porta con sè anche una componente melodica lontana, flebile e inafferrabile come un ricordo d’infanzia, quando si aveva ancora dell’innocenza dentro. Questa vena di dolcezza perduta, dimenticata viene costantemente e progressivamente coperta da una coltre di carbone che come una polvere, una cenere vulcanica va costantemente a depositarsi sull’anima.

Predomina alla fine un beat come una sorta di cassa dritta a lutto, avviluppata da un noise sommesso, un rombo silenzioso ma lacerante: brani dove sembra non accadere nulla, ma c’è un “fumo sonoro” in continuo movimento, che si fa argomento e articolazione.

In “Losing Sight” questa componente viscerale è ancora più accentuata. E c’è un elemento tanto potente da far stare male. La copertina. La fotografia che accompagna e descrive l’album ritrare un bambino diafano che guarda “in camera”, un occhio coperto da una mano adulta dalle nocche rosse, consumate, che tutto comunicano fuorchè calore e sicurezza. Il mezzo volto visibile del bambino è in una luce fredda, lo sguardo preoccupato e inerme. Una violenza non ancora accaduta, come quella sensazione che si ha negli incubi quando sai che sta per succedere qualcosa di orrendo.

Ciò che rende intenso e terribile “Losing Sight” è che, inevitabilmente, si tende a empatizzare con quel bambino. Durante tutto l’ascolto ci si immedesima in lui, indifesi sotto una tempesta di oscurità che sfida la tempra di una creatura innocente. E’ la prima cosa in cui ci si imbatte ed è impossibile rimanere indifferenti. Come è impossibile dire che sia solo musica – un po’ come quando da piccoli, nelle scene un po’ forti, ti dicevano “è solo un film” e tu avevi paura ma non potevi fare a meno di guardare.

Bambino, tra l’altro, che si intravede anche nel video teaser. Un breve filmato, confuso e oscuro dove il tappeto sonoro distorto e drammatico della stupenda “Our Only Hope” accompagna immagini sulle stesse tonalità della copertina. Se vi siete è imbattuti in quel video come antipasto all’album imminente, diteci se non vi sono venuti i brividi.


“Losing Sight” è quindi una marea lenta e inesorabile di timor panico che va ad innalzarsi progressivamente. Perdita di lucidità, perdita di innocenza, paura, rituale, e naturalmente musica. Tutte le sfaccettature del dio Pan, che bussa alla porta del tuo inconscio, e non sei sicuro di volergli aprire.
Ma questa porta, anche fosse solo per sfidare se stessi, la si apre lo stesso. Anche fosse solo per dire “ormai sono grande”, credendo di aver visto di tutto.

Il titolo è meno istintivo rispetto alla copertina, e si può ricostruire il concept del disco andando a cercare il fil rouge che lega i titoli. Questa la tracklist:

A1. Our Only Hope
A2. The Grinding Inside
B1. Limited Perception
B2. Telepathic Thought
C1. Blindfolded
C2. Improving Senses
D1. Daydream
D2. Beyond Reach

Perdere la vista, una sorta di inevitabile maledizione, che però si rivela essere una sorta di catarsi. Nell’insieme, gli otto titoli rimandano al tragico obnubilamento della capacità di vedere, una ferita senza dolore fisico ma che getta nella tenebra la percezione visuale del mondo esterno. Perdita della vista che si rivela però poter essere un passaggio verso una maggiore consapevolezza, un acuirsi degli altri sensi, un arrivare a facoltà addirittura superiori proprio a causa della mancanza, ora, dell’interferenza sensoriale causata dalla vista. Come se la vista coprisse con un velo una percezione più alta, ora liberata e ripulita dal disturbo e dall’inganno di ciò che appare, che con il solo fatto di poter essere guardato fuorvia il nostro giudizio e la nostra saggezza.

La cecità come rimappatura del mondo in cui viviamo, come sacrificio necessario per acquisire una nuova visione, più matura e capace di andare oltre, verso la complessità e tutto ciò che c’è dietro l’ovvio.

Per chiudere il cerchio, si può unire tutto vedendo la crescita come perdita della vista. L’uscita dall’infanzia come una naturale caduta nella cecità. Cecità però interpretata in una nuova chiave: perdere progressivamente l’innocenza negli occhi del bambino per approdare a una maturità in cui si diviene capaci di vedere oltre la vista. Anche se il prezzo è conoscere l’oscurità e accettare di non poterne guarire. Conoscere l’orrore, la paura, il male sulla Terra – prima trovandosi senza armi, e poi acquisendo la capacità di far fronte a tanto buio, trovando infine una sorta di gioia nell’aver scoperto che chiudendo la porta della vista con gli occhi, si apre quella della vista con la mente.

Lo stesso album si accompagna a un testo in versi:

“When I found out that tragic thing 
and my eyes were blurring without pain, little
did I know what it would bring  or how much more, that I would gain. 
While going blind and losing sight these things I find are a great delight.
Visions I see, in various shades.
Voices take on new meaning.
All of the audiovisual aides are right there intervening.
I experience life with my inner mind.
And think if we all had no choice 
we couldn’t define hate by the sound of a voice.
I feel laughs, cries and melodious cheers, and I find glorious visions for listening ears.
All of these things are intertwined resting behind my sight­less­ eyes…”

Non si può nemmeno tralasciare anche il processo creativo, strettamente connesso al contenuto stesso: “Losing Sight” è stato registrato in una caverna della quale non si conosce nè la location, nè altro. Per questo album sono stati utilizzati una varietà di strumenti, tra macchine analogiche, sintetizzatori modulari, effetti a pedale e persino chitarra e voce, presumibilmente la sua. Un contesto del genere ha probabilmente favorito la possibilità di esprimere il lato più intimo ed oscuro dell’artista, che è riuscito a imprimere autenticità ancora più fortemente rispetto alle produzioni precedenti.

E’ un album che ci parla in maniera cruda e aggressiva, profondo e vero, dove l’ambiente allestito per suonare ricrea l’ambiente interiore ottenendo una sorta di risonanza che ha evidentemente potenziato la resa espressiva – e se questa era l’intenzione, come esperimento è riuscitissimo.

losing sight

“Losing Sight” è anche molto più sporco ed eterogeneo delle produzioni precedenti di SNTS. Siamo abituati a lavori sì oscuri, ma più puliti e lineari. Questo, invece, alterna l’ambient-noise a brani industrial-noise, dove la sfocatura e l’appannamento della vista sono resi dalla distorsione che rende più difficilmente intellegibili i beat, sincopati e convulsi, che si impastano al disturbo dei drone quasi onnipresenti. Stupenda e particolarmente esemplificativa la traccia di apertura che si può saggiare anche dal teaser, dove la combinazione tra distorsione e il filtro che va progressivamente a chiudersi simulano proprio la vista che va ad annebbiarsi fino a farci perdere completamente la capacità di discernere i profili dei suoni che udiamo.. e poi non udiamo più.

Si piomba quindi nel caos con “The Grinding Inside” e poi con “Limited Perception“, quest’ultima un vero e proprio incubo acustico, dove faticosamente ci proviamo a far strada tra inquietanti suoni a metà tra stridore industriale e grida umane. Effetto ancora più estremizzato in “Telepathic Thought“, dove si arriva fino al punto di non poter più sopportare il vorticare di bad vibes che ci avvolge e come un gelo invernale ci arriva fino alle ossa.

E infatti segue “Blindfolded” dove si riprende respiro, e ci si avvicina alle sonorità più cosuete di SNTS, o meglio il SNTS che conoscevamo prima di questo album, quindi più prettamente techno, parimenti scuro ma meno fondato sul rumore.

Si può dire che la seconda metà del disco, con questa traccia seguita da “Improving Senses” e “Daydream” sia non dico più positiva (per carità) ma è come se ci fosse un passaggio ad una maggiore consapevolezza e si iniziasse a convivere con la cecità, o meglio con la nuova vista, quella della mente che impara a spingersi oltre. Fino a cercare di afferrare ciò che è più lontano possibile dalla propria portata, appunto “Beyond Reach“. La chiusura dell’album è fatta di suoni remoti, non invadenti come nei primi brani ma più distanti, a riprova che si è usciti dalla claustrofobia iniziale, in cui ogni cosa sembrava arrivarci in faccia e sbatterci a terra. Ora si riesce per lo meno a stare in piedi, ancora vivi, purificati con il fuoco.

“Losing Sight” uscirà sotto forma di doppio vinile il 12 novembre per la Sacred Court, la nuova etichetta di SNTS stesso. Un’etichetta istituita proprio per ospitare lavori particolarmente sperimentali ed intimi, a base di sonorità che esulano anche dalla techno in senso stretto, andando a toccare anche, appunto, generi come noise, industrial e addirittura EBM.

Paolo Castelluccio