Il 6 giugno al PAV di Torino si terrà Presagio Festival, connubio di comunità, natura, musica elettronica, arte e sostenibilità. Ce lo siamo fatti raccontare da chi l’ha sognato e ideato, Dario.
Dario lo chiama festival, ma si sente che per lui Presagio Festival è in realtà molto di più. Forse un modo per tornare a credere che un pomeriggio d’estate possa contenere più di quanto prometta. Forse un esperimento su cosa succede quando cambi rotta e ti allontani da mode e trend, tornando a scegliere con calma. Artisti che non si sono mai visti a Torino, materiali che non diventano rifiuto, conversazioni che non sono solo chiacchiere da “dopo party”.
L’abbiamo incontrato pochi giorni prima dell’evento per farci raccontare come è nato Presagio Festival, cosa vuole diventare e dove ci porterà sabato 6 giugno.
Partiamo dal nome: perché “Presagio”? Che cosa volevi evocare scegliendo questa parola?
Il nome Presagio nasce in un periodo molto particolare e importante della mia vita: avevo lasciato il progetto Outcast Torino dopo dodici anni e avevo deciso di prendermi del tempo per pensare. Così iniziai a segnarmi alcuni ipotetici nomi che avrei potuto usare in futuro e tra questi annotai Presagio. Sapevo che prima o poi mi sarei messo di nuovo all’opera e a fare ciò che più amo, sentivo che avevo ancora molto da dare. Volevo assegnare al festival un nome in italiano e notai che Presagio, oltre a essere eufonico, non era mai stato usato per eventi analoghi, così ho deciso di sceglierlo.
Presagio sembra nascere come qualcosa di più di un semplice festival. Quando hai capito che volevi costruire un’esperienza che unisse musica, arte e pensiero?
L’ho capito durante l’anno in cui sono stato fermo con gli eventi, ho avuto tanto tempo per pensare e per riflettere. Volevo cercare di fare qualcosa che potesse essere un’ evoluzione di quello che facevo prima, così ho deciso di costruire mattone dopo mattone un evento che potesse andare oltre alla musica.
C’è stato un momento preciso in cui hai pensato: “Torino ha bisogno di questo”?
Credo che Torino sia un polo culturale e d’avanguardia da tantissimi anni. Una città del genere ha sempre bisogno di proposte e spazi nuovi. Per questo motivo non c’è un momento esatto in cui abbia pensato a questo, è una causa che ho già sposato tanti anni fa.
La line up mescola artisti internazionali molto rispettati come Legowelt con nomi della scena locale e progetti più sperimentali. Qual è stato il criterio curatoriale dietro questa selezione?
Volevo cercare di creare una line up interessante e allo stesso tempo non già vista e rivista, cosa non semplice in una città come Torino che ospita artisti internazionali tutti gli anni.
Alcuni artisti in programma non si erano mai esibiti a Torino. Quanto è importante per te portare qualcosa che il pubblico qui non ha ancora avuto occasione di vivere?
Ritengo questa cosa molto importante, soprattutto in una città curiosa ed esigente come Torino. Le persone qui hanno sete di nuova musica e di ascoltare nuovi artisti. Devo ammettere di essere molto soddisfatto dei booking che siamo riusciti a chiudere.

Spesso gli headliner attirano il pubblico, ma sono le comunità locali a dare identità a un festival. Che ruolo hanno per te le realtà indipendenti torinesi dentro Presagio?
Come dicevo prima Torino è un polo culturale molto importante in Italia, soprattutto per quanto concerne la musica elettronica. Ci sono decine e decine di DJ e producer di altissimo livello in città e nei dintorni. Da questo punto di vista credo che Torino non abbia nulla da invidiare alle più grandi capitali europee. Per me supportare la scena locale, oltre a essere un piacere, è un dovere. Mi sento in debito con Torino per tutto quello che mi ha insegnato negli ultimi vent’anni, è una cosa che faccio col cuore.
Torino ha una storia fortissima legata alla club culture e alla sperimentazione. Come dialoga Presagio con questa eredità?
Credo che Presagio Festival si incastri perfettamente in questi meccanismi cittadini. Negli ultimi decenni si è passati dal ballare quasi esclusivamente nei locali a farlo in posti inusuali e caratteristici, spesso outdoor. Credo che Presagio sia semplicemente una delle tante evoluzioni che la città sta vivendo, perfettamente in linea con la sua vena innovativa.
Il festival si svolgerà al PAV, uno spazio che mette al centro il rapporto tra arte, natura ed ecologia. Quanto ha influenzato la location la costruzione stessa del progetto?
Ad essere sincero la mia idea di evento nasce prima di incontrare il PAV. Il parco ne ha semplicemente consolidato le fondamenta, ma sono valori che porto dentro da diverso tempo.
In Presagio la sostenibilità sembra essere una pratica concreta, non solo una parola da manifesto. Come avete tradotto questo principio nelle scelte organizzative?
Abbiamo cercato il più possibile di sostenere questi ideali che ci accomunano con il parco nelle scelte che stavamo prendendo in fase di ideazione dell’evento. Così abbiamo voluto fare qualcosa di concreto e includere questa visione in ogni decisione, dagli allestimenti alla somministrazione, dai laboratori alle realtà espositive coinvolte. Ogni aspetto ha rispettato questi principi.

Quanto è importante oggi, secondo te, che un festival si interroghi sul proprio impatto ambientale?
Moltissimo, soprattutto in Italia. La cultura del clubbing e dei festival di musica elettronica è ancora vista come un qualcosa di pericoloso per la società, soprattutto dalle generazioni più in là con gli anni. È importante trasmettere un segnale positivo alla comunità, queste iniziative ne sono un esempio. Bisogna far capire alle persone che questi eventi sono un arricchimento culturale ed economico per il territorio, non un qualcosa pensato per portare danno.
Quando finirà questa prima edizione, cosa ti farà dire: “È andata esattamente come speravo”?
A fine evento vedere le persone felici, contente ed entusiaste di aver vissuto dei momenti che fino a poco prima erano solamente delle visioni nella mia mente. In un mondo sempre più pesante regalare momenti di leggerezza e felicità alle persone è un qualcosa che mi fa star bene e che mi riempie di orgoglio.