sixty two − fifty five =

Sono più di 10 milioni i casi di Coronavirus nel mondo e ogni Paese sta adattando le proprie norme e le proprie regole di comportamento sociale in funzione di un cambiamento radicale dei comportamenti che al momento appare di lungo periodo e pone seri interrogativi sui tempi per una riapertura generalizzata, specie per quanto riguarda gli eventi di massa.

Se da un lato i governi degli stati membri della UE hanno hanno approvato l’elenco di 15 Paesi i cui cittadini a partire dal mese di luglio sono di nuovo ammessi nel territorio dell’Unione Europea, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tramite il suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che il peggio deve ancora arrivare in quanto un mondo diviso, nelle contromisure e nelle politiche di prevenzione e nelle misure di distanziamento sociale, aiuta inesorabilmente lo sviluppo e il diffondersi del virus.

Anche se tutti pensano che il vaccino sia una panacea, ha detto Ghebreyesus, non siamo in grado di sapere oggi se funzionerà in tutte le fasce d’età e non è noto quando sarà pronto.

Nell’incertezza e nell’attesa che la scienza metta a disposizione della collettività gli strumenti idonei a vincere un’epidemia che per gli effetti e i condizionamenti sociali che ha comportato ricorda lo sviluppo che ebbe la spagnola, seppur alle mutate condizioni di oggi, l’unica soluzione è la convivenza con il virus attraverso un nuovo accordo sociale fatto di regole e di comportamenti responsabili che non si riduca alla mera regolamentazione ma riparta dalla condivisione di un nuovo rispetto civico.

Da Stato a Stato le condizioni per una riapertura generalizzata risentono di una molteplicità di fattori differenti; tuttavia oggi quei paesi che hanno per primi sperimentato il lockdown come unica contromisura efficace, l’allentamento a geometrie variabili delle misure di distanziamento ha dato sinora segnali positivi e incoraggianti, nonostante questo comporti la naturale e fisiologica conseguenza della nascita di piccoli cluster epidemiologici che possono manifestarsi inaspettatamente e che richiedono nuovamente l’isolamento immediato.

Affinché questo avvenga efficacemente una delle iniziative messe in campo dai governi è quella del contact tracing, al fine di rintracciare e verificare il contagio di tutte le persone che hanno avuto contatti con un focolaio d’infezione verificato.

Tale misura si sta affermando come unica o quasi condizione affinché sia possibile una riapertura dei locali che, come noto, in Italia sono tenuti a rispettare rigide regole di limitazione della capienza.

In questo contesto di riapertura di club si parla con cautela e, a parte poche organizzazioni temerarie che hanno investito su uno spostamento in autunno, per la maggior parte dei festival e degli eventi è ancora presto per gli annunci, fatta eccezione per alcune limited edition, edizioni ripensate con line-up a ranghi ridotti e modalità di svolgimento completamente stravolte rispetto al passato; è il caso del Sunwaves, la cui 27 edizione che si sarebbe dovuta svolgere sulle rive del Mar Nero, in Romania, nella seconda metà di agosto è stata leggermente posticipata nel periodo dal 3 al 8 settembre; maggiori informazioni sulla line-up e sulle modalità di svolgimento dell’evento saranno rese note nei prossimi giorni dall’organizzazione.

Tutto questo a riprova del fatto che talvolta le fughe in avanti, specie nel settore del clubbing e degli eventi, possono comportare danni ancora maggiori per la risonanza mediatica che talune circostanze impreviste o, nel peggiore dei casi, gestite con poca prudenza possono comportare, scatenando così un effetto domino su tutto il mondo dell’intrattenimento musicale dal vivo.

Come tutte le regole infatti, anche quelle che riguardano la possibilità per club e locali di ospitare eventi e serate oltre ad essere molto diverse da stato a stato, rischiano di essere inapplicabili o comunque soggette ad interpretazioni più o meno estensive aprendo il campo a comportamenti opportunistici e, in taluni casi, irresponsabili.

E’ sufficiente una rapida panoramica, infatti, per rendersi conto di come regole non uniformi si traducano in una rete dei controlli a maglie larghe che se da un lato cerca di contenere possibili nuovi fenomeni circoscrivendoli in ambito locale, dall’altra con la progressiva riapertura delle frontiere e degli spostamenti transnazionali rende vano ogni tentativo di contaminazione tra paesi diversi.

Dutch nigtclub

Dall’Olanda, dove la capienza degli eventi al chiuso è stata recentemente liberalizzata in funzione di un sistema di prenotazione efficace, assegnazione del posto obbligatoria e controlli della temperatura, passando per il Belgio dove il contingentamento resta stretto per paura di un rimbalzo dell’epidemia fino alla Spagna, lodata insieme all’Italia per essere riuscita ad invertire un trend che sembrava inarrestabile, dove la stagione balearica è stata sospesa e il divieto di utilizzare i dancefloor rimane valido (come testimonia il caso della scorsa settimana di una festa privata all’Amnesia di Ibiza chiusa e sanzionata dalle autorità locali che hanno trovato nel club 130 persone)

La fase tre del Regno Unito è iniziata ufficialmente il 4 luglio ma di riapertura di club e night venue ancora non si parla in attesa di dati rassicuranti sulla stabilizzazione dei contagi la cui curva esponenziale ha iniziato solo recentemente a decrescere.
Come se non bastasse, è stato sufficiente il primo weekend di riapertura dei pub per indurre le autorità locali ad affermare come sia chiaro che la distanza interpersonale di un metro non solo non venga rispettata ma non venga in alcun modo considerata.

Un recente sondaggio della Night Time Industries Association (NTIA) mostra che l’industria dell’intrattenimento del Regno Unito sta subendo un contraccolpo significativo dalla crisi post-lockdown, con il 93,8 per cento degli operatori che si dichiarano “seriamente preoccupati” per le conseguenze del distanziamento sociale sul loro settore e sull’indotto; Music Venues Trust ha chiesto al governo di fornire 50 milioni di sterline al settore della musica di base.

Maggiore elasticità, quantomeno numerica, nelle disposizioni del governo tedesco: gli eventi all’aperto con oltre mille persone rimarrano vietati fino al 31 agosto, mentre il limite verrà portato a cinque mila fino al 24 ottobre, data a partire dalla quale anche la capacità massima dei raduni indoor sarà estesa fino a mille partecipanti.
Il governo federale si è impegnato a fornire 1 miliardo di euro al settore culturale e di questi 150 milioni di euro sono stati destinati all’industria musicale.

La regolamentazione tedesca è in parte assimilabile a quella francese: il governo transalpino ha prorogato ed esteso il divieto di eventi con un numero di persone superiore alle cinque mila almeno fino al prossimo 1 settembre.

E mentre gli Stati Uniti stanno affrontando la fase forse più difficile dall’inizio della pandemia alternando nuove restrizioni a timide e progressive riaperture in base alle differenti situazioni in cui versano i singoli Stati federati, sull’altra sponda del Pacifico, in Australia, il governo conta di riaprire i club entro il mese di agosto, seppur con una distanza di quattro metri quadri per persona; di recente il governo ha promesso 75 milioni di dollari per sostenere il settore artistico e culturale mentre in Nuova Zelanda l’emergere di nuovi casi ha causato un ripensamento sulla scelta di una repentina riapertura preannunciata a partire già dal mese di giugno.

Il governo giapponese invece, ha delineato un piano la riapertura dei locali in tutto il paese con specifiche linee guida che includono anche una riduzione della capacità tra il 50 e il 75 per cento della capienza, il distanziamento sociale di almeno un metro, obbligo di mascherina e il volume impostato a un livello minimo per evitare conversazioni rumorose.

Tornando in Europa, Danimarca, Portogallo e Islanda, tra i Paesi con minor incidenza di contagi e di vittime, procedono all’allentamento progressivo delle misure di contenimento con qualche timore ma con ragionevole fiducia anche se una riapertura completa è ancora in fase di valutazione, specie per quanto riguarda concerti, festival ed altri eventi di massa.

Sulla stessa lunghezza d’onda nelle scorse settimane il governo federale elvetico aveva aumentato il numero massimo di persone consentito per partecipare a concerti ed eventi musicali al chiuso da 300 fino ad un massimo di 1.000 persone e, soprattutto, senza obbligo di mantenere la distanza interpersonale (tra i primi paesi ad abolirla) ma considerando alcune regole basilari per evitare il diffondersi del virus; qualora le presenze avessero superato le 300 persone, il pubblico sarebbe stato stato separato con dei divisori mobili.

Tale allentamento che preludeva un rapido ritorno alla normalità è stato smentito nei fatti da un evento inatteso che rientra proprio tra quelle circostanze capaci di innescare un effetto mediatico a catena.

Zurigo

Zurigo

Le autorità svizzere, infatti, hanno dichiarato ai media locali di aver ordinato la messa in quarantena per dieci giorni di trecento persone a seguito del contagio diffuso grazie ad un cosiddetto “superspreader” (soggetti che, per un insieme fortuito di circostanze sono capaci di diffondere il virus con una rilevanza molto oltre la soglia definita dall’indice soglia di R0) del nuovo coronavirus in un club di Zurigo.
Subito è scattato l’allarme per tutti le persone presenti nel locale durante la serata del 21 giugno scorso e dai test è emerso che altre cinque persone erano state contagiate; da qui con il sistema del contact tracing le autorità stanno tentando di contattare tutti i presenti nel locale per le analisi e la necessaria quarantena di dieci giorni. Fino a nuovo avviso, il club rimarrà chiuso la domenica, e il personale verrà cambiato. Il sabato, invece, il club rimarrà aperto.

Riapertura

Ad annunciare l’accaduto è stato lo stesso locale con un post pubblicato su Facebook:

“Ciao cari ospiti del Flamingo . Questa settimana purtroppo abbiamo scoperto che 4-5 persone che si trovavano da noi e in altri locali si sono infettate dal Covid-19. Ci siamo resi conto che c’è ancora gente che esce anche se è malata o non prende sul serio i sintomi! Ecco perché abbiamo sostituito alcuni addetti del personale del Flamingo e inoltre verranno effettuati controlli più severi e domenica il club rimarrà chiuso al momento. Sabato il Flamingo Club rimane aperto”.

Secondo le autorità svizzere, quanto successo nel club elvetico dimostra quanto sia importante attenersi alle norme igieniche e di distanza, poiché le misure di isolamento vengono gradualmente revocate e che se ci saranno nuovi eventi analoghi a questo con le caratteristiche del superspreader nei club, si dovrà necessariamente tornare indietro e ricorrere nuovamente alla chiusura completa dei locali.

Il Consiglio Federale svizzero ha sottolineato che le misure di protezione quali le restrizioni sulla capienza, le norme igieniche, il distanziamento e i controlli sanitari oltre che la registrazione e quindi la comunicazione dei dati personali ai fini del contact tracing devono essere seguite attentamente in quanto il virus è ancora una minaccia attuale all’interno del paese.

Matthias Egger, a capo della task force svizzera sul coronavirus, ha avvertito che le recenti iniziative per allentare le restrizioni potrebbero avere effetti disastrosi: “non siamo ancora pronti per un completo allentamento e per la riapertura”, ha dichiarato alla stampa locale. “Stiamo ancora lavorando per munirci di un sistema di monitoraggio e tracciamento dei contatti efficace e testato, da adottare sistematicamente su tutto il territorio nazionale”.

Il timore di Egger è che la settimana prossima i contagi possano salire a 200, quella dopo raddoppiare. Per correre ai ripari, il canton Zurigo ha annunciato oggi nuove misure: gli avventori dovranno presentare un documento d’identità all’ingresso e il numero di telefono, verificato.

Considerazioni condivisibili, specie alla luce di quanto recentemente accaduto, che non fanno altro che confermare l’imprudenza di un repentino e prematuro abbassamento della guardia rispetto al rischio di un’ondata di ritorno della pandemia che di fatto potrebbe essere già in atto: nella sua ultima rilevazione pubblicata ieri l’OMS ha riportato un aumento record dei casi globali di coronavirus, con un incremento totale di oltre duecento mila contagi, la maggior parte dei quali in India, Brasile e Stati Uniti.