forty − thirty six =

Richie Hawtin nella sua vita ha attraversato differenti fasi artistiche, regalandoci una discografia davvero vasta.

Ripercorrere la carriera di uno dei più grandi esponenti della Techno mondiale come Richie Hawtin non è affatto semplice. Cercheremo dunque di ricostruire le varie tappe della sua sperimentazione per capire quanto fondamentale sia stata la sua influenza sulla scena di allora e, di conseguenza, sulla scena a noi contemporanea.

Richie Hawtin è una personalità chiave nella storia della musica elettronica. Il suo contributo è stato determinante per lo sviluppo di tecnologie che hanno cambiato radicalmente il modo di intendere il mondo del djing. La figura di Hawtin ha sempre avuto un ruolo centrale durante i momenti cruciali che hanno interessato la storia della musica Techno.

Il canadese è uno dei figli della prima generazione di artisti della Detroit Techno, quella di Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson, per intenderci. A partire dalla seconda metà degli anni ’80 ha avuto come modello e fonte di ispirazione Jeff Mills, crescendo come producer letteralmente insieme ad un grande come Carl Craig.

Le sue prime pubblicazioni vengono realizzate insieme a John Acquaviva e Daniel Bell, due pesi massimi della Techno nordamericana. Ma la carriera di Richie Hawtin non si limita solo a questo: sin dall’infanzia il giovane Richie cresce in un ambiente che lo pone a strettissimo contatto con la tecnologia.

Figlio di un ingegnere appassionato di nuove tecnologie, il giovane Hawtin, che all’età di nove anni lascia la Gran Bretagna insieme alla famiglia per trasferirsi in Canada, inizia a concentrarsi interamente sul funzionamento dei molti gadgets che ha a disposizione in casa. Computer, modem e hi-fi sono amici con cui il ragazzino condivide la sua quotidianità per tutti gli anni ’80. La padronanza e la conoscenza di questi oggetti lo spingono molto presto a creare da sé nuovi strumenti, strumenti che gli permettono di sperimentare sonorità che diverranno negli anni il suo marchio di fabbrica.

La passione nutrita per musica e progresso lo porta fin da subito ad essere un pioniere del suono elettronico e dell’esperienza della produzione musicale. Software, hardware e macchine vengono smontate e rimontate a seconda del gusto e dell’effetto ricercato.
Non possiamo inoltre non evidenziare come Hawtin sia un elemento fondamentale che ha contribuito allo sviluppo di programmi come Ableton e Traktor, software che hanno rivoluzionato definitivamente il modo di produrre musica e di esibirsi. Di recente inoltre, la sua confidenza con il mixer di Allen & Heath gli ha permesso di costruire il suo personale prototipo di mixer, il MODEL 1.

Richie Hawtin è sempre stato tra i primi a sviluppare intuizioni che in un secondo momento sono state riprese da centinaia di artisti internazionali. Le sue esibizioni audiovisuali, tridimensionali, sono state all’avanguardia rispetto a tutto quello che è venuto dopo di lui. Nonostante ciò, il biondo ha sempre voluto spingere al massimo la sua ricerca, senza mai accontentarsi e senza mai illudersi di aver trovato un punto di arrivo.

L’artista canadese è costantemente alla caccia di nuove sfide, riuscendo continuamente a re-inventarsi e a rinascere dalle proprie ceneri, nonostante le numerose critiche gli sono state mosse. Dopo l’esperienza ad Ibiza, e tutte le perplessità che si sono diffuse tra colleghi ed addetti ai lavori, Hawtin ha dimostrato sul campo di non essere ancora bollito (a differenza di molti altri suoi contemporanei).

Richie Hawtin è ancora lì, e la sua musica è ancora spunto per moltissimi artisti delle generazioni successive. Tecnologia e minimalismo, acidità e sperimentazione, sono gli elementi che hanno dominato gli ultimi vent’anni della storia della musica techno, elementi che si collegano direttamente all’esperienza artistica del visionario Richie Hawtin.

#1 F.U.S.E – Approach & Identify, 1990

Futuristic Underground Subsonic Experiments” è uno moniker più datati sotto il quale si cela il genio del canadese. “Approach & Identify” esce su Plus 8 Records, etichetta fondata da Hawtin e John Acquaviva con il fine di stampare le proprie produzioni senza dover scendere a patti con terze persone. Nessuno si sarebbe aspettato che la label diventasse una delle etichette più influenti del secolo scorso negli ambienti della musica d’avanguardia. “Approach & Identify” è il primo disco che contiene lavori realizzati solamente da Hawtin.
Considerando che la data di uscita del disco è novembre 1990, è interessante vedere come l’ep contenga già tutti gli ingredienti della sua produzione successiva. Su di un groove che ora definiremo come velatamente Garage-house, si sviluppa un tema prettamente Minimal, supportato da percussioni anch’esse basilari ed essenziali. Nasce qui infatti l’esperienza sonora che verrà in un secondo momento approfondita da Plastikman. Inoltre, è chiaramente identificabile in “Approach & Identify” la presenza del concetto minimalista che diverrà, nel decennio successivo, il manifesto del progetto M_nus, iniziato dal canadese al suo arrivo in Europa.

#2 Circuit Breaker – Track X, 1992

Probe Records è la sub-label che rilascia le produzioni più “hard” legate al collettivo di producers che ruota intorno all’etichetta madre Plus 8. Circuit Breaker invece, è la firma sotto la quale si cela un Richie Hawtin diverso. Questa volta il minimalismo lascia spazio alla violenza, all’intensità del beat, alla distorsione. È una techno cruda quella proposta da Circuit Breaker, che riflette l’aria che si respira nelle warehouses di Detroit, quando la Techno divenne il simbolo della protesta in cui si identifica il collettivo Underground Resistance (clicca QUI per approfondire la storia di UR).
“Track X” non lascia spazio ad equivoci, entrando perfettamente in relazione con l’ambiente che la circonda. Meno innovativa rispetto ad altre releases contemporanee, è comunque lo specchio che riflette la dimensione della ricerca che sta compiendo l’artista all’interno della musica Elettronica-sperimentale di inizio anni ’90.

#3 Plastikman – Spastik, 1993

La prima svolta epocale che segue l’uscita di una produzione firmata da Richie Hawtin avviene nel 1993, anno che coincide con la pubblicazione di “Spastik” e, successivamente, del primo album di PlastikmanSheet One”. “Spastik” è uno dei pezzi che ha segnato di più la storia della musica Techno, rimanendo negli anni uno dei simboli della clubbing culture. La sequenza di drum combinata al kick crea un effetto appunto plastico, in netto contrasto con le tendenze musicali dell’epoca. Nessun vocal, nessun synth riempiono la traccia. “Spastik” contiene solamente degli elementi essenziali, che sono il risultato dell’ossessiva sperimentazione minimalistica di Richie Hawtin. L’uscita di “Sheet One” coincide con l’inizio di un’era che rivoluzionerà definitivamente l’approccio all’esperienza del clubbing (anche se nel 1993 l’idea che meglio rispecchia il contesto musicale del momento può essere quella del “rave” più che del “clubbing”).
Il concetto espresso nel progetto “Plastikman” inizia così ad estendersi oltre la musica. La parte musicale rappresenta il centro dell’esibizione, che però deve essere sincronizzata con luci ed effetti visivi. I party Plastikman cominciano a differenziarsi da tutti gli altri a livello concettuale, come esperienza completa.

#4 Plastikman – Ethnik, 1994

Il biennio 1993-1994 è un biennio cruciale per Plastikman. Le pubblicazioni di “Sheet One” e “Spastik” aprono le porte al suo successo internazionale. Di poco successive, le uscite di “Krakpot/Elektrostatik” (1993) e di “Plastique” (1994) consolidano la sua posizione all’interno della musica Techno-sperimentale. Fondamentale, per capire al meglio la parabola ascendente del mito di Plastikman, è l’arrivo del suo secondo album, “Musik”. Hawtin, dopo numerose produzioni e collaborazioni, ha trovato la quadratura del cerchio, focalizzando quasi tutte le sue energie su questo progetto. Sono presenti nel secondo disco una maturità ed una consapevolezza maggiore delle proprie potenzialità, dovute ad una totale padronanza delle nuove sonorità create. “Ethnik” è un chiaro esempio di ciò: l’acidità e il minimalismo fanno da cornice ad un tema che si sviluppa in maniera inaspettata. Il protagonista è un suono dolce, che ricorda molto da vicino il suono del flauto di pan. La struttura della traccia crea un effetto che rimanda ad una dimensione futuristica, quasi astratta, onirica.

#5 Richie Hawtin – Call It what you want!, 1995

Nella prima fase della carriera del canadese pochissimi ep portano il suo nome di battesimo. “Call It What You Want!” è una di queste eccezioni. Rispetto ai lavori visti fino a qui, è sicuramente quello che risulterebbe anacronistico se suonato ai giorni nostri. L’anima della traccia è abbastanza conforme ai gusti dell’epoca. Nonostante ciò, “Call It What You Want” rappresenta perfettamente la Techno di Detroit, lineare, precisa e potente. Un disco pesante, acido, un chiarissimo esempio di come Richie Hawtin abbia sempre saputo lavorare su più livelli contemporaneamente, riuscendo spesso a portare a casa il risultato. Il canadese ha una buonissima conoscenza della materia ed è perfettamente consapevole di poter gareggiare su più fronti.

#6 Richie Hawtin – Orange (Yellow Mix), 2000

Uno dei momenti cruciali della carriera di Richie Hawtin coincide con il suo trasferimento a Berlino. Dopo alcuni mesi passati a New York, l’artista sente il bisogno di cambiare aria, decidendo di trasferirsi in Europa, in una delle città artisticamente più stimolanti.
Plus 8 all’epoca stava diventando un qualcosa in cui Hawtin, insieme al suo co-founder John Acquaviva, non si rispecchia più. Il canadese decide di iniziare la sua successiva metamorfosi dando vita alla label M_nus.
Le influenze della cultura berlinese nel progetto sono evidenti. Con M_nus Richie Hawtin riprende il suo percorso verso il minimalismo puro, un minimalismo plastico, freddo, acido, fatto di suoni digitali ed artificiali.
Minus Yellow” è uno dei lavori dove si può percepire chiaramente questa transizione, dove la Techno inizia ad ammorbidirsi, a disfarsi.Dettagli che fino a questo momento sono stati lasciati in secondo piano iniziano ad avere un’importanza primaria. È un percorso che terminerà con la totale scomposizione del suono, che renderà protagonisti gli elementi più basilari, essenziali, minimali per l’appunto.

#7 Richie Hawtin – (R)EDIT #1 (Freek’d), 2001

L’ambiente berlinese stimola moltissimo Richie Hawtin, che riprende la sua ricerca visionaria in maniera ossessiva. Il contatto con altri artisti quali Ricardo Villalobos e Zip, lo portano ad esplorare un lato preciso della scena cittadina. “(R)Edit #1 (Freek’d)” deve molto alla corrente Minimal dell’epoca. La chiave dell’ep è rappresentata della precisione con cui ogni suono è messo al suo posto. La composizione digitale inizia a prendere sempre più piede nell’ambiente e Richie Hawtin è uno dei producers che più deve il suo successo all’utilizzo della tecnologia. I primi anni 2000 infatti sono gli anni in cui Hawtin inizia la ricerca del setup perfetto, per dare il massimo anche durante le sue esibizioni dal vivo.
“(R)Edit #1 (Freek’d)” è una produzione realizzata durante il periodo in cui Richie Hawtin diventa un fenomeno di massa, un dj che riempie festival e club. Per molti rappresenta la sua fine, per altri l’ennesima conferma di trovarsi di fronte ad un genio dalle mille risorse.

#8 Plastikman – Ping Pong, 2003

Nel 2003, dopo quasi cinque anni di silenzio, esce un altro album firmato Plastikman. I fans più intransigenti considerano “Closer” come il suo canto del cigno, come l’ultimo tassello di un ciclo che si può considerare definitivamente chiuso. Non ci troviamo più di fronte al genio un po’ introverso che produceva musica in casa all’inizio degli anni ’90. Ora, ci stiamo confrontando con un produttore maturo, che ha alle sue spalle più di dieci anni di carriera. Il suono non è più lo stesso di allora, l’elemento digitale è il vero protagonista della scena. Il minimalismo tipico di Plastikman viene reinterpretato: si tratta di un suono che potremmo definire elastico, che si sviluppa su una base diversa, meno tagliente rispetto al sovrapporsi di percussioni essenziali a cui eravamo abituati. Stiamo parlando di un risultato molto differente rispetto a quello che ci avevano abituato le produzioni del decennio precedente. “Ping Pong” va rimbalzando di qua e di là, creando un effetto psichedelico nel quale il nuovo Plastikman ci immerge totalmente.

#9 Plastikman – EX, 2014

Arrivati a questo punto, non ce la sentiamo di proporre una traccia in particolare di “EX”: non sarebbe intellettualmente corretto. “EX” è un concept-album che va ascoltato ed analizzato nella sua totalità, dando per assodato che sia un’esperienza che va fatta a 360°, su tre dimensioni. Plastikman, dopo il tour del 2010, ritorna in studio con l’ambizioso obiettivo di realizzare un’installazione audiovisuale all’interno del museo Guggenheim di New York. Siamo ben oltre la musica nuda e cruda. È il perfetto coronamento di un progetto che già dai primi anni ’90 ha sempre spinto verso una totalità di esecuzione e presentazione al pubblico. Solo con il progresso tecnologico Hawtin è riuscito a portare a termine questa ambiziosa ricerca.
L’esperienza audiovisuale di “EX” è un’esperienza che spinge concettualmente il partecipante verso il nero monolite di stampo Kubrickiano: è il passaggio verso un “oltre” che Plastikman ha rincorso durante tutta la sua vita.

#10 Circuit Breaker – Systematic, 2015

Dopo diversi rumors sul ritorno di Richie Hawtin in studio e sulla riapertura di Plus8 (che non ha mai ufficialmente smesso di esistere), nel 2015 esce “From My Mind To Yours”, un regalo che il canadese fa a tutti i suoi fans. Il disco divide gli appassionati: c’è chi si aspettava qualcosa di più dopo gli ultimi anni caratterizzati da pubblicazioni quasi inesistenti.

L’esperienza di Richie Hawtin come dj ha sicuramente portato via molto tempo all’Hawtin producer, ed il suo impegno in ambito di sviluppo tecnologico lo ha tenuto lontano dallo studio per molto tempo. “From My Mind To Yours” è comunque un buon prodotto, pensato per il dancefloor, ricco di spunti e riprese dal mondo del passato. Il disco contiene lavori firmati da quasi tutti i principali moniker di Hawtin.

Il lavoro che vi sottoponiamo porta la firma di Circuit Breaker, storico nickname sotto il quale Richie Hawtin ha prodotto le sue tracce come purista della musica techno. Le sonorità di Circuit Breaker ci sono tutte, la traccia unisce benissimo quello che è il passato ed il presente di Hawtin.

L’unica cosa che si potrebbe rimproverare al produttore in questo particolare periodo della sua fase artistica, è di non aver ancora una volta estratto dal cilindro la magia, l’elemento che faccia fare un altro salto in avanti epocale alla musica elettronica. È più un omaggio alla carriera che un nuovo album, ma non possiamo rimproverare nulla ad un artista che di passi in avanti al mondo della musica e del djing ne ha fatti fare davvero tanti.