thirty six − thirty one =

Ripercorriamo la storia del movimento Underground Resistance in una serie di tappe musicali fondamentali, che hanno segnato la sua storia e quella del movimento techno.

Underground Resistance è uno dei collettivi più famosi ed iconici della musica techno. La storia della label però, non si può riassumere in poche righe, soprattutto se stiamo parlando di una storia dove si intrecciano diverse vicende personali, di generazione, di musica, di idee. Sono passati quasi ventisette anni dalla prima uscita firmata UR, da quando Mike Banks insieme ad altri musicisti di Detroit ha cominciato ad incidere il suo credo su plastica nera. Ventisette anni nei quali la musica, la società e la tecnologia hanno subito dei cambiamenti radicali, ma durante i quali l’essenza di UR è rimasta immutata.

Deposte le armi, oggi al centro del progetto è rimasta la musica, quella musica che è stata veicolo di denuncia di un problema sociale e strumento di emancipazione per una generazione che senza di essa non si sarebbe salvata dal declino della società industriale americana.

Il progetto Underground Resistance infatti inizia sul finire degli anni ’80, e nel suo percorso incrocia moltissime personalità chiave della storia della musica techno e house odierna. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 a Detroit inizia a svilupparsi un movimento nuovo, dal quale emergono i nomi di Derrick May, Juan Atkins, Kevin Saunderson, i 3 talenti di Belleville. Il nuovo sound inizia a diffondersi soprattutto tra gli eventi illegali della periferia cittadina, in quella comunità marginale che all’epoca si ritrovava negli stabilimenti e nelle ex fabbriche abbandonate ai margini della metropoli. È proprio in questo clima che cresce la seconda generazione di musicisti techno a Detroit, quella di Mike Banks, Jeff Mills e Robert Hood, di poco posteriore al terzetto di Belleville. Quello che inizia con loro, e che poi verrà portato avanti da moltissimi altri artisti, è un lavoro dove la produzione musicale viene utilizzata come mezzo per diffondere i propri ideali: Underground Resistance diventa così un luogo di confronto, sapientemente gestito da Mad Mike che negli anni a seguire diventerà il cuore del progetto.

Inizialmente, tutto quello che veniva pubblicato veniva firmato “UR“, per dare importanza assoluta solo al messaggio che esso conteneva. Il percorso di Underground Resistance è continuamente influenzato da elementi provenienti della città di Detroit. La techno ovviamente è una parte fondamentale di questi, ma andando più a fondo si può evidenziare come jazz, blues, soul, funky e afro music abbiano un ruolo importantissimo all’interno delle composizioni.
Parallelamente ad uscite più canonicamente techno, ci sono dei progetti che fin dal principio uniscono campionamenti elettronici, beat funky-garage al jazz, dando via a quello che all’interno dell’esperienza Underground Resistance si definirà come Hi Tech Jazz.

Tutti i generi musicali dell’epoca precedente alla sua nascita, il funky, il soul, il jazz, compongono il substrato perpetuamente presente all’interno delle uscite UR. Autori soul come Isaac Hayes, band eccentriche come i britannici Ebony Bones, sono dei punti di riferimento che si vanno ad aggiungere ad una serie di artisti come Prince, George Clinton, Kraftwerk, diffusi a Detroit da un personaggio chiave per le vicende che riguardano Mike Banks, Electrifying Mojo. Mojo era un dj conosciuto che si imbarcò per il Vietnam; continuò a fare il dj anche sul campo di battaglia, ed al suo ritorno portò a Detroit un’altra prospettiva musicale, ricca di elementi puramente europei, all’epoca definibili come “euro synth pop”.

La figura di Mojo si unisce ad un altro personaggio che ha avuto un ruolo imprescindibile nello sviluppo artistico di Mike Banks e Jeff Mills: Ron Murphy. Murphy era una leggenda in città: era uno dei più famosi tecnici del mastering d’America, specializzato nelle frequenze basse. Murphy è stato fondamentale per l’essenza del suono Detroit Techno. Derrick May, Juan Atkins, Mike Huckaby, ma anche Richie Hawtin, John Acquaviva e, in generale, tutta la scena musicale underground dei primi anni ’90, passava tra le mani di Ron Murphy. Senza questa lunga premessa, sarebbe difficile analizzare l’evoluzione musicale di Underground Resistance, le varie tappe che hanno poi dato vita a carriere come quella di Mills e Robert Hood. Lo stesso minimalismo di Hood si svilupperà e si sgrezzerà all’interno del sistema Underground Resistance.

La prima uscita firmata dal gruppo è significativa sotto moltissimi aspetti. Il primo di questi è sicuramente il genere. Nel 1990 esce su UR “Your Time Is Up” frutto di una collaborazione tra il collettivo e Yolanda Reynolds. Il disco diventa subito una hit, ed arriverà fino ai giorni nostri come un grande classico della musica made in Detroit. L’aspetto più curioso riguarda il fatto che stiamo parlando di house music; la storia di Underground Resistance non inizia quindi dalla techno, dai suoni ruvidi e duri che caratterizzano alcune releases dei primi anni ’90. Parte invece da un disco che fu subito reso un classico a Chicago, patria dell’house music, regno di Frankie Knuckles. “Your Time Is Up” contiene già tutti gli elementi distintivi di Underground Resistance: il ritmo sostenuto, le tastiere pop, i suoni “futuristici” che verranno successivamente sviluppati e ripresi in Galaxy 2 Galaxy, il tutto unito alla voce della Reynolds che crea un’atmosfera dove pop e underground non risultano più due cose nettamente distinte.

Dopo il primo EP però qualcosa cambia. Inizia la fase di disobbedienza, saltano gli schemi, inizia la protesta. Per analizzare in maniera precisa le uscite successive si deve tenere in conto della situazione difficile che Detroit stava attraversando in quegli anni. In primis la comunità afroamericana. Mentre il sound di Detroit inizia a farsi conoscere anche fuori dall’Europa, e l’interessamento alle produzioni di Saunderson, May, Atkins diviene sempre più alto, iniziano anche ad emergere nomi come quelli di Carl Craig, Blake Baxter ed Eddie “Flashin‘” Fowlkes che creano un punto di rottura su tutti i livelli.

Eventi organizzati nelle fabbriche abbandonate, passaparola che si diffondono a macchia d’olio, scontri tra questa nuova realtà ed istituzioni cittadine e musicali portano Mad Mike a voler lanciare dei chiari messaggi contro il sistema, ed andare contro la tendenza che spingeva la musica techno fuori dal circuito cittadino, al di là dell’Atlantico. In primo piano doveva rimanere la musica.

Da questo momento in poi Underground Resistance darà un segnale chiaro contro il sistema che governa la musica, al conformismo e la piattezza di contenuti di una realtà che stava diventando sempre più elitaria, ghettizzando le realtà che si opponevano al sistema. C’era bisogno di qualcosa di forte, di nuovo, qualcosa che desse la voce a chi non ce l’aveva. La soluzione allora fu far parlare la musica. Iniziarono ad uscire EP come “Riot” (UR- 010), contenente le tracce “Panic”, “Assault” e “Riot”. Composizioni dure, a tratti acide, nelle quali si possono ritrovare suoni di allarmi, groove sporchi, industriali, quasi punk.

La tensione continua a crescere, esplodendo definitivamente in lavori come “Fuel For The Fire Attend The Riot” (UR- 012) di poco posteriore all’uscita di “Riot EP”. Siamo nel 1991 e la battaglia contro il sistema è appena iniziata; il sound acido e intenso scandisce il ritmo di una rivolta che non ha come campo di battaglia le strade e le piazze, ma il dancefloor, le location di fortuna dove tutte le persone che credevano nel movimento si ritrovavano per condividere un interesse più grande, che mira al benessere di una comunità con identità e radici profonde.

Nel 1992, la voglia di cambiamento trascina con sé sempre più esponenti della scena, portando alla pubblicazione di EP dai titoli iconici e dal suond duro. “Punisher EP”, (UR- 017) contiene tutti gli elementi che descrivono il momento: un suono dirty, industriale, ossessivo, che rende benissimo l’idea su quanto potrebbe diventare calda la situazione.

La compilation “Revolution For Change” (ALCB- 569) ripropone tutto il repertorio sovversivo di questi due anni, come a voler chiudere il cerchio e diffondere il messaggio ad un pubblico sempre più ampio. La fase più violenta di UR, si chiude con un chiaro e diretto “Fuck The Majors” da “Message To The Majors” (UR –023). Il titolo e la musica parlano da sé.

Dal 1993 in avanti inizia a cambiare qualcosa. Mad Mike ha più volte affermato che gli artisti di Underground Resistance sono principalmente musicisti. I live sono maggiormente strutturati su performance con strumenti analogici. C’è moltissima voglia, dopo la rabbia iniziale, di far vedere sul campo tutta la qualità ed il valore di questi artisti. Se da una parte continueranno ad uscire lavori espressamente techno, che si impegnano a descrivere e denunciare il disagio sociale di una città in declino, dall’altra inizia il percorso creativo che unirà assieme tutti gli elementi positivi dell’esperienza UR fino a quel momento. Prende vita l’Hi Tech Jazz e la musica ritorna ai musicisti. Vengono così consolidati tutti quei generi presenti nella vita quotidiana e nel background del movimento.
Dal ritorno della pioggia acida, “The Return Of Acid Rain – The Storm Continues” (UR- 024), e con l’ingresso in scena della figura di Drexciya, il suono cattivo, industriale, acido di UR, creò il canone della techno internazionale. La stessa Plus 8 inizia ad essere influenzata al tal punto da seguire quasi alla lettera le modalità di composizione delle uscite UR. Richie Hawtin stesso affermò in diverse occasioni di seguire Jeff Mills in ogni sua esibizione, annotandosi tutta la musica che passava.

Sul piano strumentale invece, l’impatto delle produzioni Galaxy 2 Galaxy e di quello che sarà definito poi come Hi Tech Jazz, come musica del futuro, musica dallo spazio, ha delle conseguenze immediate nel panorama underground mondiale. Dall’Europa si alza l’interesse verso una città che continua a sfornare prodotti puramente techno-industriali. La contemporanea uscita di Galaxy 2 Galaxy permette la definitiva consacrazione del movimento e dei suoi rappresentanti come musicisti a 360°. Le produzioni sono totalmente diverse. La stessa “Hi Tech Jazz” è un qualcosa di completamente nuovo: synth, sassofono e beat comunicano perfettamente tra di loro in un pezzo che ascolto dopo ascolto ti proietta in una dimensione parallela, idilliaca. Non c’è nessuna traccia di quella rabbia, quella violenza che caratterizza produzioni come “The Punisher” e “Riot”. Si tratta invece di un virtuosismo che mette davanti la musica e l’artista, dando credito su ampia scala ai componenti di UR.

Dopo questi due momenti fondamentali, l’etichetta pubblica lavori regolarmente, non perdendo di vista quelle che sono state le particolarità che hanno permesso a tutto il mondo di conoscerne il valore e la storia. Nel 1998 ci furono due uscite simbolo dell’essenza della label. Innanzitutto l’EP firmato Mad Mike feat. The Aztec Mystic e Octave One: “Aztlan/DayStar Rising” (UR 015, 4W-291). Si tratta di un disco che descrive in maniera precisa il livello raggiunto dall’etichetta. Mad Mike e Rolando realizzano una traccia ricca di riferimenti alla tradizione miscelando synth “spaziali” che rimandano a Galaxy 2 Galaxy e percussioni afro che richiamano le radici della comunità nera americana, il tutto su di un ritmo vagamente funky-garage.

Il lato preso in carica dagli Octave One invece, continua sul filone mistico-spaziale, ampiandone le vedute e trascinandolo per 6 minuti in un alternarsi di basic beats.

L’altra uscita del 1998 che si potrebbe definire simbolo del percorso di UR è “Interstellar Fugitives”. La compilation racchiude alcune delle firme più importanti di Detroit: Rolando, Mad Mike, Gerald Mitchell, Drexciya, Andre Holland. Musicalmente, come l’esempio citato poco fa, la raccolta sintetizza al meglio il percorso di suoni e sperimentazioni degli otto anni precedenti. Techno e Hi Tech Jazz continuano a parlare la stessa lingua, e le tracce scorrono una dietro l’altra in modo armonico e coerente. Si tratta di un triplo EP ricco di ritmi sincopati, meccanici, astrazioni futuristiche ed atmosfere post-industriali.

Nel 1999 esce “The Knights Of The Jaguar” (UR – 049) by The Aztec Mystic, disco che dal momento della sua uscita diverrà un classico immortale per la club culture di tutto il mondo. “Jaguar” è una delle tracce più suonate del pianeta, una di quelle club hit che non passano mai di moda, che vengono suonate e risuonate, sentite e risentite, che personalità dal calibro di Laurent Garnier, Sven Väth e Carl Cox non tolgono mai dalla borsa. “Jaguar” è una delle tracce che ti lega ai ricordi più belli della tua esperienza da clubber, e che volta dopo volta continua a inserire nella tua memoria immagini e profumi nuovi che si mischiano ai vecchi. “The Knights Of The Jaguar” è l’EP che ha definitivamente consacrato il lavoro e la fatica di tutti gli artisti che hanno creduto in UR.

In occasione del Sónar 2016, della partecipazione di UR alla Red Bull Music Accademy, in una conferenza stampa Cornelius Harris, uno dei fedelissimi di Banks, membro di Underground Resistance e di Galaxy 2 Galaxy, ha dichiarato:

“ …vedere artisti come Rolando, Jeff (Mills), Carl (Craig) e Robert (Hood), suonare sui palchi dei più grandi eventi internazionali davanti a decine di migliaia di persone non può che rendermi orgoglioso. Tutto quello che questi ragazzi hanno fatto, il saper combattere e incanalare il loro disappunto nella musica, li ha portati a farsi conoscere e a far conoscere la Detroit techno nel mondo. Senza la musica non avremmo potuto farlo, dire la nostra, uscire da quella realtà. Ogni volta che salgono sul palco portano il nostro messaggio nel mondo”.

Jaguar rappresenta la massima realizzazione di quanto detto da Harris, ed ogni volta che viene suonata, la lotta di Underground Resistance rivive.

L’ultimo progetto, in ordine cronologico che segnaliamo di Underground Resistance è Timeline. Timeline riprende, resuscita e supera quello che è stato Galaxy 2 Galaxy tra gli anni ’90 e i primi anni 2000. Un collettivo di artisti suona nuovamente insieme techno e musica strumentale, di nuovo si ritorna all’Hi Tech Jazz, all’origini, all’essenza.

Timeline racchiude la vecchia e la nuova generazione Underground Resistance, che continua a portare avanti il messaggio che la musica è arte, un tipo di arte che unisce e deve dare dei messaggi chiari. Il primo, ritornando alle parole di Harris e a quelle di Mad Mike, è che la musica live deve essere suonata da musicisti, e deve trasmettere emozioni direttamente dal palco al pubblico, da un’anima all’altra.

 

Alessandro Carniel