fifty six − = forty seven

Una statistica piuttosto allarmante quella resa nota da un sondaggio del distributore di musica digitale di Stoccolma Record Union. Questa ricerca, condotta su un campione di ben 1500 artisti, infatti, afferma che addirittura il 73% dei musicisti indipendenti soffre di problemi di natura psicologica.

La percentuale degli artisti che soffrono di problemi a livello mentale sale addirittura all’80% se si prendono in considerazione i musicisti più giovani, cioè quelli appartenenti alla fascia di età compresa tra i 18 anni e i 25 anni.

La ricerca, eseguita in forma strettamente anonima per tutelare la privacy dei partecipanti, rivela come questi artisti siano affetti da patologie mentali definite come emozioni negative come lo stress, l’ansia o la depressione, frustrazione in relazione al proprio lavoro.

Certo ci sarebbe da esaminare la questione caso per caso, ma già questo studio dà il polso della situazione che sembra non essere rosea. Anche perché i più giovani non sono alla ricerca di un trattamento con uno specialista o rifiutano una terapia.

Alla base di questi problemi ci sarebbero le difficoltà economiche che innescano un circolo vizioso di stress e malessere. Un trend negativo purtroppo che sta conoscendo una pericolosa escalation. Questo disagio esistenziale si potrebbe associare allo spleen di Baudelaireiana e decadentistica memoria, per cui l’artista è vittima della propria natura sensibile, il tutto rivisto in chiave moderna. Di fatti, uno di questi musicisti interessati dall’indagine ha messo nero su bianco evidenziando questo disagio. Ha scritto: “è necessario un cambiamento culturale, di anteporre l’arte al profitto, è necessario che gli artisti vengano incoraggiati e benvoluti, che ci sia più altruismo”.

Come dargli torto? Si può dire che purtroppo le dure leggi di mercato ammazzino la creatività. Sul carro del vincitore sale solo chi è in grado di portare più profitto alle major, non chi produce qualcosa di estetico.