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16 Ottobre, Teatro Arsenale di Milano: in scena la luce, tra chiarore ed oscurità. Un palcoscenico di 2 metri quadri con al centro Valerio Tricoli; “un’essenziale esuberanza sonora” che scivola in un’atmosfera silenziosa e attenta.

Abbiamo conosciuto Valerio Tricoli in occasione della Parade Électronique 2022_Paesaggi Sonori; classe ’77, di origine siciliana, da vent’anni in Germania, musicalmente estroverso, caratterialmente introverso, dalla personalità forte e volitiva; interprete ed esecutore di improvvisazioni sonore incantatrici, persuasive, avvolgenti.

“Visioni di Archeologia Spaziale” è il titolo del suo progetto in omaggio al compositore Pietro Grossi, filo conduttore dell’edizione 2022 dell’evento organizzato da MTT Creative Lab. Un progetto, quello di Valerio, che congiunge in un gioco sincronico, il passato (archeologia) e il futuro (visione), interagendo con un immaginario ignoto (spazio).  Si tratta di osservazioni uditive che si evolvono al passo di marcature lineari a confronto tra Pietro Grossi, raffinato traghettatore del reale verso l’immaginario, maestro nella decodificazione di armonie computerizzate quando di algoritmi si sapeva ben poco, e Valerio Tricoli, interprete di un surrealismo sonoro strettamente legato a un concretismo prospettico.

La nostra è stata un’intervista che, fin da subito, ha abbandonato le sue tipiche impostazioni trasformandosi in una ricca e animata conversazione tra chi fa musica e chi l’ascolta.

L’esibizione di Valerio Tricoli è stata magnetica, diretta, asciutta e sintetica in un silenzio ipnotico.

La scelta di una scenografia semplice, quasi assente, è stata determinata dalla volontà di focalizzare tutta l’attenzione unicamente sul suono?

Si, sarò molto sintetico nel risponderti: la mia ricerca si basa sull’essenzialità di ciò che produco, ho affinato la mia musica al contesto teatrale, ritrovandomi in quelle che sono le sue caratteristiche cardini, come l’uso del buio e della luce senza che l’uno invada l’altra, con lo scopo di esaltare unicamente ciò che viene illuminato o messo in ombra.

Mi dicevi che è da 20 anni che vivi in Germania, sottolineando che la tua scelta non è ricaduta sull’affollatissima Berlino ma su Monaco.

Si, sono un raro caso di musicista italiano che vive in Germania ma non a Berlino. Credo comunque che il contesto elettronico europeo sia un vaso comunicante di culture varie, l’ambiente artistico lo generi tu stesso, il contesto storico culturale ha un suo peso ma richiede una sua continuità che solo la contemporaneità può mantenere.

“Visioni di Archeologia Spaziale” è il progetto che hai presentato stasera; un omaggio a grandi toni al compositore Pietro Grossi, pioniere di una elettronica surreale. Che parole useresti per presentare questo lavoro?

Domanda interessante, nel risponderti spero e tento di non diventare troppo tecnico… Diversamente da tutto quello che io faccio, in cui il sistema è praticamente lo stesso, in questo progetto ci sono suoni sintetizzati in vario modo; normalmente ciò che produco è l’insieme di un lavoro di suoni vari, possono essere strumenti o addirittura rumori che mi circondano, rumori cittadini, rumori prodotti da noi stessi. “Visioni di Archeologia spaziale” è, per la prima volta, un mio lavoro fatto esclusivamente con sintetizzatori, partendo dalle ritmiche classiche di Pietro Grossi, creatore di un suono lineare, quasi magnetizzato. La sua intuizione è stato riprodurre un suono computerizzato in un momento in cui il computer occupava molto spazio e non aveva le velocità che oggi riteniamo scontate.

 

Ma il progetto nasce da una tua intuizione creativa?

Pietro Grossi è una figura che ha avuto sempre una certa rilevanza nella mia stilistica musicale, ci sono i suoi primissimi lavori, che con l’occhio di oggi potrebbero anche apparire come ingenui e realizzabili con facilità, ma ce n’è uno in particolare “Visioni di vita spaziale” che nella mia bibliografia musicale rappresenta il “disco”. Lui creava, con metodi che oggi sembrerebbero abbastanza primitivi, ma nettamente avanguardistici all’epoca, un susseguirsi di paesaggi extraterrestri; non sembra neanche musica, non c’è un assetto armonico alla base, sono semplicemente sintetizzati.

Il concetto del suono alieno è tra i principi del tuo processo esecutivo musicale, ma che cosa c’è di alieno nel suono?

Banalmente, ti risponderei che può esser considerato un suono alieno qualsiasi cosa che percepiamo attraverso l’udito senza riuscire a capire effettivamente da dove provenga o chi li stia generando. Con la musica riprodotta attraverso sistemi, sposterei il concetto di alieno nella sua aggettivazione, quindi alienazione, che credo sia un po’ la base di tutta la musica acustica ed elettronica, da un fondo archetipico e primitivo; il suono scorporato arriva ad un processo evolutivo percettivo attraverso un canale che fa da tramite. Io ritengo che sia il musicista attraverso delle evocazioni a rendere un suono da grezzo a raffinato. 

Quindi mi stai dicendo che il musicista fa da tramite tra ciò che io ascoltatore pur non vedendo riesco a percepire?

Esattamente, sto mettendo in essere un suono che è sempre nettamente svantaggiato rispetto alla visione che, seppur sia un concetto altrettanto astratto, sembra avere una fisicità che lo conduce ad una maggiore credibilità di esistenza. Il suono è più semplice, è vibrazione dell’aria stessa, soltanto dopo arriva a battere un sistema meccanico percepito dall’udito. Ma l’ignoto del suono è una consuetudine prettamente umana. Il suono è molto più presente ma non potendolo toccare, diamo meno peso alla sua effettività precettiva. Forse il suono è anche più indizio, sarà forse una questione di linguaggio, ma è innegabile che “ho sentito” ha meno attendibilità di “ho visto”. L’unica soluzione è forse perché l’indizio non lo contieni, il suono è vago, è tante cose, abbonda, è meno imprigionabile.

Questo tuo progetto, spiegavi essere stato quasi commissionato da Walter Prati, grande esperto musicale oltre che stimato musicista. Ma il tuo lavoro è tutto intuizione e impulso oppure ha una prassi esecutiva molto più riflessiva?

Dal vivo mi piace improvvisare; naturalmente c’è una preparazione ma la struttura è completamente improvvisazione. Non seguo nessuna sequenza sonora, a differenza di tutto ciò che è finalizzato ad un progetto di disco, lì ho tempi molto dilatati.

Ma la tua essenza artistica secondo quali tempi di produzione si sente più espressa?

Il lavoro per un disco, è una questione di passione, è il mio tempo che dedico, come fossi un regista cinematografico, scrivo e realizzo per una cosa che ha una sua completezza al momento in cui è possibile presentarlo. È pur vero che il mio approccio cambia, un disco che reputo pronto e consegno alla vendita e ad un possibile pubblico appartiene già ad un passato, la creazione di un lavoro come

“Visioni di Archeologia Spaziale” avendo una maggiore dinamicità, è una costante evolutiva, una metamorfosi di un progetto che si rigenera.

Nel tuo futuro artistico?

Sento di volermene andare dalla Germania, forse tornerei in Italia, anche se sono consapevole dell’instabilità del settore artistico che ancora arranca tra continue presentazioni e pochi crediti.

Grazie Valerio

A te.