The Infinite Now: il programma completo

17 Aprile 2026

Berlin Atonal e Unsound danno forma a The Infinite Now, un programma continuo di trenta ore in cui musica, video e installazioni condividono lo stesso spazio e lo stesso tempo.

Lo avevamo preannunciato qui: c’è un momento preciso in cui un festival smette di essere un palinsesto e diventa qualcos’altro. The Infinite Now, il programma che Berlin Atonal e Unsound portano al Kraftwerk di Berlino dal 16 al 18 maggio, sembra costruito esattamente per trovare quel momento, e poi abitarci dentro per trenta ore di fila.

L’idea è semplice nella forma, radicale nella pratica: un unico arco ininterrotto, dalle 19:00 di sabato fino alla notte di domenica, senza pause, senza intervalli, senza la struttura oraria che normalmente scandisce l’esperienza di un concerto. Suono, video e installazioni condividono lo stesso spazio fisico e lo stesso tempo reale. Il pubblico si distribuisce, si sdraia, dorme, torna. L’ex centrale elettrica del Kraftwerk, uno degli spazi industriali più imponenti d’Europa, con le sue navate alte e il peso dell’architettura brutalista, si trasforma in qualcosa di più vicino a un campo: un luogo da attraversare e da abitare.

Il sonno come soglia

Quello che distingue The Infinite Now da altri esperimenti in durata estesa è la coerenza con cui il progetto tratta il sonno non come interruzione ma come condizione dell’ascolto. Gran parte della programmazione è pensata sapendo che chi ascolta potrebbe essere orizzontale, in quello stato sospeso tra veglia e sonno in cui la percezione perde contorni netti. Lois Patiño e Xabier Erkizia guidano un pubblico disteso attraverso una sequenza onirica collettiva nelle ore più profonde della notte, alternando immagini, impulsi di luce e oscurità totale, con il suono di Erkizia che esiste da qualche parte tra musica composta e texture ambientale grezza. Alla fine, secondo gli organizzatori, la linea tra ciò che era sullo schermo e ciò che la mente ha prodotto in risposta diventa impossibile da localizzare. È una promessa che vale come descrizione formale del progetto intero.

Kali Malone occupa le ore più silenziose: le 4:00, le 5:00, le 6:00 di domenica mattina, con una sessione costruita quasi interamente da opere d’installazione altrimenti accessibili solo in contesti museali e gallerie. Il suo lavoro su intonazione e sviluppo lento, costruito su organo a canne, coro e formati elettroacustici, sposta l’attenzione dai gesti ai fenomeni: come il suono si comporta nello spazio e nel corpo. All’alba, Adam Wiltzie prende il posto con tre ore di rivisitazione del catalogo degli Stars of the Lid, assemblata espressamente per chi si risveglia nel secondo giorno. Il titolo “A Tired Reworking of Stars of the Lid For the Sleep Deprived” porta dentro di sé tutta l’onestà del progetto. Wiltzie, rimasto unico custode del duo dopo la morte di Brian McBride nel 2023, trasforma la fatica in condizione estetica.

Il crepuscolo di sabato

La sera di sabato si apre con gesti essenziali. Shane Parish ha trascritto Autechre per chitarra acustica sola, portando il lessico elettronico degli anni ’90 — Incunabula, Amber, Tri Repetae — dentro una dimensione tattile, scoprendo la malinconia blues che era sempre latente in quei dischi. Caterina Barbieri, intorno alle 22:00, presenta la premiere tedesca di un nuovo lavoro per elettronica, ensemble vocale e ottoni: il suo linguaggio, costruito su ripetizione e micro-variazioni, lavora sul confine tra struttura matematica e trance percettiva. Romeo Castellucci e Scott Gibbons attivano “To Carthage then I came” a mezzanotte, con azioni rituali affidate a performer non professionisti, poi di nuovo a mezzogiorno, creando una simmetria che attraversa tutta la durata.

Domenica e la chiusura

Il pomeriggio di domenica porta una densità diversa. Raphael Rogiński disarticola Coltrane per chitarra sola. I Marginal Consort occupano tre ore senza struttura predefinita: i membri si distribuiscono nello spazio, ciascuno concentrato su un’azione autonoma con strumenti acustici, elettronica, bambù, biglie, acqua, oggetti trovati. Il risultato si costruisce per accumulo, il pubblico libero di muoversi tra traiettorie indipendenti. È uno dei pochi formati che prende sul serio l’idea che la musica possa esistere senza che nessuno la stia davvero guardando.

La sera di domenica concentra la tensione. Keiji Haino si presenta due volte: prima con la sola voce, poi con chitarra ed elettronica, attraversando in ciascun set registri che vanno dal silenzio all’annientamento. Actress porta il suo nuovo live show: i dieci anni di Darren Cunningham hanno costruito un’estetica della superficie corrosa, opaca, dove sotto la techno di Detroit, l’electro e la deriva generata da macchine non sopravvive nulla del tutto intatto. Terrence Dixon chiude le trenta ore a mezzanotte con la premiere mondiale di A Cosmic Display of Beauty — uno dei musicisti più intransigenti di Detroit, che usa le macchine non per energizzare ma per pensare, per tracciare architetture invisibili, per localizzare qualcosa come trascendenza nella ripetizione di un singolo impulso.

Le immagini

Il programma visivo costruisce una seconda traiettoria parallela. Fabien Giraud e Anne Stern presentano “The Feral (Epoch 1)“, primo capitolo di un progetto filmico che si misura in millenni: una famiglia di telecamere autonome sta imparando lentamente a esprimere ciò che vede, su una collina nella Francia rurale, in un ciclo che durerà mille anni. Accanto a questo, Alex Reynolds e Robert M Ochshorn hanno distillato ventitré ore di briefing stampa del Dipartimento di Stato americano su Gaza, eliminando le risposte e lasciando solo le domande rimaste senza risposta: un archivio che funziona come rumore di fondo, ronzio persistente di silenzio istituzionale.

Al centro dell’edificio, Seeing Field: uno schermo sospeso sopra un materasso collettivo, con immagini in flusso continuo per tutte le trenta ore. Uno spazio pensato per oscillare tra attenzione e abbandono. Non un cinema, non un’installazione: qualcosa di più vicino a una finestra tenuta aperta sul mondo mentre si dorme.

I preludi

Tre concerti preludio preparano l’ingresso. Il 10 maggio, Oneohtrix Point Never aka Daniel Lopatin, uno dei pochi musicisti elettronici contemporanei che tratta la nostalgia come materiale critico oltre che come atmosfera, porta al Kraftwerk un set con Freeka Tet. Il suo lavoro degli ultimi anni ha costruito un’estetica della memoria sintetica: suoni che sembrano ricordati da qualcuno che non è mai esistito.

Il 12 maggio, Hania Rani presenta Chilling Bambino. Il 14, Gavin Bryars con la Sinfonietta Cracovia: The Sinking of the Titanic e Jesus’ Blood Never Failed Me Yet, due opere che trattano il tempo come una ferita aperta: la prima costruita sul loop di un’orchestra che suona mentre affonda, la seconda su una voce di un senzatetto registrata per caso nel 1970 e poi avvolta, lentamente, da archi che sembrano volerla proteggere. Bryars ha passato decenni a lavorare su entrambi i pezzi, aggiungendo strati: sono veri e propri processi.

Il pass unico per le trenta ore permette rientri illimitati, puoi trovarlo qui. La logica di The Infinite Now è quella giusta: non ci si limita ad assistere, si abita.

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