fifty three − = forty seven

Il 23 giugno del 2016, giorno in cui i cittadini del Regno Unito decisero di uscire dall’Unione Europea, pubblicammo un articolo sulle possibili conseguenze della Brexit sull’industria musicale. Oggi, a quasi quattro anni di distanza, la Brexit è effettiva e vediamo come cambiano le cose.

Il dicastero del Regno Unito preposto all’amministrazione degli affari interni, il cosiddetto Home Office, ha dato la conferma di ciò che tanti sospettavano: a partire dal 2021, per effetto della Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, sarà necessario un visto lavorativo per gli artisti che avranno intenzione di intraprendere un tour o anche solo esibirsi in UK.

Il costo di questo visto sarà di 244 sterline e per ottenerlo sarà necessario anche dimostrare di avere almeno 1.000 sterline nel proprio conto 90 giorni prima di partire. Questa è una misura atta ad assicurarsi che gli artisti siano in grado di auto-sostentarsi economicamente nel periodo in cui saranno nel Regno Unito.

Se possono sembrare misure abbastanza soft, in realtà queste novità complicano moltissimo le cose per quanto riguarda gli artisti meno noti e con possibilità economiche più ristrette. In pratica, cambierà radicalmente la scena della musica elettronica più underground, a meno che non saranno i club e i promoter ad accollarsi questi costi non esattamente trascurabili.

Ovviamente la scena musicale britannica si è già mobilitata: la Musician’s Union ha lanciato una petizione su Change.org che pretende da Governo e Parlamento l’istituzione di una sorta di passaporto musicale. Questo documento dovrebbe durare almeno due anni, essere gratuito o molto economico e coprire tutti i Paesi dell’Unione Europea. Potete firmare la petizione, che al momento naviga intorno alle 70.000 firme, QUI.