Da qualche settimana si è conclusa l’edizione primaverile del Sunwaves festival. Negli ultimi anni l’evento ha fatto molto parlare di sé per le esibizioni da record che hanno visto Marco Carola, Tini e Bill Patrick impegnati in dj set lunghi anche più di 20 ore senza interruzioni.

Le prestazioni a cui ci ha abituato il Sunwaves ormai non fanno più notizia. Non è la prima volta infatti che gli artisti sopracitati decidono di realizzare dj set così lunghi proprio su questo palcoscenico. Esibizioni così ci portano spontaneamente a riflettere sulle dinamiche che stanno dietro a questa tipologia di show.

Cerchiamo allora di capire se stiamo parlando di prove straordinarie di artisti che da molti anni sono ai vertici della scena, professionisti che decidono di regalare esperienze indimenticabili ai propri fans, o se ci sia di più dietro a alle grandi maratone.

Inizialmente ci viene da pensare che partecipare ad un’esperienza simile sia un fatto più unico che raro. Sono poche le occasioni che avremmo di trovarci in una situazione come questa.

Ha ha davvero senso tutto ciò? Da un certo punto di vista sì, poiché le moltissime date che vedono un dj esibirsi in più paesi, anche a distanza di 10-12 ore tra la fine e l’inizio di due esibizioni successive, (e le restrizioni presenti in Italia ambito organizzativo) hanno portato i vari promoter negli anni ad abituarci a spettacoli che di media durano dalle due ore e mezza alle tre ore e mezza. Raramente un artista viene fatto esibire per quattro o cinque ore, a meno che non si tratti di uno speciale format “all night long”.

I locali generalmente si riempiono tardi, le persone tendono ad entrare a serata inoltrata, giusto in tempo per sentire il dj per cui hanno pagato. Non si esce più per vivere interamente il club nelle ore in cui è aperto al pubblico.

In secondo luogo i cachet stellari di alcuni artisti possono far storcere il naso ai gestori che, ragionando correttamente da un punto di vista imprenditoriale, preferiscono far suonare l’ospite un’ora in meno e tenere qualche monetina in più in cassa, poichè il pubblico l’ingresso lo pagherebbe comunque. Inoltre, difficilmente un solo ospite può fare la differenza, quindi si tende al format “1+1”, dove l’artista principale viene proposto con accanto una spalla della propria crew, che apre le danze dopo il resident del locale. Per non parlare dei live set, dove dobbiamo ritenerci fortunati se ascoltiamo un live che arrivi a durare un’ora e mezza.

Anche la formula festival, che sta sostituendo sempre di più il classico sabato sera nei club, ci ha abituato ad attuazioni brevi, di due ore al massimo. Ovviamente in un grande evento le poche ore di esibizione sono giustificate dalla quantità di nomi presenti sulla line up. Le dinamiche di cui vi abbiamo parlato tendono a farci accettare l’idea di valutare un dj sulla base delle 2 o 3 ore in cui lo ascoltiamo normalmente, senza che abbia la chance di proporci qualche disco in più per raccontarci la sua “storia”.

Il mondo del clubbing dopo anni di “compressione” ha iniziato a risentire un po’ di questa pressione. Molti dj preferiscono avere più tempo e sentirsi liberi di spaziare a 360º. Anche noi sinceramente vediamo più corretto un approccio di questo tipo, e forse le quattro ore di dj set potrebbero essere una soglia minima accettabile per dare la possibilità ad un ospite di esprimersi.

Facendo riferimento alle condizioni dei principali club europei, possiamo constatare una differenza tangibile a livello di timetable rispetto alla media delle situazioni nostrane, dovuta alla libertà che altri paesi hanno di tenere aperto un locale per qualche ora più, tempo che consente al dj di suonare senza restrizioni, come succede a Londra o Berlino, e come succedeva ad Ibiza prima delle limitazioni che sono state imposte dalla politica locale. È appunto per questo motivo che festival come il Sunwaves hanno sempre più successo: la Romania infatti, è uno dei paesi con le leggi più permissive sugli orari di apertura e chiusura dei club. Artisti come Rhadoo e Raresh ricordano con piacere la possibilità che hanno di suonare per ore nei club della propria città.

Arriviamo così al punto: di fronte alle poche ore a cui siamo abituati ad ascoltare il nostro artista preferito, avrebbe senso ascoltarlo per 24 o 30 ore di seguito? La risposta ovviamente è soggettiva e dipende dalla passione che ognuno ha. Ci sono però dei dati oggettivi da analizzare prima di arrivare alla conclusione: come può una persona, sebbene professionista di altissimo livello, esibirsi per 24 ore in maniera lucida? Si può essere concentrati per un tempo così lungo? Tralasciando casi come quelli di DJ EZ e della maratona di 24 ore con lo scopo di raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro, davvero il mondo del clubbing ha bisogno di questo tipo di prestazioni?

In primo luogo c’è da valutare quanto valga la pena per una persona mettere così tanto sotto stress il proprio fisico (ricordiamo che l’anno scorso Marco Carola si sentí male durante la sua esibizione). In secondo luogo come può un dj essere constante durante tutte le 20 o 24 ore di performance? Sembra un’impresa quasi impossibile. E allora cosa c’è dietro a queste grandi maratone? Ovviamente è una grande occasione per il festival o il locale che le ospita di farsi pubblicità. Inoltre, anche per l’artista in questione è un forma di pubblicità incredibile, divenendo per qualche giorno il protagonista delle cronache di settore.

In tutto questo però manca una cosa, quella fondamentale: la musica. Ci viene spontaneo chiederci se sia ancora la musica la protagonista del nostro racconto, o se siano le gesta dei vari attori a far parlare il pubblico. A questo punto ha più importanza la durata di un dj set o la qualità del dj set stesso? Purtroppo di fronte a queste domande, a volte retoriche, è difficile arrivare ad una conclusione che metta d’accordo tutti, perché sappiamo che il mondo della musica è una grande industria che muove centinaia di migliaia di persone e di quantità di denaro. Dopo una riflessione di questo tipo però, ci viene da ribadire che per noi la musica deve essere la priorità, di fronte a qualsiasi tipo di scelta commerciale, che duri un paio d’ore o un’intera settimana.
Con ciò non stiamo contestando le scelte degli artisti portati come esempio nella nostra puntualizzazione, né tantomeno quelle dell’organizzazione. Piacerebbe anche a noi avere la possibilità di veder suonare in Italia (per intere giornate) i principali protagonisti della scena, senza che questo debba fare per forza notizia.