forty − thirty four =

Cala la notte su una città sempre più stanca ed esausta. Dopo la chiusura degli uffici e lo stendersi pigro delle prime luci della sera, si lascia posto a degli spazi più bui illuminati da un caleidoscopio di colori, ora più tenui ora più accesi, che “sconvolgono” la quiete notturna al ritmo di un beat irresistibile.

È l’ora del popolo della notte la cui musica trascende da quella dei canonici violini, dei pentagrammi inchiostrati e delle chitarre elettriche più blues.

Un racconto urbano, quasi al limite del frenetico, che ben rispecchia la qualità della vita metropolitana più di un saggio del sociologo Georg Simmel famoso per l’opera “Le metropoli e la via dello spirito” del 1900. Ma un racconto, per essere tale e risultare ancora più efficace, ha bisogno delle giuste note sulle quali sviluppare i suoi archetipi narrativi.

Questa identità urbana, praticamente potremmo parlare di brand oramai, si basa su strumenti come sintetizzatori Moog, computer, vocoder, inventiva e persino tutto un nuovo linguaggio che va a prendere a piene mani dalla cultura pop, classica ed anche smaccatamente anni Ottanta (questo, soprattutto, quando si va a parlare della vaporwave e delle sue innumerevoli correnti interne).

Basterebbe dunque pensare alla innovazione teutonica portata dai Kraftwerk, anche la loro stessa immagine era l’antitesi delle rockstar di allora, oppure dal vate Karlheinz Stockhausen famoso per i suoi ampliamenti della concezione stessa di musica. In sostanza il pentagramma è finito a rivestire il ruolo di un gadget o poco più!

Basterebbe chiedere a degli autentici colossi della musica come Brian Eno, inventore del genere ambient, colonna portante dei Roxy Music e noto per aver collaborato anche con Robert Fripp dei King Crimson, oppure il nostrano Giorgio Moroder. Un classe 1940 che, nonostante l’età, continua a far ballare l’Europa intera al ritmo dei suoi beat contenuti nelle sue chiavette usb personalizzate come lui stesso ha dichiarato in un’intervista su Vice del 2015.

La storia poi vede anche degli artisti più contemporanei che hanno pensato di rendere il tutto ancora più “orecchiabile” anche per i non addetti ai lavori come i celebri Daft Punk il cui stesso scioglimento ha rappresentato uno dei video più visti negli ultimi mesi.

Assieme a loro, soprattutto per i fan più hard core ed amanti di certe sonorità, ci hanno poi pensato dei gruppi che ormai possiamo tranquillamente definire “storici” come, ad esempio, i Prodigy (si sente la tua mancanza Keith), i Chemical Brothers ed i Crystal Method. Tutti figli dei primissimi anni Novanta e della rabbia giovanile che, sul versante rock, prendeva sempre più forma in quel calderone ribollente che è l’alternative.

Ed in tutto questo, che cosa manca all’appello? Naturalmente gli ascoltatori e gli appassionati che, al pari dei festival e degli album dei vari artisti, oggi più che mai sperano nella fine di questa pandemia per tornare a divertirsi e ad estasiarsi in sicurezza. Il tutto mentre, nell’etere, si spargono quelle che sono le vibrazioni di un giorno nuovo sorto sulle ceneri di quello vecchio ed emanate dalle braci ardenti della notte nel suo intermezzo.