+ thirteen = eighteen

Dieci piccole tracce per parlare di Kieran Hebden, di Four Tet, e di tutto quello che c’è oltre.

Seguiamo sempre con maggior interesse quei musicisti di cui comprendiamo (o, più modestamente, credevamo di comprendere) la ricerca musicale, principalmente perché ammiriamo quegli artisti che, capaci di viaggiare fra i generi, riescono in qualche modo anche a mantenere intatta la propria essenza musicale. Ci vuole arte nel rimanere se stessi cambiando costantemente. E Kieran Hebden, meglio conosciuti come Four Tet, forse è il musicista che, più di altri, è riuscito per moltissimi anni a saltare di qua e di là, a corteggiare i più svariati generi e a uscirne sempre indenne e soprattutto sempre più se stesso.

Queste dieci tracce (che poi dieci non sono) non vogliono essere una lista esaustiva del lavoro di Four Tet: sono dei piccoli ascolti che crediamo mettano in luce i confini che Four Tet ha attraversato nella sua più che ventennale carriera.

“The early stuff I was doing was being labeled folktronica by the press, and I was suddenly hearing that attached to everything I was doing. They called it folk because there were some acoustic instruments in what I was doing, but folk music was no more of an influence on me than hip-hop, jazz, soul or techno. (…) I never make music and think about what kind of genre it is. One of the things I’m primarily interested in is changing people’s perception of what defines a genre, and what’s possible in those boundaries of genre.”

“Le cose che producevo all’inizio sono state subito etichettate come folktronica dalla stampa, e improvvisamente ho iniziato a sentire questa parola che veniva usata per ogni mio lavoro. L’hanno etichettata folk perchè c’erano alcuni strumenti acustici in quello che facevo, ma la musica folk per me ha contato tanto quanto l’hip hop, il jazz, il soul, la techno.(…) Non faccio mai musica pensando ad un genere specifico. Una dei miei interessi principali è quello di riuscire a cambiare il come la gente percepisce un determinato genere, e in che misura io possa muovermi all’interno di esso.”

Fridge – Cut Up Piano and Xylophone

In origine erano i Fridge. Kieran Hebden, Adem Ilhan e Sam Jeffers, compagni di scuola, sulla scia del movimento post rock che si era incuneato a forza nell’ambiente musicale britannico, fondano i Fridge.

Ventenni, vivono e respirano l’aria della Elliott School, frequentata in quegli anni dai membri degli Hot Chip, dei The xx, e da quello che sarebbe diventato il produttore fantasma più invisibile della storia, Burial: incontri che porteranno a sodalizi lunghi decenni, e formeranno le carriere di tutti questi artisti.

Ed infatti il suono dei Fridge non è rock nel vero senso della parola: c’è già nella testa dei tre musicisti il concetto che una chitarra elettrica non è solamente uno strumento musicale, ma un mezzo per ottenere un segnale audio, da poi rielaborare in seconda battuta. Il processo compositivo non si ferma alla composizione in senso stretto, e l’editing assume progressivamente un valore sempre più centrale nelle loro produzioni, permettendo di esplorare territori allora semisconosciuti al post rock.

Four Tet – Misnomer

Gli anni della nascita e crescita della band sono gli anni in cui Kieran inizia a lavorare al suo album solista, che sfocia tempo dopo nella pubblicazione di Dialogue, primo album edito dalla Output, la stessa label che aveva messo sotto contratto i Fridge anni prima.

Se con il gruppo Hebden aveva potuto sperimentare su idee musicali create ad hoc, in Dialogue spinge all’estremo l’arte del campionamento ascoltando e selezionando campioni dai meandri più oscuri dell’industria discografica (caratteristica che lo contraddistinguerà poi in tutte le sue produzioni future).

Se da una parte il sampling di opere altre è limitante per quanto riguarda le melodie o le armonie, Kieran capisce che la forza del sample non è tanto nella sua musicalità, ma nell’evocazione dei ricordi. E questa è Misnomer.

Four Tet – 0181

Questo è un lavoro relativamente poco conosciuto di Four Tet. Edita dalla Text records nel 2013 (etichetta fondata dallo stesso KH), è, a detta dell’autore, la sua opera prima come produttore solista. Non è presente una forma canzone, e anzi non è presente nessuna forma. Richiamando atmosfere della migliore library music, questo EP è un continuo presentarsi di riff e impressioni sonore, inframezzati da rumori o da leitmotov, senza nessuna soluzione di continuità.

Se in Dialogue i campionamenti jazz facevano da padrone, qui non si trovano generi specifici, o ce ne sono talmente tanti che non si sa da dove iniziare: ed il risultato è un lungo e onirico flusso di coscienza, da ascoltare in un fiato, senza porsi alcune domande ulteriori.

​Four Tet – There Is Love in You

Dopo l’esperienza con la Output, Kieran assurge velocemente all’olimpo della musica britannica e viene reclutato fra le file della Domino Records. Sono questi gli anni di Pause, Rounds and Everything Estatic: entra in classifica negli Stati Uniti, e diventa il portavoce di quella che (erroneamente?) verrà etichettata come folktronica.

Ed è nel 2010 che firma il suo ultimo lavoro per la Domino, There is love in you. Questo è forse il tetto massimo della musica di Four Tet, e allo stesso tempo un passaggio fondamentale nella sua carriera. L’utilizzo del campionamento è sempre preponderante, e in questo disco si raggiunge l’apice tecnico dell’arte del sampling: dalla voce di Brandy in Love cry ai proto glitch di Gianni Safred, tutto è campionabile e tutto è concesso.

Allo stesso tempo, però, questa non è la caratteristica più rilevante del suo lavoro: compare infatti sulla scena un altro aspetto che sarà fondamentale nella ricerca di KH. Questo è il primo album dove, di fatto, Four Tet inizia la sua frequentazione artistica del dancefloor. Da qui in poi tutti i suoi lavori successivi saranno, in un modo o nell’altro, sempre maggiormente influenzati dall’aspetto più bass della scena elettronica.

NB: abbiamo scelto l’album e non la singola traccia. Non si poteva scegliere. O tutto, o niente.

Four Tet – Nothing to See

Una piccola chicca per tutti i fan più sfegatati, e che risulta essere un’ottima cartina di tornasole per capire la direzione di lì a poco avrebbe preso il percorso artistico di KH. Poco dopo l’uscita di There is love in you la Soul Jazz Records, che aveva solo sporadicamente avuto a che fare con l’elettronica tout court, decide di mettere insieme quelli che erano gli artisti di punta dell’underground bass del periodo.

Nasce così Future Bass, una istantanea molto varia ed eterogenea di quello che era nel 2010 l’ambiente della bass music (fra gli altri, nella raccolta, Ramadanman e Randomer). Il singolo, neanche a dirlo, viene lasciato nelle mani di Four Tet, almeno per quanto riguarda un lato (nell’altro figura il padre di quello che poi sarà uno dei generi più famosi (o famigerati) della storia: Mala e la neonata dubstep).

Nothing to see non è molto diverso da altri pezzi dello stesso periodo o immediatamente successivi, ma l’ho incluso in questa selecta per un solo motivo: la ricerca della semplicità, costante dei lavori di KH. La linea di basso è formata da due sole note lunghe, l’hook principale è un riff di campanelle, cassa dritta e batteria: non serve altro per sfornare un piccolo gioiello.

Kieran Hebden and Steve Reid – Brain

Non è un caso che questa non sia una uscita targata Four Tet: Hebden, fino dalle prime collaborazioni con il compianto Steve Reid, ha sempre sottolineato quanto questo fosse un lavoro corale, nato dall’improvvisazione estemporanea di due menti apparentemente agli antipodi. E invece da questo strano matrimonio è nata una delle coppie più produttive e avanguardistiche di quegli anni.

Apparentemente l’elettronica, con i suoi circuiti e la sua imperturbabile freddezza, non sembrava sulla carta andare d’accordo con l’estro e il genio del batterista di Miles Davis e di Ornette Coleman. Ma Four Tet freddo non è mai stato, e se c’era qualcuno che poteva stare dietro a Steve, quello non poteva essere che lui, la sua “anima gemella musicale”. Da questo progetto negli anni sono nati due album in studio e due album live, e KH collabora attualmente con molti progetti della Steve Reid Foundation.

Four Tet – Crush*

Dopo Pink del 2012, nel 2013 rilascia tramite la Text records il suo settimo lavoro in studio, Beautiful rewind. Sono album nettamente diversi da tutti gli altri lavori prodotti dalla Domino: se prima il focus era quello di campionare vecchi album e suoni fisici suonati da strumenti reali, adesso i suoni campionati si fanno più elettrici ed elettronici, e le chitarre fanno spazio a vecchi ed arruginiti amen break.

E forse Crush non è che l’epilogo di questa sua ricerca sull’essenza della bass music: un’impalcatura di suoni stretti in un continuo saliscendi fra tre sole note di basso, un solo colpo di piatto a dettare il tempo, e una singola linea di synth che entra improvvisa. E molti più silenzi, sempre più presenti e inseriti non a caso.

Four Tet – 24:00 (Boiler Room London)

Da qui in poi ci saranno speculazioni su quello che è/sarà il futuro di Four Tet. L’ultimo album a firma Four Tet è del 2017 (New Energy, Text records), ma nel frattempo ha comunque fatto alcune apparizioni e collaborazioni, a partire con la sopracitata Steve Reid Foundation, poi in alcune produzioni dei The xx, e live con la Caribou Live Ensamble.

Ma non ha neanche smesso di produrre, a quanto si sente dalle varie Boiler Room o dai vari live set. In particolare, è abbastanza curiosa la storia della traccia di questa Boiler Room (a 24:00 e seguenti). Sono anni che è presente nei suoi set, ma non è mai stata edita. Introvabile, ha portato vari fan del produttore londinese a presentarsi ad alcuni suoi set con la maglietta “24:00 – BOILER ROOM LONDON”, in memoria di quella che, forse, sarà una traccia che potrete ascoltare solo dal vivo.

NB: oltre all’edit di KH, consigliamo anche l’ascolto del campione originale da cui è presa questa traccia, The Party is Over di Marvin Whoremonger, per far riaffiorare quel po’ di funk che c’è in noi.

HK – Question

Questa è una fra le varie tracce che Kieran ha pubblicato negli ultimi anni a nome KH, alias che usa abitualmente per tutte quelle che sono le sue produzioni decisamente più ruvide e ballabili (ultimo ma non ultimo a nome KH il remix di Nelly Furtado, Only Human). Edit di Bobby Powell, è stato rilasciato in free DL sulla pagina Soundcloud del produttore. Piccola arma da dancefloor.

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Four Tet, nella sua pagina Spotify, aggiorna da anni una playlist con tutta la sua musica preferita. I più accorti ascoltatori hanno notato alcune tracce da nome impronunciabili, create da artisti altrettanto impronunciabili.

Non sono altro sono le b sides di Four Tet, pubblicate regolarmente solo sulla piattaforma di streaming svedese. Non si tratta di tracce vere e proprie, quanto più piccoli esperimenti di stile. Se l’ambient music di Brian Eno era nata per riempire luoghi fisici, queste tracce invece assolvono allo stesso compito, ma in ambiente digitale; piccole pause fra i play continui della infinite playlist, capaci semplicemente di rilassare l’ascolto, e l’ascoltatore.