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In occasione della serata finale della Milano Music Week 2021, abbiamo avuto il piacere di incontrare uno dei protagonisti, Francesco Tristano e scambiare con lui idee e pensieri sul progetto “Tokyo Stories” in forma audiovisiva presso il Teatro della Triennale e la sua visione sulla musica ‘classica’, la sua passione per il Giappone e le influenze che i compositori contemporanei (e non) hanno nella sua produzione.

 

Parlare di musica, di mondo e di vita. E’ questo che ci avvicina ad un artista come Francesco Tristano. Una persona che nei suoi “anta” ha sperimentato e vissuto la musica in diverse declinazioni. Quella degli studi, alla scuola Juillard di New York e quella che lo ha sempre appassionato, la musica elettronica, techno e le sonorità di Detroit.

Ecco, perché per Francesco non ci sono distinzioni o classificazioni per la musica. Bach, uno dei suoi compositori preferiti e del quale lui è uno degli interpreti contemporanei più innovativi, è in tutto: è nella classica (certo) ma anche nel jazz e nella techno. E questa radice si vede (e si sente) nell’esibizione di “Tokyo Stories”, lo spettacolo audiovisivo del quale Francesco è stato protagonista al Teatro della Triennale per Le Cannibale, al termine della Milano Music Week 2021.

Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Francesco prima della messa in scena di uno spettacolo unico, che è stato in pratica come viaggiare con un diretto Milano Tokyo attraverso una tastiera ed uno schermo sul quale sono state proiettate foto e video curate dal fotografo Ryuya Amao che ha permesso agli spettatori di integrare un’esperienza sonora che ha ripreso più e più volte stilemi e temi nipponici con foto (tutte in bianco e nero) e scorci giapponesi che spaziano dalla calma della natura alla frenesia della città.

Poco prima dell’inizio del concerto abbiamo fatto qualche domanda anche ad Albert Hofer e Marco Greco, organizzatori e menti de Le Cannibale. L’intervista, fatta in italiano, è disponibile anche in inglese nella sezione sottostante.

 

Ciao Francesco e benvenuto su Parkett! Come stai?

Ciao! Sto bene, grazie. Sono molto felice di essere qui. Ovviamente sono tempi un po’ strani, confusi e anche difficili. Però speriamo di uscirne stavolta. Io, francamente non credo ne usciremo a breve però, con un po’ di pazienza ce la faremo.

Arriviamo in fatti da due anni durante i quali le espressioni e forme artistiche (concerti classici o esibizione nei club) hanno subito uno stop forzato. Tu come hai affrontato questo periodo lontano dal palco e dal pubblico e come stai affrontando gli aggiornamenti sulle nuove situazioni in corso?

Non leggo più le notizie (ride). L’inizio è stato durissimo, veramente difficile perché nessuno se lo aspettava. Non eravamo per nulla preparati a quello che stava per succedere tant’è vero che io ho fatto l’ultima performance in Spagna il 9 marzo 2020 proprio qualche giorno prima della chiusura (avvenuta il 12 marzo, ndr). Sapevo che qualcosa stava per cambiare ma continuavo a suonare.

Poi sono stato fermo per tre mesi, durante i quali sono rimasto in casa e poi ho ripreso un po’ le date in estate e poi a settembre abbiamo ripreso. In fondo immaginavo che ci potesse essere una nuova chiusura: storicamente una pandemia si estingue in un intervallo di tempo più lungo.

L’anno scorso l’ambiente a settembre mi è sembrato più positivo mentre quest’anno è un po’ più complicato: ho fatto quello che potevo fare, registrare, ho fatto l’album nuovo, ho fatto una decina di remix e quello che potevo fare in casa. Ho anche fatto un sacco di live stream anche se francamente i live stream, casa…basta!

Il problema è che la cultura non è stata e viene vista come una priorità nei periodi di pandemia, ma c’è tanta improvvisazione da parte delle autorità: cambiano le regole ogni giorno, promuovere le attività è stato difficile, viaggiare anche. Io sto viaggiando poco, sto riprendendo ma quello che si è perso in due anni non si può riprendere in breve tempo. Non mi sento ottimista ma sono realista, nel senso che “it is what it is”: la situazione è questa e bisogna tirare avanti così.

Non credevo di riuscire ad essere qui a Milano: ogni data è sempre costellata da un “si fa, no si fa” da un anno e mezzo…oggi però la faremo!

Picture by Marie Staggat

Oggi qui a Milano va in scena “Tokyo Stories” presso il Teatro della Triennale, tratto dall’album omonimo. Sei nato in Lussemburgo da madre italiana, hai vissuto a New York e ami molto il Giappone e Tokyo. Quanto ogni tappa ha contribuito e ti ha influenzato culturalmente e nella tua formazione artistica?

Il fatto è che il Lussemburgo è una nazione molto piccola ed io sono cresciuto con gente ‘di fuori’: italiani, portoghesi, capoverdiani, amici americani di mia madre. Non mi sono mai limitato ed è impossibile limitarsi ad un solo gruppo di persone: il grande vantaggio di essere in Lussemburgo è che fai venti chilometri e sei già in un altro paese: Germania, Francia o Belgio ad esempio. Nel paese c’è una tradizione ma la nazione è abbastanza recente quindi la cultura risente molto delle influenze mediterranee.

E poi sono stato a New York. Sono arrivato a NY che avevo quindici, quasi sedici anni e per me è stato ‘avere uno schiaffo’: sono arrivato sapendo suonare solo il pianoforte e lì a New York sono diventato la persona che sono, sono diventato un adulto. E poi ho conosciuto tanti amici giapponesi che mi dicevano “ah, ma tu devi andare in Giappone!”. Ho fatto un primo tour in Giappone all’età di diciotto o diciannove anni nell’estate del 2000/01 e sono rimasto assolutamente scioccato dal Giappone al punto che New York mi sembrava una barzelletta… perché Tokyo è troppo grande e non si può vedere in un solo viaggio.

Così ho capito che un giorno avrei dovuto registrare qualcosa lì per vivere la città e da lì sono tornato circa quaranta volte in Giappone. Tokyo la conosco abbastanza bene. La cosa bella di Tokyo è che ti senti totalmente perso, non capisci niente quando leggi (riferimento alle insegne con ideogrammi, ndr) quindi è arte grafica. E credo che quello che faccio oggi è un remix di tutte le influenze culturali dei vari posti che ho visitato. Però non mi sento neanche legato ad una città: voglio essere libero. Per anni, suonando in giro la mia casa è stata la mia valigia.

Parlando appunto di remix e del tuo lavoro come produttore di musica elettronica, in “Surface Tension” hai proposto un remix di “Merry Christmas Mister Lawrence” di Ryuichi Sakamoto poi hai collaborato con dei mostri sacri della musica techno come Carl Craig e Derrick May. Cosa queste figure ti hanno dato e trasmesso, cosa hai imparato da loro e come hai fatto a convincere May a lavorare con te?

Diciamo che questi produttori di Detroit hanno una relazione con il suono molto particolare. Io sono cresciuto con questo suono perché la musica di Carl la ascoltavo un sacco. Quindi mi sono ritrovato con loro in studio a Detroit ed in particolare ho suonato gli strumenti originali della musica che ascoltavo come ad esempio i synth di Carl. Quindi la parte più affascinante è il rapporto verso il suono elettronico di queste figure, analogico e digitale. Carl è un nerd di synth: con lui possiamo parlarne per ore o addirittura giorni.

Due settimane fa sono stato tra l’altro in Svizzera presso lo Swiss Museum & Center for Electronic Music Instrument ed era una roba pazzesca! Ho fatto un sacco di foto e le ho girate a Carl… C’era un Mellotron un Fairlight… roba incredibile. Quindi con Carl abbiamo passione per il suono ed un feeling molto particolare che è la tristezza urbana di Detroit. Detroit è quasi una città fantasma dove non c’è quasi più nulla. Ed essere creativi in un ambiente quasi post-apocalittico. L’ispirazione, quindi non viene da cose particolari. A Detroit avevano quello, un 909 un synth e creavano un brano.

Diciamo che Detroit è stata per me una parte della mia educazione. Ci sono andato tante volte ed è stato un feeling che cresce volta dopo volta.

Su Ryuichi (Sakamoto) per me è stato uno delle tre figure musicali nipponiche più importanti nella mia vita e volevo fare questo remix. A quei tempi EMI mi aveva proposto di fare un remix e, guardando il loro catalogo, ho visto che c’era anche Ryuichi. E io ho scelto quello.
Purtroppo la risposta che ho ricevuto è stata negativa per problemi sui diritti sul brano. Però, grazie ai miei contatti a Tokyo ci sono arrivato e abbiamo avuto i diritti. Ho fatto il remix, Ryuichi l’ha sentito e mi ha invitato a fare una serie di concerti con lui a Tokyo nel 2017. Questa è stata per me la settimana più emozionante della vita in cui ogni giorno c’erano ben cinque concerti diversi con Ryuichi, Alva Noto ed altri. Quindi per me è stato molto bello suonare con loro dopo molti anni di performances da solista e con Ryuichi siamo sempre in contatto.

Sempre parlando di Bach e visto che hai una formazione da pianista e ti sei avvicinato alla musica elettronica, com’è stato visto questo passaggio dai pianisti ‘classici’ o gli accademici?

Boh, non lo so, non gliel’ho mai chiesto (ride, ndr). Sui colleghi… secondo me il problema non sono i puristi perché i puristi devono esistere. Io non ho nulla contro loro ma io non sono purista: se pensi alla tua prima domanda, come faccio ad essere purista essendo lussemburghese da madre italiana e cresciuto a New York e ora vivo a Barcellona? Per me non è possibile, il mondo globale è una realtà di cui faccio parte.

Con Bach effettivamente puoi fare di tutto ma con Bach devi fare poco: tutte le versioni jazz, techno. Bach funziona così. E’ già jazz, è già techno…è tutto. Quindi secondo me è più forte metterlo in connessione con una musica contemporanea e capire a che punto di contatto si è tra questi due mondi.

Molto spesso più che i colleghi puristi alcuni promoter legati alla musica classica sono meno aperti a queste contaminazioni. Il problema è che già il termine ‘musica classica’ è anacronistico. Per me la techno di Detroit è già musica classica. L’unica definizione che può incastrarsi più o meno è che la musica classica è la musica del passato.

Però quando mi dicono ‘tu fai combinazioni tra techno e classica’… io non ragiono così. La mia cucina non è prendere un po’ di techno, un po’ di classica e mescolarle insieme. La mia cucina sono suoni, ritmi e melodie. E’ la stessa cosa se faccio techno, classica e tutti questi linguaggi intermedi.

Picture by Marie Staggat

Ritorniamo al momento della tua formazione e a Bach, del quale tu sei uno degli interpreti contemporanei più importanti. Com’è per te riproporre Bach in un modo più personale così come hai fatto a Spoleto nel Festival dei due Mondi?

Però c’è tutto nella musica di Bach, il jazz e l’elettronica. Lui non aveva l’elettricità, la tecnologia. Anzi, l’organo è un prodotto synth in quanto il suono è generato meccanicamente.

Io ho sempre sentito il groove, il ritmo che è quello che ti porta avanti. E quello che sento con la musica elettronica l’ho sempre ritrovato in Bach. Quindi ci sono dei pianisti che hanno fatto cose pazzesche con Bach. Io sono andato un poco oltre facendo una connessione tra il groove del barocco e quello elettronico. Quello è il programma che ho presentato a Spoleto: un pingpong tra i ritmi di Bach e quelli techno. La gente ha percepito molto bene questa idea perché è aperta alle novità.

A proposito di definizioni. Nella storia della musica classica contemporanea, le prime sperimentazioni elettroniche si devono ad esempio a Stockhausen. C’è qualcosa di Stockhausen nel tuo lavoro?

Ancora no, ne sono un grande fan e da anni vorrei fare un suo brano, il Klavierstück numero 10, un brano di trenta minuti ‘di fuoco’. Però è nella shortlist delle cose da fare prima dai 50 anni. Però ci sono anche Luciano Berio, Luigi Nono ci sono tanti italiani che sono stati tra i primi a fare musica elettronica. Ecco, di nuovo, la musica classica è già elettronica perché di per sé senza questi compositori classici contemporanei i synth e i modulator non avrebbero contribuito alla musica di oggi.

Penso tu sia stato uno tra i primi a portare un pianoforte a coda in una Boiler Room. Com’è stato? Quali emozioni hai provato a portare un pianoforte e proporre una Boiler Room così innovativa?

Beh, è sempre bello perché non è comune portare uno strumento del genere. Avevamo fatto la stessa cosa con Carl (Craig, ndr) portando un pianoforte a coda allo Space di Ibiza per la prima volta nella sua storia ed è stato qualcosa di incredibile perché potevi vedere la gente un po’ confusa e che si chiedeva: “c’è il DJ che suonava da una parte e pure il pianoforte dall’altra?”

Era un po’ fuori contesto e a me è piaciuto farlo. E a me piace fare le cose un po’ fuori contesto, da sempre. Però ha funzionato. Il pianoforte genera suoni come tante altre macchine e con un buon fonico, funziona pure nella Boiler Room.

Ritorniamo su Tokyo Stories: nella ricerca e nella realizzazione di questo progetto, come sei entrato in contatto con alcuni artisti partecipanti come Hiroshi Watanabe o Keiichiro Shibuya?

Sì, io ci tenevo alla loro partecipazione. Nel senso che volevo registrare a Tokyo da anni dopo aver registrato a Kyoto un disco di Bach e volevo assolutamente invitare musicisti locali. Hiroshi lo conoscevo già da un po’ di tempo, l’ho sentito negli Stati Uniti dove ha studiato a Boston e ha vissuto a New York però non ci siamo conosciuti di persona a quei tempi. Ci siamo conosciuti cinque o dieci anni fa a Parigi e c’era già un brano in collaborazione che non si è mai concretizzato del tutto.

Keiichiro invece è un grande personaggio. In Francia ha un gran seguito: fa opere visuali molto particolari. Ricordo che quando me l’hanno presentato mi hanno detto “dovete fare qualcosa insieme”. Così gli ho detto di avere delle idee che gli ho mandato. E’ venuto in studio, era la seconda volta che ci siamo visti in vita nostra e poi siamo diventati molto amici.

La collaborazione è molto bella: per me registrare a Tokyo coinvolgendo artisti locali è stato molto importante per Tokyo Stories.

Picture by Maria Staggat

Nello spettacolo di questa sera, Tokyo Stories viene arricchito da una parte visuale. Da dove è partita l’idea di integrare questa parte visiva e che cosa vuoi trasmettere con essa agli spettatori?

Anni fa ho conosciuto un fotografo a Tokyo, per me un genio, Ryuya Amao, che ho conosciuto al Mutek. Ho visto infatti questo personaggio che si aggirava nel buio più totale con una fotocamera… Mi sono chiesto: “che ci fa con una fotocamera qui dentro?”. Poi ho visto le foto e ho pensato “questo è un genio”. Così gli ho chiesto di accompagnarmi in un tour in Giappone nel quale è stato la mia ombra, facendo (e poi mandandomi) delle foto pazzesche.

Tieni conto che lui pensa alla fotografia così come Debussy pensava la musica. Debussy diceva “la musica non è fatta dalle note ma dai silenzi in mezzo alle note” e così Ryuya la fotografia non è la luce ma la luce è l’eccezione. Per lui è tutto buio.

Infatti, l’ottanta percento della parte visiva che vedrai sono fotografie (circa tremila!) al punto che ogni insieme di fotografie fa parte del processo, facendo la storia di ogni brano. Così anche nel booklet dell’album c’è una sua foto per ogni brano. Così abbiamo preso questa come base dello spettacolo.

Hai qualche progetto in cantiere di cui puoi parlarci, oltre all’uscita di Tokyo Stories?

Una delle cose che ho fatto durante il lockdown è stato un album. L’ho iniziato a registrare in Giappone nel 2019 e ho concluso la seconda parte a Parigi. Il progetto si chiama “On Early Music” e rappresenta un ritorno al repertorio ‘antico’ ed è intriso di una interpretazione molto libera: trattandosi di musica del XV e XVI secolo.

E’ un album di solo piano con postproduzione elettronica nel senso che non è totalmente classico. Il primo singolo, “Aria for RS” fa parte di questo album che contiene sì brani miei ma anche repertorio di Frescobaldi, uno per me dei più grandi compositori rinascimentali e dei compositori inglesi come Orlando Gibbons, Peter Philips e John Bull. Questo album esce a febbraio 2022 e fino ad allora ci sarà qualche remix dei quali posso rivelarti che ce ne sarà uno dei Brandt Brauer Frick.

 

L’evento “Francesco Tristano Live, Tokyo Stories A/V Show” è stato organizzato da Le Cannibale, realtà consolidata di Milano che da anni è il punto di riferimento del clubbing nella città e che ha contribuito alle due serate finali della Milano Music Week. Abbiamo avuto il piacere di scambiare idee e visioni anche con le menti dell’organizzazione ovvero Albert Hofer e Marco Greco.

Ciao Albert e Marco, le Cannibale offre da sempre una programmazione di eventi di qualità per Milano. A valle dei due anni (quasi) di stop dovuti alla pandemia che emozioni avete provato a ritrovare il pubblico in presenza e qual è stata la risposta?

M: Ci sono stati due grandi momenti. Noi siamo tornati a giugno con un paio di eventi e con la riapertura dell’interazione del ballo a ottobre. L’emozione del giugno 2020 e giugno 2021 sono state entrambe forti, forse più quella del 2020 perché era una vera e propria novità mentre nel giugno 2021 eravamo preparati perché sapevamo quale realtà avevamo di fronte a noi (distanziamento, mascherine, gel e tutto l’iter in generale).

E’ stato difficile anche all’inizio perché molti temevano che l’affluenza potesse ridursi o annullarsi o che potessero prevalere gli eventi online: sono stati comunque due periodi di grandi progetti che ci hanno dato grandi soddisfazioni e abbiamo sentito molto l’apprezzamento del pubblico. Questo perché abbiamo alzato il livello della proposta nel tipo e nella fruizione innovativa: proponendo eventi all’interno del Planetario, concerti misti ad arte contemporanea in piscina o eventi al Castello Sforzesco.

La ‘nuova novità’ del distanziamento nella dimensione danzante ha cambiato le carte in tavola: ora si sente forte la voglia di ripartire anche da parte del pubblico, la loro voglia di evasione. Tutto questo sempre con la difficoltà dei tempi di crisi in quanto gli effetti li stiamo vivendo ancora: un tessuto lavorativo e di partnership disgregati. Saltano accordi, si creano tensioni e paure perché la gente, giustamente, cerca di salvarsi.

 

A: Condivido il pensiero che il peso della situazione lo stiamo avvertendo più quest’anno che il precedente e noto una cosa: se inizialmente questo caos ci ha reso vulnerabili comunque stiamo imparando a rispondere in modo nuovo e alla socialità e agli eventi. Dalla gestione della biglietteria, alle capienze. Abbiamo presente delle linee guida generali a cui possiamo attenerci e alle quali dobbiamo adeguarci ‘in corsa’ (ndr). La cosa critica è che all’inizio non avevamo queste direttive. Ad esempio, durante il primo nostro evento abbiamo ricevuto un forte riscontro dal pubblico, quasi come una liberazione. Oggi invece le persone mostrano ancora la voglia di ballare e sperimentare cose nuove.

 

Oggi si conclude la Milano Music Week che vi ha visto protagonisti in due serate. Quella del 27 novembre, con “Kraftwerk Recomposed” e oggi con Francesco Tristano. Qual è il vostro bilancio e quali sono le vostre impressioni?

M: La Milano Music Week è un evento unico che si compone di diversi eventi indipendenti. Noi sin da subito l’abbiamo appoggiata, spinta e ne siamo stati parte sin dalla prima edizione, durante la quale abbiamo fatto un evento al Padiglione d’Arte Contemporanea che poi per noi è diventato l’evento più importante che ci ha poi permesso di proporre l’evento di punta della Milano Music Week qui in Triennale, frutto di una collaborazione che continua ormai da anni e che ci vede protagonisti in particolare con l’evento estivo presso il giardino della Triennale.

Siamo anche molto orgogliosi di rappresentare la Milano Music Week con degli eventi nel teatro della Triennale ed in particolare quest’anno, in luogo degli eventi più ‘danzanti’ abbiamo fatto la scommessa con questi due eventi più ‘sperimentali’, contenuti di alta qualità e senza compromessi con due progetti fortemente innovativi: “Kraftwerk Recomposed” che è stata una vera ricomposizione dei lavori dei Kraftwerk ad opera di un trio di archi e un monocord. Oggi proponiamo Francesco Tristano, con il quale vantiamo una collaborazione duratura, con uno spettacolo che è un vero e proprio concerto, molto diverso rispetto al classico formato da club.

A: Eravamo consapevoli della forte voglia di ballare da parte del pubblico. Però abbiamo fatto una scelta mirata sulla qualità, andando oltre il fatto di assecondare la voglia del pubblico di fare una serata danzante. Ci è sembrato però assolutamente sensato e mirato al contesto.
Siamo stati molto contenti della serata dei Kraftwerk e siamo felicissimi oggi di ospitare questo tipo di serata. Secondo me lo spettacolo di Francesco sarà particolarmente rilevante e sono curioso di conoscere il feedback del pubblico partecipante.
Siamo comunque contenti di chiudere la Milano Music Week con questo doppio evento, per poter dare un segnale al pubblico che ci siamo.

 

Potete anticiparci qualcuno dei vostri prossimi appuntamenti?

 M: A grandi linee porteremo avanti la nostra collaborazione romana dove abbiamo fatto un sorprendente sold-out al Palazzo Brancaccio e contiamo di tornare con tre episodi de Le Cannibale nel 2022. A Milano invece ritorneremo con i progetti itineranti e la dimensione danzante con le nostre collaborazioni storiche e delle novità davvero interessanti. Alterneremo dunque gli eventi che proporranno contenuti della club culture, più sperimentali e collegati ad altre forme artistiche.

A: Riguardo la club culture io e Marco abbiamo un paio di pallini sui quali siamo allineati. E vorremmo toglierci la soddisfazione di proporre una serie di artisti ed eventi che per noi sono giusti e vorremmo procedere lungo questa direzione.

 

 

English Translation

 

We had the chance to meet one of the main protagonists of the Milano Music Week 2021 final show, Francesco Tristano and exchanged with him ideas and thoughts on “Tokyo Stories” project that has been performed in an audio and visual show at Teatro della Triennale, on ‘Classical’ Music, his passion for Japan and the influences that contemporary (and non-contemporary) composers have in his production.

 

Talking about music, the world we live in and life. That is what connect us and make closer to an artist like Francesco Tristano. A man that in his fourties experimented and lived music in all its forms. From studies at the Juillard School in New York and that one he’s been passionate, electronic music, techno and Detroit’s sounds.

Indeed Francesco doesn’t have any distinctions nor classifications about music. Bach, is one of his favourite composers and Francesco is one of the most important contemporary interpeter, is everywhere: in classical music (of course) but also in jazz and techno. These roots are visible (and you can listen to them too) in “Tokyo Stories” project, the show that has been live at the Teatro della Triennale for Le Cannibale as Milano Music Week 2021 final show.

We had the chance to talk to Francesco before this unique show: it has been like travelling on a direct flight Milan – Tokyo through his keyboards and a series of pictures and videos by the Japanese photographer Ryuya Amao that have been shown and allowed the attendees to integrate a full sonic experience with  black and white images of Japan from the calm of nature to the frenzy of the city.

Hi Francesco. Welcome to Parkett! How are you?

Hi! I am good, thanks. I am very happy to be here. We are living difficult times, a bit confused. We hope to get out soon from them. I think it will not be fast, but let’s be patient and we will be able to do it.

Indeed, we are here after two years of cancelled concerts or live club events. How did you live this period outside the scene and how are you facing the constant updates on the pandemic?

I am not reading news anymore (laughing). Well, the start has been so tough because nobody expected that. We were not prepared on the upcoming events and I remember I had a show in Spain on the 9th of march 2020, just few days before the full closing (the 12th). I had the feeling that something was going to happen but I continued to play.

I have been at home for three months then I have started again few dates in summer, then in september. I figured out that a new closing might have happened: historically speaking a pandemic does not end in one year time.

In september 2020 I felt that the mood was kinda positive but this year I felt it a bit more complicated: I did what I could do, recording my new album, remixes and everything that I could perform from home base. I did also many live streams but…home, no more please!

I could see that during pandemic the culture has not been set as a high priority, governments reacted: daily changing rules, promoting activities has been tough, travelling as well. I am feeling more realistic now, I mean “it is what it is” and we have to go on.

I could not believe to be here today in Milan: every date is a “go, no-go” since one year and a half…. but today we will make it!

 

Picture by Marie Staggat

 

Today we will assist to “Tokyo Stories” at Teatro della Triennale. You were born in Luxembourg, you have Italian origins (from your mom), you grew up in New York and you love Japan and Tokyo. How each of these factors influenced your culture and artistic development?

Well, Luxembourg is a very small nation and I have been grewing up always with foreigners: italians, portugueses, people from Capo Verde, my mother’s american friends. I did not limit myself and limiting acquitainances to a small group is almost impossible. Luxembourg has an advantage: you move 20 km and you are in another country: Germany, France or Belgium.

I did not grow up in a context or strict luxembourgish context. I don’t think that does either exist because yes there are traditions but they are mixed with mediterranean influences.

Then, I moved to New York. I arrived there when I was 15 or 16 years old and for me it has been a shock: I moved there that I could only play piano and then I grew up as an adult, becoming who I am. I met many Japanese friends there and they always told me “You have to go to Japan!”. I was 18 or 19 years old during my first trip in Japan during summer 2000/01 and I felt amazed by it at the point that New York was like a joke… Tokyo is too huge to live and discover it in just one visit. Then, I figured out that I should have recorded something there and I came back something like fourty times. I know Tokyo quite well now. The good thing is that you feel lost, you don’t figure out anything on shop adv (talking about ideograms) so Tokyo is also a graphic art place.

So, I do believe that today I am ‘remixing’ each part of cultural influences I have been living in. On the other hand I do not feel bonded to a place: I want to feel free. Year after year my house was my case.

 

Let’s talk about remixes then and your work as an electronic music producer. “Surface Tension” contains a remix of “Merry Christmas Mister Lawrence” by Ryuichi Sakamoto. Then you featured with techno music ‘giants’ like Carl Craig and Derrick May. What each of them shared with you, what did you learn from them and how did you convince May to work with you?

Detroit producer have a very particular relationship to the sound. I have been growing up with this sound because I have been listening Carl Craig‘s music since the beginning. So, I ended up with them working in their Detroit studio, I had the chance to play their instruments that I have been listening to, e.g. Carl’s synths.

The most fascinating aspect from these artist is their bond with the electronic sound, analogic or digital. Carl is a synth nerd: we can talk about that for hours or days with no stop.

Two weeks ago I have been visiting the Swiss Museum & Center for Electronic Music Instrument and it has been amazing! I have taken pictures that I shared with Carl… I could see a Mellotron, a Fairlight… incredibleSo I think that we share that with Carl together with the feeling with Detroit urban sadness. Detroit is like a ghost city, there is almost nothing. Is like being creative in a post-apocaliptic place. So you don’t get inspiration but anything particular. In Detroit you have a 909 a sytnth and you make a tune.

Detroit has been also a part of my education. I have been travelling there many times and I feel a sentiment growing time by time I am there.

About Ryuichi (Sakamoto), he has been one of the three most prominent Japanese artist for me and for my life so that’s why I did want to produce this remix. At the time EMI proposed me to produce a remix and watching their catalogue I noticed Ryuichi. And I have chosen it.
Unfortunately, the answers has been negative for copyright issues. But, thanks to my connections in Tokyo we got the green light. I did this remix, Ryuichi listened to it and he invited me to perform in a concert series in Tokyo back in 2017. That has been the most exciting week in my life when every day we had five concerts together with Ryuichi, Alva Noto and many more.

I have really enjoyed playing with them after many years of solo performances. We are always in connection with Ryuichi.

 

Let’s talk about Bach. Since you are a pianist and you got in touch with electronic music, how did your colleagues, teachers, academics felt this moment?

Well, don’t know. Never asked (laugh). About colleagues…I don’t see that purists are part of the problem because they have to exist. I am not against them but I am not a purist: then, think about your first question, how may I be a purist if I am from Luxembourg with an italian mom, grew up in New York and living in Barcelona? That is not possible, the World is a part of me.

About Bach you can do everything with his work but with Bach you have to do not that much: each jazz or techno version. Bach works fine. Is already jazz, techno, everything. To me sounds better to link Bach with a more contemporary music to understand where is a potential point of contact between these two worlds.

More than colleagues or ‘academic’ purists, I find some promoters that may be a bit uncertain to these contaminations. The point here is that the term ‘classical music’ is out of time. To me Detroit techno is classic. The only definition that could match is that classical cusic is a music from the past.

Then, somebody tell me “you make combinations between classical and techno”…I don’t think like these. I don’t cook with a tablespoon of techno, a tablespoon of classical and then I mix them together. I cook using sounds, rythms and melodies. Is the same thing if I produce techno, classical and all the languages in between.

Picture by Marie Staggat

 

Okay, let’s do a step backward at the time of your education and to Bach. You are one of the most important contemporary Bach exponent. How do you feel playing Bach with your personal touch like the Festival dei due Mondi in Spoleto?

Bach music has everithing in it, jazz and electronic. He did not have electricity nor technology. If you think about that, organ is a synth instrument since sound is mechanically generated.

I have always felt the groove, the rythm is that brings you onward. And what I feel with electronic music I found in Back works. There have been pianists that did extraordinary things with Bach. I did a small step forward connecting Baroque with electronic groove. People felt and welcomed that because they are open to new things.

 

About definitions. Contemporary classical music experienced the very first electronic sounds with Stockhausen for example. Is there something from him in your work?

Not yet, but I am a big fan of Stockhausen and since years I wish I could play the Klavierstück nr 10, a very difficult piece. Is in my 50 years old wishlist by the way. But well, there have been many italians that started to experiment with electronic music like Luciano Berio or Luigi Nono. Again, classical music is already electronic because without these authors, synth and modulator could not have been supporting modern music.

I believe you are one of the first (and only) to propose a Boiler Room with a piano. How was it and how did you feel to perform in a such innovative way?

Well, is always nice because is not common to bring such an instrument. We did the same thing with Carl with a piano at the Ibiza’s Space and it was incredible. We could see people a bit confused: on one side the DJ was playing and a pianist on the other?

It has been something out of context and I liked that much. I like to do such things, since ages. It worked well. Piano is a machine that produce sounds like other and with a good Sound Engineer it works well also in a Boiler Room.

About “Tokyo Stories” how did you get in touch with artists like Hiroshi Watanabe or Keiichiro Shibuya?

I really wanted to record something in Tokyo after I recorded a Bach album in Kyoto. I wanted local artist to join me in this project. I knew Hiroshi since a while, he lived in US where he studied in Boston and then moved to New York but unfortunately we didn’t meet there at the time. We met in Paris five or ten years ago where we thought about recording something together.

Keiichiro is a character. He is very famous in France thanks to his particular visual pieces. I remember that when I met him our acquitances said “you have to work together”. So, I have shared some ideas with him. He joined me at the studio for our second meeting. We became very close friends.

Cooperation is a great thing: for me, working on records in Tokyo with local artists has been very important for the project.

Picture by Maria Staggat

Tonight your show will have also a visual part. Where did you get the idea to integrate an audio show with visuals? What would you like to share with the audience?

I met a photographer in Tokyo, many years ago, at Mutek. His name is Ryuya Amao and for me is a genius. I noticed this guy wandering in a dark room with a camera and I thought: “What is he doing here?”

Then I saw his pictures and I realized: “he is a genius”. So I have asked him to join me in a tour in Japan so that he became like my shadow taking (and then sending) me incredible pictures.

Photography for Ryuya is like music for Debussy. The latter said “music is not made up by notes but silences in between”. So for Ryuya photography is not light, but light is an exception. Everything is darkness for him.

When you will see the show you will notice that the eighty percents are pictures (about 3000!) so that each image is a part of the process, make a story for the piece. The booklet also contains his pictures and they were the foundation of the visual part of the show.

 

Do you have other upcoming projects more than “Tokyo Stories”?

One of my main activities during lockdown has been to record an album. I started the recording in Japan back in 2019 and I have closed it in Paris. The name is “On Early Music” and it is a return to the ‘old’ repertoire with a free interpretaion: it is composed of pieces from XV and XVI centuries.

Is a solo piano album with an electronic post-production; is not fully calssical. The first song, “Aria for RS” comes with this album that contains my pieces but also by Frescobaldi, one of the greatest from Reinassance and british composers like Orlando Gibbons, Peter Philips and John Bull.

The release date will be february 2022 and some remix will be posted. I can reveal one of them that will be produced by Brandt Brauer Frick.

 

 

Just before the show “Francesco Tristano Live, Tokyo Stories A/V Show”, we had the chance to talk also with Albert Hofer and Marco Greco, minds of Le Cannibale that is more than a clubbing event label in Milan that supported the Milan Music Week in its last two late shows at Teatro della Triennale.

Hi Albert and Marco, Le Cannibale has always offered a quality program of events for Milan. After the two-year (almost) stop due to the pandemic, what emotions did you try to find the public in attendance and what was the response?

M: There were two great moments. We returned in June with a couple of events and with the reopening of the dance interaction in October. The emotion of June 2020 and June 2021 were both strong, perhaps more so than that of 2020 because it was a real novelty while in June 2021 we were prepared because we knew what reality we had in front of us (distance, masks, gels and all the ‘process in general).

It was difficult even at the beginning because many feared that the turnout could be reduced or canceled or that online events could prevail: they were however two periods of great projects that gave us great satisfaction and we felt a lot of public appreciation. This is because we have raised the level of the proposal in the type and in the innovative use: proposing events inside the Planetarium, mixed concerts with contemporary art in the pool or events at the Castello Sforzesco.

The ‘new novelty’ of distancing in the dancing dimension has changed the cards on the table: now there is a strong desire to leave again also on the part of the public, their desire to escape. All this always with the difficulty of times of crisis as we are still experiencing the effects: a disintegrated working and partnership fabric. Agreements are skipped, tensions and fears are created because people, of course, try to save themselves.

A: I share the thought that we are feeling the weight of the situation more this year than the previous one and I notice one thing: if initially this chaos made us vulnerable, we are still learning to respond in a new way and to sociability and events. From the management of the ticket office, to the capacities. We have general guidelines that we can adhere to and to which we must adapt ‘on the go’ (ed). The critical thing is that at the beginning we did not have these directives. For example, during our first event we received a strong response from the public, almost like a liberation. Today, however, people still show the desire to dance and experience new things.

 

Today is the final night of Milan Music Week, which saw you as protagonists. November 27, with “Kraftwerk Recomposed” and today with Francesco Tristano. Which are your takeaways and your feelings?

M: Milan Music Week is a unique event that is made up of several independent events. We immediately supported it, pushed it and we have been part of it since the first edition, during which we held an event at the Contemporary Art Pavilion which then became for us the most important event that then allowed us to propose the flagship event of the Milan Music Week here at the Triennale, the result of a collaboration that has continued for years and which sees us as protagonists in particular with the summer event at the Triennale garden.

We are also very proud to represent the Milan Music Week with events in the Triennale theater and in particular this year, instead of the more ‘dancing’ events, we have made the bet with these two more ‘experimental’ events, high quality content and uncompromising with two highly innovative projects: “Kraftwerk Recomposed” which was a real recomposition of the works of Kraftwerk by a trio of strings and a monocord. Today we propose Francesco Tristano, with whom we boast a lasting collaboration, with a show that is a real concert, very different from the classic club format.

A: We were aware of the strong desire to dance on the part of the public. But we made a choice focused on quality, going beyond the fact of indulging the public’s desire to have a dance evening. However, it seemed absolutely sensible and context-oriented.
We were very happy with the Kraftwerk evening and are delighted today to host this kind of evening. In my opinion, Francesco Tristano’s show will be particularly relevant and I am curious to know the feedback from the participating public.
However, we are happy to close the Milan Music Week with this double event, in order to give a signal to the public that we are here.

 

Could you please share with us more details on your 2022 projects?

M: We will continue our roman collaboration where we made a surprising sold-out at Palazzo Brancaccio and we plan to return with three episodes of Le Cannibale in 2022. In Milan instead we will return with the itinerant projects and the dancing dimension with our historical collaborations and some really interesting news. We will therefore alternate the events that will propose contents of club culture, more experimental and connected to other artistic forms.

A: Regarding club culture, Marco and I have a couple of ideas on which we are aligned. And we would like to take away the satisfaction of proposing a series of artists and events that are right for us and we would like to proceed along this direction.