+ fifty eight = sixty eight

Franco Battiato ci ha lasciato ieri all’età di 76 anni, un genio contradditorio e illuminato tra elettronica, progressive rock e pop.

Franco Battiato se n’è andato. Non si trovano mai le parole giuste per poter descrivere la grandezza di un’artista libero e geniale come lui. Un ossimoro vivente, dove popolare e nichilismo, sacro e profano, spirituale e terreno, tradizione e modernità hanno trovato un preciso compimento.

L’universo contradditorio e ricco di Franco Battiato è inenarrabile, non inquadrabile. Un percorso di vita di un artista innamorato prima che della musica, della vita nelle sue molteplici sfaccettature. Un uomo che riderebbe con non velato sarcasmo a chi lo definisce maestro di cultura e di vita.

Battiato non è mai stato troppo amante delle celebrazioni insulse. Soprattutto non ha mai nascosto la sua antipatia per chi cercava continuamente di incasellarlo dentro un’etichetta stridente e limitante della sua personalità artistica. Era affamato, curioso, precursore ma mai statico, resistente all’evoluzione.

Davanti alla scomparsa di un artista di questo calibro, le parole per descriverlo non sarebbero mai abbastanza. Non solo non sarebbero sufficienti, ma non potrebbero minimamente sfiorare ognuno di noi. Ogni persona che ha vissuto Battiato dal proprio personale punto di vista. Nelle sue infinite vesti.

Però un piccolo bilancio ci sentiamo di farlo. Specialmente per ogni buon amante dell’elettronica per cui album come “Fetus” o “Clic” dovrebbero essere la Bibbia. E si, devo ammettere che tante, oserei dire troppe persone ignorano il contributo gigantesco che Battiato ha dato alla musica elettronica nello specifico.

Chi non lo ignora, non lo ha stimato abbastanza . C’è sempre stata questa netta opposizione tra radical chic acculturati che guardano con distacco il pop dal “L’era del Cinghiale Bianco” in poi e osannano solo la produzione dei primi ’70 e coloro per cui Battiato è solo il braccio fuori dal finestrino al ritornello di Cuccurucucu Paloma.

In tutto questo, la scena elettronica ha in ogni caso sottovalutato esageratamente uno dei suoi esponenti principali in Italia.

Insomma pochi sanno che i primi album di Battiato son stati concepiti con lo stesso sintetizzatore con cui sono stati prodotti album storici quali  “Wish you Were Here”“The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd.

Il VCS3, uno dei primi sintetizzatori analogici a voce semi modulare. Quello che qualche anno dopo, precisamente nel 1974, venne utilizzato anche da Lucio Battisti nella realizzazione di “Anima Latina”, ma che Battiato utilizzo ancor prima dei Pink Floyd, nel lontano 1972.

Gli album dei Pink Floyd vennero acclamati con successo, Battiato non venne inizialmente apprezzato. Anzi venne definito dalla critica inclassificabile, che come ben sappiamo dalle rimembranze scolastiche, è ancora peggio di un’insufficienza.

Al festival organizzato da Re Nudo, movimento hippy italiano, che organizzò una sorta di Woodstock italiana nei boschi di Alpe del Vicerè, Battiato non venne accolto con entusiasmo. La sua musica era destabilizzante, la voce mite accompagnata da quella fragile tastiera non convinse un pubblico cresciuto coi miti del rock americano.

 “A me piacerebbe non essere in nessun tempo. L’ideale sarebbe appartenere a tutte le epoche, ma mi rendo conto che si tratta di un’ambizione smodata”.

Battiato era decisamente troppo proiettato al futuro e contemporaneamente dentro il passato.. Lo dimostra la stessa copertina di “Fetus” e la scrittura di quel disco. Una cover scandalo che raffigurava un feto, un album interamente concentrato sul tema della riproduzione nel 1970.

Prima delle sperimentazioni elettroniche, Battiato nasceva dalla tradizione della canzoni di protesta di Gaber (che gli consigliò di cambiare l’originale nome Francesco in Franco per non confondersi con Guccini). Quel mondo intriso di Sturm und Drang Battiato lo ha portato con se fino all’ultimo respiro, ma non ne è mai stato prigioniero.

La poesia del cantautorato italiano non smette di coesistere nella scrittura di Battiato ma i due dischi portano una novità importante anche sul tema del linguaggio. Un tema da non sottovalutare proprio per gli amanti dell’elettronica, dove il sample vocale è un elemento rado ma denso di significato.

Ad una melodia continua e ripetuta inevitabilmente si collegano immagini, concetti, astrazioni. Un elemento fondamentale per una produzione elettronica vibrante, empatica. Tanto quanto lo era nelle prime opere di Battiato. Sintesi di senso ma ancora prima portatore di contenuto, e non di messaggio.

 

“Energia” quinta traccia dell’album “Fetus” è esemplificativa di questo uso del pluristilismo, che in questo momento è ancora scarno. O almeno lo è rispetto alla successiva evoluzione testuale di Battiato, dove i registri linguistici si mescolano in maniera decisamente più complessa.

Se un figlio si accorgesse che per caso
E’ nato fra migliaia di occasioni
Capirebbe tutti i sogni che la vita dà
Con gioia ne vivrebbe tutte quante le illusioni

In queste brevi righe Battiato lancia una provocazione sottile su un tema difficile da affrontare in quel determinato periodo storico. Un concetto che trova senso in poche parole. Eppure oggi raccontare il senso di una traccia, le ispirazioni o le immagini che vuole ricordare non è facile. Ma è essenziale. In particolar modo nell’elettronica.

“Pollution” è un altro disco monotematico, che denuncia il problema dell’inquinamento. Le sonorità in questo caso son diventate più rock, ma il concepimento parte da questo senso di interpretazione della realtà decisamente futuristico rispetto all’ordinario dell’epoca.

Avanguardia per palati fini? Assolutamente no.

Fabrizio Basciano ha scritto un saggio intitolato “Battiato ’70”, dove ha analizzato in termini tecnici e dettagliati il periodo sperimentale di Battiato. E dove soprattutto descrive molto bene il dibattito tra Adorno e Middleton sui caratteri della popular music e il primo utilizzo dei sintetizzatori.

La ricerca sofisticata e futuristica non è mai nata in contrapposizione con la cultura popolare, ma ci convive benissimo. Battiato ha solo mescolato le due cose. “Pollution” ne è un esempio e Battiato da un’altra lezione da tenere a mente: un contenuto ha senso solo quando è reso fruibile e leggibile.

La differenza netta tra un’artista sperimentale e un’artista sperimentale che diventa pop sta nella comunicabilità Battiato ha senza dubbio tracciato una via della comunicabilità musicale. Un momento in cui diventa pop è quello in cui la sua musica si apre a tutto ciò che è la cultura popolare, e la abbraccia senza distinzioni.

Il linguaggio dell’elettronica di oggi, delle nuove sperimentazioni tra pop e techno, son indissolubilmente legate a questo concetto. Son figli di questa teoria musicale numerosi progetti discografici odierni, come ad esempio Il Quadro di Troisi.

Eva Geist e Donato Dozzy son assolutamente figli neonati del sodalizio artistico Alice e Battiato, dove la lirica e l’elettronica si fondono in maniera perfetta. Pensare che uno dei migliori album pop italiani dell’ultimo decennio senza Battiato non sarebbe forse mai esistito è abbastanza incredibile.

L’andare contro corrente, l’andare dritto verso la propria strada sicuramente in salita. Sicuramente molto distante dalla tradizione del restante cantautorato italiano.

Battiato non si omologò, e dopo il concerto del 1973 videro la genesi altri due dischi decisamente progressive pop e concepiti sempre con l’uso fedele del suo sintetizzatore. La critica non riesce a classificarlo, e forse per qualcun altro questo sarebbe stato motivo di orgoglio. La verità è che a Battiato non frega manco troppo di quello che pensano gli esperti del settore

Abbracciare questa corrente nuova non è abbastanza. Nel 1973 esce “Sulle Corde di Aries” che è un ulteriore step non solo nell’evoluzione sonora della musica di Battiato, ma nella sua contaminazione. La profonda ammirazione e conseguente approfondimento della cultura musicale orientale trasportano il disco in nuove suggestioni, contaminate da nuovi ritmi e suggestioni popolari.

Anche in questo caso, l’unione tra popolare e nuove avanguardie diventa la cifra stilistica su cui sviluppare il lavoro discografico. La musica araba, identità culturale comunque collegata a lui viste le origini catanesi, si fonde con le reminiscenze progressive.

Contaminazione. Altra parola chiave della musica di Battiato dove la musica etnica si unisce a sonorità elettroniche. Questo avviene grazie alla vocazione da musicista di Battiato. Franco prima che essere un cantautore è un musicista, l’approccio con la musica è fisico, intenso, intimo.

Ma è “Clic” del 1974 l’album che ogni producer dovrebbe ascoltare almeno una volta alla settimana.

Clic viene dedicato al suo maestro, il compositore tedesco Stockhausen. Figura essenziale per la struttura di quella che sarebbe diventata la musica contemporanea a livello teorico. Franco, lo ripetiamo è un musicista, che adotta quelle regole ma le supera.

Proprio questo superamento delle regole, nella loro completa conoscenza dovrebbe essere i modus operandi dei musicisti. Ma la paura o l’ignoranza relegano spesso l’elettronica, talvolta, ad un campo in cui predominano le certezze e la teoria, e si lascia poco spazio all’istinto.

Clic è l’album che segna il passaggio tra sperimentazione e pop progressive, tra sintetizzatore e strumenti acustici. Il perfetto ponte tra quei due mondi apparentemente così lontani, ma in realtà così vicini. Una vicinanza che ancora oggi turba, senz’altro non è digeribile per tutti.

Con quell’album nel ’75 Battiato conquista la Roundhouse di Londra per l’European Rock Festival a cui partecipavano nomi come i Magma, i Tangerine Dream, gli Ash Ra Tempel. Il meglio della musica sperimentale degli anni ’70.

Quante volte sentiamo una nuova traccia di un’artista che reputiamo sperimentale e rimaniamo quasi delusi dal trovarla orecchiabile. Per poi in realtà forse ascoltarla più di quelle che pensiamo meritino di più canonicamente. Potremo amare alla follia il Battiato elettronico pur cantando Bandiera Bianca sotto la doccia insomma.

Clic anticipa M.elle le ‘Gladiator’BattiatoJuke box L’Egitto prima delle sabbie, quelli che oggi son definite le avanguardie colte.Dischi difficili, per molti rimasti incompresi, prima dell’arrivo nel 1979 dell’Era del Cinghiale Bianco.

Un disco si pop ma che non smette di stupire. L’album non si piega ancora una volta alla logica popolare ma ricerca nuovi suoni e rende quella concezione creativa con l’utilizzo degli archi che proiettano la nuova musica di Franco Battiato verso l’infinito.

Il linguaggio di Franco Battiato diventa quello che oggi conosciamo.

Un mix di cosmopolitismo spazio temporale che si declina nei differenti testi in maniera descrittiva, narrativa o talvolta addirittura evocativa. Un linguaggio che inizialmente non viene capito, per molti un esercizio di stile fine a se stesso.

Anche qui Battiato ci da una lezione. Rendere delle immagini apparentemente contrapposte unite da una visione d’insieme nella musica. Una lezione che la musica elettronica odierna dimentica troppo spesso. La capacità di accostare elementi apparentemente opposti e unirli nell’atto compositivo, nel processo di scrittura.

Battiato ha dato alla musica sperimentale la capacità di raccontare. Di non relegare il ruolo di cantastorie a melodie minimai e semplici o a riff di chitarra accennati. Ma di riuscire a coniugare sapientemente racconto e ricerca musicale senza creare un surplus, senza togliere valore al senso delle sue parole.

Ne sono dimostrazione i dischi successivi, quelli che lo hanno reso famoso e popolare, dalla “Voce del Padrone” a “Patriots”. Nella celeberrima hit “Up Patriots Arms” Battiato ripete una frase che personalmente mi ha sempre fatto pensare :“La musica contemporanea mi butta giù”.

Quella musica è espressione, è testimonianza delle collaborazioni importanti come quella con Giusto Pio o col filosofo Manlio Sgalambro, con cui condividerà la scrittura dei suoi brani. Ma nella musica contemporanea c’è anche lui, che ancor prima di raggiungere nei primi anni ’80 i vertici delle classifiche dichiara che quella stessa musica non lo entusiasmi.

O sarebbe meglio identificare quest’asserzione come l’ennesima prova della sua contraddizione identitaria. Di quel continuo conflitto tra mainstream e underground, che ogni tanto ha la necessità di fondersi, incontrarsi, scegliersi e togliersi di dosso tutte le definizioni.

“Non mi interessa essere rassicurante per il pubblico. Se fai questo tradisci il tuo ruolo di artista”

Con queste parole Battiato presenta nel 2014 il ritorno all’elettronica. Ebbene si, dopo il successo pop che lo aveva investito il maestro decide di ritornare all’elettronica. Dopo tanti dischi, tante hit, tanto successo e la proclamazione di un modo di fare musica “battiatesca”.

Battiato decide di tornare a quelli che Luigi Nono aveva definito “ Strumenti che illudono per “viaggi interplanetari” musicali” nel disco del 2014 Joe Patti’s Experimental Group. Joe Patti è il nome dello zio di Franco Battiato, emigrato in America in giovane età.

Il nome rimanda proprio ad un sogno. Un viaggio oltreoceano. L’album, che esce su Universal, riprende tantissime composizioni iniziate da Battiato nei primi anni ’70 e riprese successivamente. A testimonianza di quel nulla si distrugge tanto decantato.

La collaborazione con Pinaxa diventa stimolante per Franco che riprende alcuni brani, come il brano Come Un Branco che riprende l’intro della vecchia traccia l’Ignoto e il testo di Inneres Auge. Tra la ripresa del kraut rock e suggestioni colte e raffinate come suo solito.

Un’operazione forse fuori dal tempo, o forse finalmente in linea col presente. Nella nuova musica c’è una liberazione parziale da quell’alone mistico, esoterico ma c’è sempre e comunque la fedeltà a se stessi. Un’eredità da tenere viva, da ricordare, da riascoltare.

Riassumere tutti gli spunti che il Maestro ci ha lasciato per proseguire nella ricerca e nella sperimentazione non è certo un affare facile. Sarebbero innumerevoli. Senza dubbio ha iniziato a tracciare una strada da tanti percorsa. Quella in cui l’identità può essere plurale e avere tante anime.

Battiato non era ne di destra ne di sinistra. Aveva una spiritualità super terrena. Era un unicum. La musica che ci ha lasciato è solo un’immensa eredità da conservare, proteggere, celebrare. Per gli anni a venire e per moti di più. La sua rivalutazione da parte della scena underground è avvenuta principalmente negli ultimi dieci anni.

E non ce lo possiamo permettere. Tra vent’anni un disco di Battiato sarà ancora nel futuro. Perchè la bella musica non ha epoca, non ha un limite temporale. Abbatte la barriera del cambio generazionale e vola più in alto dei cambiamenti della società. Grazie Franco. Ti dobbiamo davvero tanto.