eight + two =

La ricerca per conto dell’Unione Europea porta a risultati incredibilmente preoccupanti: rispetto all’anno precedente l’industria musicale Europea segna una perdita di introiti stimata al 76 percento.

L’inizio di ogni nuovo anno porta con sé tante nuove speranze, buoni propositi e i risultati economici dell’anno precedente. In particolare il 2021 è agli occhi degli analisti un anno di grande interesse per stimare l’andamento dei mercati e la tenuta delle aziende nell’annus horribilis del COVID.

L’Unione Europea ha commissionato uno studio al fine di tracciare l’andamento dell’industria musicale Europea nel 2020. Lo studio condotto dalla GESAC, European Grouping Of Societies Of Authors and Composers delinea uno scenario con numeri impietosi: l’intero comparto culturale Europeo segna una perdita di introiti del 31.2 percento rispetto al 2019. Solo l’industria aerospaziale ha fatto peggio (e di poco), registrando perdite sistemiche per il 31.4 percento.

Numeri che fanno riflettere e che coinvolgono tutti i settori culturali: musica, radio, arti visive, cinema e TV. In particolare, in un’intervista al The Guardian, il coordinatore della ricerca Marc Lhermitte afferma che il grosso problema viene dalla sospensione degli eventi dal vivo: “La cultura è stata una dei primi settori ad interrompere le programmazioni dal vivo e probabilmente sarà l’ultima a riprendere”.

Il ricercatore prosegue nella sua spiegazione illustrando con i numeri i risultati di ogni settore: si parla del 90% per le attività teatrali e il 76% per l’industria musicale. Minore impatto per le arti visive, l’editoria, la stampa e i film (tra il 20% e il 40%). Solo i videogames hanno visto un leggero incremento, del 9%.

Per il settore musicale emerge come, nonostante l’incremento nel consumo digitale della musica (circa l’8%) questo non bilanci le perdite legate alle vendite dei biglietti di concerti e dischi. Quindi, anche se nel 2021 il mercato vedrà una ripresa, questa sarà tirata verso il basso da un effetto di coda delle perdite del 2020.

Un vero e proprio grido di allarme da parte di una ricerca presentata in Commissione Europea da una figura di spicco della musica elettronica, Jean Michel Jarre, e che deve spingere i nostri rappresentati a pensare anche all’industria culturale che copre una grossa fetta delle economie nazionali, Europee e Mondiali.