seventy five + = seventy eight

La risposta di alcune delle più importanti realtà italiane alla crisi di settore post Covid raccontata attraverso una serie di interviste ai principali rappresentanti della scena clubbing in Italia.

L’avvento della pandemia Covid-19 ha causato in tutto il mondo la chiusura di spazi comunitari e di tutti quei servizi che sono alla base delle nostre economie. Per due mesi e mezzo in quasi tutta Europa negozi, bar, ristoranti e tanti altri luoghi di commercio sono stati chiusi.

Soltanto da ieri, lunedì 18 maggio, attraverso la riapertura dei servizi principali e la sospensione del modulo di autocertificazione per gli spostamenti all’interno della propria Regione, è possibile un graduale ritorno alla vita pre Corona Virus.

Le condizioni di riapertura sono molto severe. Non lasciano spazio all’assembramento di più persone in spazi chiusi, per eliminare il fattore di rischio principale di diffusione del virus. Ogni attività è regolata attraverso rigide regole sul distanziamento sociale e l’utilizzo imprescindibile della mascherina.

In questa logica che pone un potenziale ritorno alla normalità, le misure restrittive sono ancora fondamentali per evitare un ritorno di massa del Covid. Ragion per cui i club, luoghi di assembramento per antonomasia, non hanno una data realmente ufficiale di potenziale riapertura.

Con l’uscita del decreto, ad esempio la Sicilia ha consentito di rimettere in funzione numerosi spazi,tra cui molti tipi di locali come le Discoteche. Potete meglio approfondire ed avere maggiori informazioni nel nostro articolo.

Nonostante ciò, sono ancora parzialmente ignote le modalità con cui i club riapriranno.Soprattutto, se dovremo realmente aspettare un completo ritorno alla normalità per poter assistere alle performance dei nostri dj preferiti. Infatti molti eventi legati alla musica elettronica sono più vicini al mondo della concertistica che a quello delle sale da ballo.

In questo tempo di chiusura dei club per il Covid, questo stop forzato ha portato molti proprietari  e promoter a rivedere la propria strategia.

Vi è un ripensamento dell’approccio che il mondo della musica elettronica ha sulla società e sul mondo economico.

Infatti il settore della musica elettronica è spesso trattato come minoritario, e viene trascurato il fatto che sia, ad oggi, un’importante risorsa economica per il nostro paese. Inoltre rappresenta la manifestazione di una forma culturale che attira negli anni sempre più seguaci.

Ed è proprio per tali ragioni, che Parkett ha voluto affrontare la questione con quelle che al momento rappresentano le più importanti realtà del clubbing italiano. Attraverso una serie di interviste con coloro che gestiscono e promuovono la cultura nei club d’Italia e nei principali eventi

L’intento è quello di capire quali sono i punti deboli del sistema. Ma non solo. Come abbiamo detto questo fermo può diventare un’occasione per analizzare ed interpretare certe dinamiche. Per segnare le cose che non vanno bene e cercare di cambiare la strategia. Di ripuntare su una nuova idea di cultura elettronica.

Le realtà coinvolte appartengono a differenti città, per avere un quadro maggiormente completo e obiettivo di come realmente le cose stiano in Italia. E specialmente di quali sono le problematiche maggiori che questa crisi ha messo in luce.

Abbiamo posto alcune domande a Stefano Astore, co-fondatore di Club Nation e direttore artistico dei Magazzini Generali a Milano, Michele Preda, fondatore di Veniceberg a Verona, Filippo Mingoni, amministratore delegato dell’Audiodrome Club in provincia di Torino, Andrea Gargiulo del Link di Bologna, Diana Donzelli fondatrice dei progetti Orbeat e Nice to Be a Napoli, Michele Girone manager di Polifonic Festival a Milano e Denis Longhi, CEO e fondatore di Jazz: ReFound nel Monferrato.

Attraverso le loro parole durante questo momento di profonda crisi per il settore, abbiamo cercato di evidenziare quali siano le problematiche più comuni in questo mondo e quali siano i punti su cui poter lavorare per migliorare il mondo del clubbin’ in Italia.

L’attuale situazione di lockdown ha fatto emergere quanto ancora la politica e le istituzioni in Italia siano lontane dalla cultura del clubbing e come in tutti questi anni, nonostante un trend di fatturato in costante crescita, la scena dei club non sia riuscita ad acquistare l’autorevolezza che meriterebbe per rivendicare,in un momento come questo, la giusta attenzione. In questo momento manca del tutto l’attenzione dei media verso la cultura della notte, verso chi la anima e la rende un posto speciale e tutt’oggi ci si ritrova senza indicazioni precisi sul da farsi.

I club, infatti, saranno tra gli ultimi a riaprire, e nei talk televisivi gli esperti e i politici ancora utilizzano una parola da tempo superata come “discoteca” solo per rappresentare, come un paradosso, l’ultima delle priorità.
La colpa è della politica, delle istituzioni, della stampa generalista oppure in questo scenario una parte della responsabilità ce l’hanno anche gli operatori della notte?

Michele Girone: “Innanzitutto vi ringrazio per il coinvolgimento e a tal proposito colgo l’occasione per fare una premessa. L’attività d’intrattenimento legata al mondo degli eventi, riferendomi più nello specifico a: concerti, festival , club ed eventi corporate , generano circa il 40% dell’occupazione nelle strutture alberghiere e ricettive in Italia, producendo a loro volta lavoro per ristoratori , compagnie aeree , tassisti , shops, musei , etc . Con questo vorrei ricordare l’impatto che può avere l’intrattenimento al giorno d’oggi nel settore del turismo. Francamente non mi aspetto che questo settore abbia gloria in TV e sono rassegnato all’idea che il nostro lavoro sia stato oggetto di forti pregiudizi per via di molteplici fattori. Mancata tutela , errati capri espiatori e soprattutto mancata comunicazione tra enti istituzionali e imprese. Facile attribuire la colpa di un incidente a “ragazzini in cerca di sballo in discoteca”, la responsabilità è degli editori e delle istituzioni. Potrebbero essere d’aiuto, se, convenendo sull’importanza dell’indotto economico proveniente dal mondo della cultura musical, lo supportassero piuttosto che renderlo impraticabile. Sono certo che se fossimo tutelati da rappresentati istituzionali consapevoli e oggettivi, saremmo tra i primi ad essere supportati . Spesso è più facile minimizzare o ignorare piuttosto che dar credito ad attività che lavorano professionalmente , creando opportunità lavorative tra i giovani e che vedono la  night life come un tabù. Ormai sono sempre di più sempre più le attività di spessore connesse a questo mondo. Mi riferisco ad aziende leader italiane e internazionali che oggi scelgono di ritagliarsi un piccolo corner nei contesti nightlife, affiancandosi al lavoro di creativi e operatori della notte per sviluppare progetti, attività marketing e idee originali per la promozione di prodotti. Che si tratti di un club o festival è innegabile quanto questi riti possano cambiare positivamente la nostra esistenza, esperienze e momenti di aggregazione indimenticabili, spesso legati a luoghi unici e contesti che parlano da se. Dal mio punto vista non parlarne è da ignoranti.Basterebbe prendere esempio dall’estero e guardare i titoli di giornali di politica estera per capire che siamo rimasti indietro. Siamo qui a chiedere grazia proprio agli stessi Paesi / potenze economiche che in primis come la Germania tutelano, investendo nel nostro settore e questo ci dovrebbe far riflettere.. Il nostro è un bellissimo Paese un po’ meno per i politici che ci hanno rappresentato finora”.

Filippo Mingoni: “Non attribuirei una colpa specifica ad una classe in particolare. Gli imprenditori del mondo della notte sono numericamente inferiori rispetto ad altri settori, come la ristorazione o ad esempio i bar. Il settore clubbin’ è molto più assimilabile come logica a quello concertistico, in quanto ciò che noi offriamo è un’esperienza musicale ed una vera e propria performance audiovisiva. Partendo dall’idea che costituiamo ancora una rarità nel mondo imprenditoriale,nonostante siamo un’industria che produce un elevato fatturato e dona molti posti di lavoro, oltre che offrire un importante servizio che è quello dell’intrattenimento, non troviamo una giusta rappresentazione tra le autorità. Risulta difficoltoso spesso vedere rispettati e portati avanti i diritti personali davanti ad organi istituzionali. Manca la cultura del clubbin’ rispetto ad altri paesi, e forse se dovessimo dare una colpa “storica” la potremo attribuire a chi non ha saputo affermare e far riconoscere la musica elettronica come una forma culturale allo stesso modo di arte o cinema in Italia.”

Diana Donzelli: La condizione che i club siano gli ultimi ad aprire non mi sorprende, stiamo attraversando una pandemia e ci sono stati migliaia di morti. Solo il lockdown ha arrestato, o almeno rallentato, l’ecatombe che ha devastato il Pianeta dall’inizio dell’anno ad oggi.La questione grave,antecedente alla pandemia, è che in Italia quella dell’intrattenimento non sia considerata a tutti gli effetti un’industria.Il nostro è un settore composto da migliaia di operatori di varie categorie e da migliaia di lda migliaia di club, discobar, piccole e grandi venue di ogni genere. Il clubbing è solo uno degli aspetti di questa ricca industria che crea lavoro e muove ingenti somme di denaro. Io sottolineerei anche l’importanza sociale che hanno i luoghi di aggregazione. Sia per l’aspetto psicologico legato alla necessità dello svago e all’inclusione, sia talvolta per l’aspetto culturale.In questo quadro i nostri politici, figli di una cultura bigotta e retrograda, tardano a riconoscere l’importanza di questo settore.”

I club saranno tra gli ultimi luoghi pubblici a riaprire dopo il lockdown. Questo periodo di tempo può essere l’occasione per cambiare strategia e tornare a puntare sull’identità dei club puntando su artisti nuovi e vecchi che fino a questo momento hanno sofferto il monopolio delle grandi agenzie? In che modo le scelte musicali possono essere influenzate da questa situazione?

Michele Preda: “Personalmente non credo cambierò più di tanto la mia linea. Ho sempre mantenuto un ottimo balance, tra artisti italiani e internazionali, basta guardare le serate degli anni precedenti e si può vedere che ho sempre rispolverato con piacere artisti italiani della vecchia scuola.Sicuramente con le restrizioni che ci saranno e l’impossibilità di muoversi da stato a stato i djs internazionali ce li dimenticheremo per un po’. Ragion per cui sicuramente ripartiremo con la scena italiana, sia giovani che old school djs ampliando così il nostro roster proposto negli anni.”

Andrea Gargiulo : “Sicuramente il lockdown ha causato un cambio di strategie e di identità per tantissimi spazi. Una chiusura forzata di questo tipo, anche se solo per 3-4 mesi, porterà conseguenze molto gravi che potranno durare anni. Cambieremo strategia per cercare di liberarci il più possibile dalla situazione di monopolio precedente. Per questo le nostre scelte musicali saranno rivolte al sostegno delle scene “local” nazionali e internazionali, in un’ottica laboratoriale e di rete.”

Denis Longhi : “Il processo della riscoperta del clubbing a Chilometro Zero è in atto da diverso tempo, ovvio in Italia arriviamo sempre un po’ in ritardo rispetto ai trend internazionali. Non sarà sicuramente un processo mainstream o visibile chiaramente fuori dalle nicchie frequentante dagli addetti ai lavori, ma una ripartenza dal basso in tal senso è in corso da ormai diversi anni e probabilmente crescerà anche dalle nostre parti.
In Germania e Inghilterra l’offerta dell’intrattenimento culturale nel mondo della notte è per almeno il 70% coperta da artisti autoctoni, in Australia, Sud America, Canada, Israele si stanno consolidando scene locali di grande portata. Ricordandoci che siamo stati tra i primi ad inaugurare il movimento della ‘nightlife’ negli ’90 esclusivamente con artisti locali, direi che non dovrebbe essere complicato provare a investire nuovamente in quella direzione.”

Sappiamo che il cachet richiesto dai dj guest è incrementato in maniera considerevole negl iultimi 10-15 anni in Italia. Vi aspettate, per lo meno in una fase iniziale e tempo- ranea, un ribasso del costo delle performance in segno di “solidarietà” e supporto? O pensate che un’eventuale scelta in questo senso possa andar contro la qualità della vostra proposta?

Stefano Astore: Sinceramente per mia natura, generalmente non mi aspetto nulla. Il mio rapporto con gli artisti è legato da un Business, contrariamente a quanto si pensi, molti artisti importanti hanno diverse storie alle spalle che li hanno fatti emergere al grande pubblico. Ogni artista e/o ogni management avrà una sua strategia per cercare in primis di salvaguardare il proprio lavoro e la propria immagine. Se questo poi si concretizzera’ con una diminuzione del fee o con un nuovo modo di intendere una performance artistica lo vedremo. “

Michele Preda: ” Come si sa l’italia è sempre stata un isola felice. Complice di questo aumento, oltre agli artisti e alle agenzie, è sicuramente il sistema capitalista e i promoter, che senza cattive intenzioni e prendendosi tutti i rischi desiderano proporre djs che magari altri non fanno per costi etc. innescando così la dinamica domanda- offerta.Io non credo ci sarà un ribasso del costo delle performance in segno di solidarietà e supporto. Il sistema odierno ormai è troppo radicato e appena tornerà la normalità ripartirà tutto come prima.”

Denis Longhi: “Non credo che gli artisti saranno disposti a ridimensionare i loro cachet dopo un lungo periodo di inattività, ma credo altresì che il mercato viene regolato spontaneamente da domanda e offerta, quindi inevitabilmente promoter e artisti dovranno adeguarsi alla condizione partorita da questo sconvolgimento epocale. Difficile fare previsioni, quello che penso e che suggerisco, che poi è un po’ il nostro modus operandi, è di cercare di approfittare di questo momento per approfondire con sensibilità il proprio campo di competenza musicale, cercando in futuro di anticipare le tendenze invece che inseguirle.”

Credete che una soluzione alla crisi che ci sarà possa essere quella di puntare sui giova- nitalenti, affiancandoli a figure esperte, ricreando così una scena locale e valorizzando il prodotto che offre il club?

Andrea Gargiulo: “Sicuramente puntare e lavorare sulla ricostruzione di una scena locale è fondamentale come sarà fondamentale la parte di produzione e autoproduzione che avverrà all’interno dei nuovi spazi culturali”.

Diana Donzelli: “A Napoli abbiamo puntato sempre sui giovani, ci sono vari big e decine di artisti che si sono fatti notare ai nostri party e poi sono diventati famosi, perché avevano le carte in regola per esserlo, ce ne sono ancora tanti, conto su di loro.L’aspetto di valorizzare il club è interessante. In questa città i promoter della nostra scena non hanno quasi mai avuto una location fissa. Ora ci stiamo “accasando” un po’ tutti e credo sia un buon cambiamento. Io sarò al Basic(negli anni ’90 e primi 2000 si chiamava Havana), ho realizzato ed ho vissuto eventi (non solo miei) indimenticabili in in quel posto, oggi lo gestiscono dei ragazzi che sanno il fatto loro e soprattutto sono grandi lavoratori. Ci rimboccheremo le maniche e ripartiremo appena ne avremo la possibilità.”

Michele Girone: Senza ombra di dubbio dare la possibilità a giovani talenti di formarsi e fare esperienze dovrebbe essere nell’obbiettivo di ogni promoter, inoltre credo fortemente che dar spazio e audience ai giovani sia la chiave per crescere .” 

La pandemia ci ha insegnato che molti luoghi non erano pronti ad affrontare eventi del genere. Ora, nell’ottica di una ripresa graduale delle attività dobbiamo ripensare a delle strategie che possano aiutare il mondo degli eventi e del clubbing a ripartire garantendo la sicurezza del pubblico. In questi termini, avete pensato a qualche azione in particolare? Cosa, secondo voi, si può fare nello specifico nel breve, medio e lungo termine?

Filippo Mingoni: “Per me il club è un’esperienza oltre che musicale e visiva, anche fisica dove il contatto con la gente è un aspetto essenziale nella cultura clubbin’ e risulta fondamentale per creare un ambiente di condivisione. Negare questo principio andrebbe contro la mia etica personale. Nonostante ciò,credo che questa esperienza ci possa essere d’aiuto per promuovere una maggiore sensibilizzazione sulle tematiche igienico sanitarie, e portare a promuovere un’attenzione maggiore sul rispetto di alcune buone pratiche igieniche in questi luoghi.”

Stefano Astore: “Stiamo pensando a delle proposte per rendere agibili i luoghi per fare gli eventi, ma la vera sfida è quella di permettere alle persone di sentirsi sicure nei luoghi di convivenza sociale, questo credo sia un aspetto importante su cui ragionare per ripartire.Abbiamo pensato che ogni Club o Location dovrà essere attrezzata con punti per la santificazione (ingresso, bagni ecc), le mascherine non potranno mancare in caso qualcuno ne arrivi sprovvisto. Ma la vera svolta pre- vaccino si avrebbe con una mappatura delle persone e con l’utilizzo di applicazioni di geolocalizzazione, in questo modo si potrebbero vedere i possibili casi a rischio e forse gestirli per tempo. Per evitare code chilometriche abbiamo pensato anche ad uno scaglionamento di ingressi ad orai differenti cosi da non creare lunghe code all’ingresso. Ci aspettiamo, anche qui, direttive e risposte dal Ministero dei beni Culturali e del Turismo e/o dalle associazioni di settore anche in merito al come i promoter e gli imprenditori reperiranno le risorse per mettere in sicurezza i luoghi adibiti allo spettacolo e all’arte.”

Andrea Gargiulo: “I club che ad ora funzionano sono quelli che hanno sempre puntato sui propri resident e sulla scena underground (dal basso) internazionale. In generale crediamo che la polifunzionalità delle attività e degli spazi sia la strategia vincente. Proveremo a tornare ad una forma di centro culturale indipendente e condiviso che per vocazione è la più adatta e legata alla storia ormai più che ventennale del LINK. Approfittiamo dell’intervista per lanciare un appello alle realtà interessate ad una co-progettazione condivisa di contattarci (info@link.bo.it).”

Secondo voi perche i vostri dipendenti come pr,barman e altre figure professionali non hanno al momento alcuna forma di tutela? Come pensate che si possa risolvere questo problema nel futuro?

Filippo Mingoni: “I nostri impiegati svolgono quasi tutti le attività come secondo lavoro, essendo un impegno esclusivamente per il weekend. Nell’immediato non abbiamo degli strumenti che ci consentano una tutela specifica per questi lavoratori part time, ma auspichiamo ad una futura nascita di meccanismi che ne possano garantire una maggiore difesa dei diritti. I nostri dipendenti sono comunque assicurati e hanno dei contratti che garantiscono un certo margine di elasticità. Personalmente riterrei giusta l’introduzione di sistemi di credito agli imprenditori di questo settore, che possano gestire per i propri dipendenti a seconda del loro impiego e del loro ruolo all’interno dell’evento.”

Michele Preda: “Fortunatamente tutti i ragazzi che venivano da noi hanno già impieghi fissi e non è stato un problema, anche perché noi aprendo una sola volta a settimana, troviamo impensabile per una persona vivere solo di quello. Sicuramente il fatto che queste figure non siano tutelate è vergognoso ma questa è l’Italia purtroppo. Secondo me dovrebbero reintrodurre i voucher che rendevano tutto più semplice e davano la possibilità al titolare di gestire in maniera più veloce e funzionale chi lavora un tot di ore l’anno. Questo evita la prassi dei contratti a chiamata che risultano dispendiosi e laboriosi.

Stefano Astore:” La tutela dei diritti in Italia arriva con il riconoscimento delle categorie lavorative. Il nostro ambiente è caratterizzato da tantissime figure professionali che potrebbero essere inserite in Associazioni di settore legate allospettacolo. Credo che se da questo doloroso periodo, nascesse la volontà in stutture associative di settore come il Silb (Associazione Italiana Imprese di Intrattenimento) che ad oggi rappresenta i Locali da ballo di aprirsi a tutta la filiera del crlubbing forse potremmo, uso un termine di produzione di musica, fare “Layering” ovvero sovrapporre tutte le nostre voci diventando per chi ci governa un settore economicamente e socialmente rilevante, ma sopratutto ogni ruolo della filiera forse potrebbe essere maggiormente tutelato. “

Sono molte le professionalità coinvolte nel mondo della notte e dei grandi eventi che al momento si ritrovano come voi senza poter svolgere la propria professione. Che tipo di aiuti e tutele vi aspettate da parte delle Regioni e dello Stato in questo momento?

Denis Longhi: “Da parte nostra (Jazz:Re:Found / Associazione Casanoego) ci sentiamo tutelati in quanto abbiamo rapporti di partenariato con le amministrazioni competenti in materia di cultura (Mibac, Assessorato Regionale) da ormai diversi anni. Penso che tutti gli operatori non-profit coinvolti in questo tipo di partnership e progettualità condivisa istituzionale avranno in qualche modo un sostegno da parte degli enti.
Il vero problema si pone nei confronti degli imprenditori con un regime commerciale, che purtroppo oltre a essere al momento invisibili nelle linee programmatiche di sostegno governativo, vengo spesso denigrati dalle altre categorie. E’ davvero complicato trovare il compromesso ideale quando la coperta è così corta. Soprattutto come al solito, ci troviamo a cercare di ottimizzare un sistema nella sua piena emergenza invece che in una condizione ordinaria. Gli ammortizzatori sociali e il welfare dedicato alla music industry andavano immaginati da quando è nato il Cantagiro, non oggi in piena epidemia mondiale.”

Michele Girone : “Potrebbero risultare soluzioni ripetitive e banali ma basterebbe avere delle agevolazioni sugli affitti ed una riduzione dei costi fissi. Piu flessibilità da parte delle banche e liquidità per le imprese . “

Tra le soluzioni proposte da alcuni colleghi del mondo della notte, vi è quella di lavorare sulla qualità evitando l’assembramento in grandi locali o nelle grandi aree e ritornando a lavorare in luoghi più piccoli con meno persone rispetto alla capienza pensata. Pensate sia un’idea plausibile o credete che soltanto un completo ritorno alla normalità possa garantire al vostro settore di svolgere il proprio lavoro in totale sicurezza?

Stefano Astore: “La riduzione di capienza in luoghi indoor io credo non rappresenti una soluzione. Nel clubbing è previsto il ballo, in che modo si garantirebbe il distanziamento sociale? Come puo’ essere economicamente sostenibile per un locale una riduzione di capienza? Diverso è il discorso per altre forme di spettacolo come i concerti che potranno avere un distanziamento aiutato anche dalla fruizione di quel determinato prodotto artistico.Il futuro è incerto, ma la voglia di trovare soluzioni è crescente!”

Diana Donzelli: “Credo invece che nei luoghi al chiuso sia veramente triste ed economicamente insostenibile ridurre ulteriormente la capienza. Soprattutto perché è regolata dauna legge che secondo molti di noi andava già rivista essendo del tutto obsoleta.Penso che si troveranno tante soluzioni alternative, ma sono convinta che per tornare alla nostra normalità si debba definitivamente superare il pericolo della pandemia con un vaccino o una cura.”

Michele Preda: “Lavorare sulla qualità si può farlo sempre, piccolo o grande che sia il locale, sta solo al gestore deciderlo. Allo stesso modo il locale grande o piccolo che sia ha sempre lo stesso coefficiente di affollamento che è 1,2 persona per mq, già di per se sovradimensionato e datato. Quindi pensare di aprire con capienze ancora più limitate non è sostenibile sia a livello di costi ma anche a livello estetico perché gli utenti che entrano in un locale e lo trovano “mezzo vuoto” purtroppo non sono di certo invogliati a tornarci. Quindi credo che solo il ritorno alla normalità ci potrà garantire di tornare a fare il nostro lavoro nel migliore dei modi. Anzi penso che questo periodo possa essere interessante per migliorare il proprio spazio, colmando lacune pregresse ed essere pronti al 100% alla riapertura.”

Andrea Gargiulo: “La nostra posizione è che il clubbing non può esistere ed avvenire se non al 100%.
Prima che finalmente questo possa tornare ad accadere proseguiremo ed implementeremo le iniziative culturali, formative e laboratoriali che avvengono nei nostri spazi. Come ultima cosa vi invitiamo a leggere e sottoscrivere l’appello di #MusicBroughtMeHere al quale abbiamo aderito e che potete trovare su questa pagina: https://www.granataproject.it/manifesto/”.

Filippo Mingoni: “A mio parere la riapertura è possibile solo alla condizione di un completo ritorno alla normalità, in quanto riconvertire gli spazi non deve andare a discapito della cultura del clubbin’ che è nata come accessibile a tutti. Sono contro le speculazioni su tavoli e tutte quelle forme di guadagno più da discoteca che da club, che non appartengono in nessun tipo al nostro spirito.”