six + three =

All’alba dell’uscita del nuovo album “Life In Pieces” sull’etichetta londinese “FUSE Records” di Enzo Siragusa, abbiamo raggiunto Paolo Rocco per sapere qualcosa di più sulla sua carriera, su di lui e sul nuovo album in uscita. 

Esistono Djs, produttori, artisti, e poi c’è Paolo Rocco, che è tutto questo insieme ma in un eclettico e sfaccettato modo. Il poliedrico italocanadese ha calcato i palchi di Montreal con la sua idea di costruire una realtà di divertimento e di cultura musicale locale; da lì si è mosso in tutto il mondo, portando in giro la sua idea di party e musica. Fondatore dell’etichetta RAWMoments, insieme agli amici di sempre Pijynman e Lessi S., è in costante movimento per creare suoni, concepts, opere di cui godere in ogni momento. In occasione dell’uscita del nuovo album “Life In Pieces”, siamo riusciti a chiedergli qualcosa in più sulla sua carriera, sul suo modo di vedere la musica  e, ovviamente, sul nuovo lavoro in uscita.

Parkett è lieta di presentarvi, direttamente da Montreal: Mr. Paolo Rocco.

 

ITALIAN – ENGLISH

  • Come hai iniziato a fare il DJ e quand’è che hai deciso che la musica sarebbe stato ciò che avresti fatto nella vita?

È stato tutto per caso. Semplicemente era qualcosa che penso sarei stato bravo a fare e volevo provare. Mio padre registrava mixtapes per sfizio personale ed a casa avevamo un sound system piuttosto valido. Non era DJ ma si divertiva a sperimentare con oggetti tecnologici: telecamere, stereo, amplificatori, casse.. praticamente tutto quel che aveva a che fare con dei cavi! Direi che da quelle registrazioni e dai mix dei club che ascoltavo in radio ogni weekend è partita la prima ispirazione. La verità è che non è una storia romantica, è stato grazie ad una specie di sortilegio magico. Non ero un prodigio musicale, non ho ereditato dischi, non andavo a ballare ne suonavo nei club a quel tempo, ero solo un ragazzino affascinato dai gadgets musicali, pensavo fossero molto fighi e mi è venuta voglia di avviare un business dove sarei riuscito a lavorare per me stesso. Anche le prime volte che sono andato nei clubs, ero il ragazzino dietro la consolle che guardava. La scoperta dell’House, della Minimal, insieme a tutto l’amore per la musica underground che è arrivata quando sono stato punto dall’insetto del DJing sono state le cose che hanno fatto partire tutto.

Paolo Rocco

  • Puoi dirmi qualcosa sulla tua visione musicale? Ci sono artisti che ti hanno ispirato agli inizi o che musicalmente per te costituisce una figura paterna, che ti ha guidato in tutto il processo?

Sono sempre stato un grande fan dell’House Music. Amo ogni cosa che viene da New York, Chicago, San Francisco, Detroit, o anche il suono di Philadelphia e Baltimora. Penso che molta gente e non riesca a realizzare quanta cultura viene dagli Stati Uniti. Pensa ai tuoi artisti preferiti e tutta la musica che hanno creato e che creano. C’è una grande possibilità che, in un modo o nell’altro, siano stati tutti influenzati da suoni che vengono dall’america. Soul, Jazz, Funk, Disco, House, Techno, Hip-Hop,RnB, Rock and Roll e la lista continua. Viene tutto dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’House Music alcuni dei primi artisti che ho scoperto quando ho iniziato erano Kerri Chandler, MAW; Dj Gregory aka Point G, Julien Jabre, Mood II Swing, Derrick Carter, Larry Heard… Dopo che ho scoperto questi artisti i cancelli furono aperti ad un flusso che mi ha portato ad approfondire il settore sempre più profondamente.

 

  • Hai cambiato il tuo stile da uno stile orientato sui suoni house per uno più minimal-tech. Cosa ti ha fatto cambiare?

Ero molto giovane quando ho iniziato a comporre dischi. E specialmente all’inizio finiva per essere un processo molto strano per me. Avevo già esperienza come DJ, ma avere un suono da DJ e provare a svilupparlo da produttore non è sempre la stessa cosa. Stranamente riuscivo a creare una traccia ma quando suonavo il mio suono era molto differente. Per questo non credo che il mio suono non sia cambiato molto, è solo che negli anni sono riuscito a ricucire il gap che c’era tra quello che passavo in serata e quello che producevo. Prima non suonavo molte delle mie tracce, le producevo perché sentivo ci fosse posto per loro. Non che non mi piacessero, ma non c’entravano molto nei miei sets. Sentivo di forzarmi quando suonavo mie tracce. In molti modi “Life In Pieces” rappresenta me stesso che rivisito quelle ispirazioni passate messe insieme in un modo che rappresenta tutto me stesso nel migliore dei modi. Come tutte le passioni, diventi più bravo via via che pratichi. Quindi si tratta del normale evolvere delle cose in 10-15 anni.

 

  • Sappiamo che Paolo Rocco è tante cose: un DJ, un produttore, un gestore di etichette. Esploriamo insieme questi lati a partire dal primo. Parlami di tre dischi che per te sono particolarmente rilevanti: il disco che leghi al cuore, il “riempipista” e il “disco-chiusura”.

Domanda parecchio difficile a cui rispondere.  Mi piacciono diversi dischi per diverse ragioni. Sono grato a canzoni come “Move Body, Move Forward”, “That I Am” and “People Say” perché mi hanno portato il primo succeesso. Sono orgoglioso di averli prodotti, ma mentirei se dicessi che sonoramente mi rappresentano al meglio. Devo dire che questo recente album “Life in Pieces” non sarebbe il progetto che porta me come singola persona al meglio di tutti gli altri perché ha tutto all’interno. Una traccia che ho prodotto, “I’ve Been Here All Along” è qualcosa di cui sono realmente fiero, perché è una canzone completa: vocali, struttura, ha più elementi di quelli che uso normalmente. È difficile spingere qualcosa come questa in maniera appropriata. Prende molto, è musicale, è ipnotica, vocalistic, epica ma anche underground, malinconica, di classe.. per me è sempre una sfida e ho pensato che quel pezzo potesse entrare in testa, almeno per me. Poi c’è la traccia come “Space Music”, che probabilmente è uno dei migliori pezzi che abbia mai prodotto sul livello del missaggio e della masterizzazione. È una delle tracce dell’album che ho suonato di più nei miei set. Poi c’è “Our Time” che è una traccia che riassume cosa intendo io per House ed è una delle mie tracce preferite di tutto l’album. È una traccia che so che invecchierà bene, per questo la considero speciale. Ovviamente c’è “Ever So” che occupa un posto molto speciale nel mio cuore. Lavorare con Robert Owens è stato un sogno che è divenuto realtà. Eravamo quasi riusciti a collaborare dieci anni fa, ma non successe mai ed ora che è finalmente avvenuto ci sentiamo super galvanizzati. ero parecchio emozionato perché il primo disco che ho comprato era proprio un disco di Robert Owens. Ad ogni modo, quello che direi è che se qualcuno volesse sentire qualcosa di mio che parla di me, sarebbe quest’album senza dubbio.

  • Qual è l’elemento più importante dello studio di Paolo Rocco? Quale strumento credi che esprima al meglio il tuo suono? O comunque, qual è lo strumento senza cui non riusciresti a fare nulla?

Beh, non c’è uno strumento che mi serve più di un altro. Cerco di comporre tracce prima nella mia testa, poi di scriverle su carta o con qualsiasi altra cosa io abbia a disposizione. Se devo scegliere credo che direi il mio computer (ride, ndr). A questo punto è essenziale. Comunque, direi che posso creare una traccia completa solo usando la Yamaha “Motif”. È il primo sintetizzatore che ho mai posseduto e lo uso ancora oggi.

 

  • Ora, parliamo un po’ del lato gestionale. RAWMoments è il tuo primogenito in questo ambito. Come sei entrato in contatto con i tuoi amici e colleghi Pijnman e Lessi S. e avete deciso di creare un’etichetta? Per quel che ricordo, inizialmente RAWMoments era inteso essere un alias per voi tre…

Beh, conosco quei ragazzi da un po’. È stato quasi naturale che poi arrivassi a lavorare con loro. La prima volta che abbiamo fatto qualcosa di ufficiale insieme era per l’etichetta di Brawther, “Courtesy of Balance”. Abbiamo pubblicato un doppio vinile chiamato “RAWMoments” per introdurre il nome prima che facessimo partire la nostra etichetta. Non avrei potuto chiedere di avere una introduzione migliore.

 

  • Qual è il “concept” dietro l’etichetta? È semplicemente un modo per stampare i vostri dischi oppure è concepito per essere un hub per artisti emergenti?

È semplicemente qualcosa che parla di noi. Le feste che abbiamo fatto le chiamavamo RAWMoments perché erano feste fuori dal comune. L’etichetta è stata un progresso naturale.

 

  • Dimmi qualcosa in più delle notti allo Stereo Club. Per quello che so, i tuoi eventi erano percepiti come validissimi a Montréal. Come valuteresti l’idea di avere a disposizioni eventi del tipo “RAWMoments Nights” dove avresti opportunità di esprimere pienamente il tuo potenziale?

Beh, Stereo ha uno dei migliori sistemi sonori che abbia mai provato. Puoi chiedere a chiunque e ti dirà lo stesso. Puoi conoscere una canzone in tutti i suoi aspetti ma quando poi la senti con quel sistema audio senti cose che non avevi mai ascoltato prima. È come riascoltare la canzone per la prima volta. E ovviamente, realizzare il nostro showcase nella nostra città di provenienza era comunque un momento delicato. Parte della folla mi sentiva suonare da dieci anni.

 

  • Parliamo ora di “Life in Pieces”. È il tuo primo album e sarà presto fuori su FUSE, l’etichetta di Enzo Siragusa. Cosa puoi dirci del progetto?

Il suono è ispirato dalla cultura dei rave della fine degli anni ’90 e i primi 2000. Volevo creare un album per tutti i momenti: un pre party, tracce per la serata, after party, after after party… volevo mostrare tutte le mie diverse influenze ma poi volevo che avesse un senso. Quella è stata una delle cose che mi ha messo più alla prova.

Paolo Rocco

 

  •  Com’è nata l’idea?

Ne ho sempre parlato con Enzo negli anni. Anche dopo averlo incontrato per pochi minuti 7 anni fa capii subito che il nostro pensiero era sintonizzato. Eravamo d’accordo su moltissime cose, come la sua voglia di costruire realtà locali, fare cose con gente che è la tua compagnia più stretta, la comprensione che puoi suonare anche diversi generi musicali come DJ, che la buona musica è buona musica, e ovviamente che eravamo entrambi ossessionati dalla ricerca di dischi e amanti dell’house nel cuore. Lui passava un sacco di pezzi RAWMoments e io gli mandavo sempre demo qua e là.. Quando finalmente gli diedi qualche demo per un EP che doveva essere per Infuse, quell’EP divenne un potenziale EP per la sua nuova etichetta Locus. In quel momento non sapevamo dove metterla di preciso. All’aeroporto un giorno ci siamo sentiti al telefono e con Enzo abbiamo cercato di pianificare qualcosa per queste tracce. Abbiamo parlato per un’ora solo di musica (sai, quando la conversazione inizia così sai che non parlerai di nulla di quanto programmato.) Verso la fine della conversazione ero arrivato all’idea di poter mettere insieme un album con queste tracce incluse, e che sarebbe stato qualcosa di interessante per Fuse. Era una specie di euforia del momento. Non avevo nessun piano concreto di mettere insieme un album intero ma il pensiero è stato nella mia mente per un po’. [Quando Enzo ha sentito le mie parole] è rimasto in pausa per un po’ e ha detto “Ma sì c*****, vediamo”. Ho iniziato a mandargli un po’ di musica e da lì è iniziato tutto. Il resto è storia!

 

  • Qual è il messaggio tra le note dell’album? C’è qualcosa in particolare che volevi comunicare?

Ci sono un sacco di cose dentro. Ho provato a inserire messaggi e sentimenti che sono stati presenti in tutta la mia carriera. Comunque, vorrei che l’album lasciasse molto all’interpretazione. Mi piacerebbe che le persone lo ascoltassero, capissero le parole, i ritmi ed il sentimento senza che nessuna precedente cognizione lo condizioni e veda indipendentemente da tutto se è il loro tipo di suono.

 

  • Guardandoti indietro nel tempo, ascoltando vecchie tracce come “Move Body, Move Forward”,  qual è la tua prima impressione? Che consiglio daresti, non solo musicalmente ma su tutti gli aspetti della tua carriera, ad un giovane Paolo Rocco?

Non lasciare che nessuno definisca chi sei a parte te stesso. Non preoccuparti di quello che è popolare e non accettare consigli da persone che non sono riuscite a diventare quello che tu sei, o non sono riuscite ad ottenere quello che sei riuscito ad ottenere tu.

 

  • E ai nuovi arrivati? Che cosa diresti a chi vuole cimentarsi nel mondo della musica?

Siate onesti con voi stessi.

 

 


ENGLISH VERSION

There are Djs, Producers, artists, and then there is Paolo Rocco, the one that consist in all of these thing wrapped in a eclectic and polyedric shape. The Italocanadian artist has firstly built his career path in Montréal, leaded by his idea of creating a local culture and amusement reality, and moved all over the World thereafter, carrying his party and music ideas with him. Paolo his the co-founder, alongside his fellow companions Djs and Producers Pijynman and Lessi S., of the RAWMoments label, and he’s constantly moving around crafting sounds, concepts and records to enjoy in every moment of the day. He has recently released his new album “Life In Pieces” on the mighty Enzo Siragusa‘s FUSE label, and we decided to ask him to tell us something more on his career, his musical  view and, of course, about his newborn album.

Ladies and Gentlemen, Parkett is proud to present you, directly from Montréal: Mr. Paolo Rocco.

 

  • How did you start DJing and when you decided that music would have been the main topic of your working life?

It was pretty random how I started. It was simply something I thought I’d be good at and wanted to try out. My dad used to make mixtapes just for personal use and we had a pretty good sound system at home. He wasn’t a DJ but loved playing around with techy stuff; cameras, stereos, amps, speakers, pretty much anything with wires. I would say through those tapes and the club mixes that would air on radio every weekend was probably the earliest inspiration. Truth is there’s no really romantic story about how I started. I wasn’t a musical prodigy, I didn’t inherit club records, I wasn’t partying or going to clubs yet, I was just a young kid that thought all the music gadgets were cool and wanted to start some sort of business where I worked for myself. Even when I first started going to clubs, I was that guy near the DJ booth just watching. The discovery of House, Techno, Minimal, and alongside the love for underground culture came later on once I got bit by the DJ bug and started diving deeper into it all.

 

  • Can you tell me about your musical view? Are there any particular artists that inspired your style in the beginning or a musical “father figure” that drove you through the whole process?

I was always a big US House fan. Anything from that New York, Chicago, San Francisco, Detroit, even Philadelphia and Baltimore sound I loved. I think a lot of people don’t realize how much culture comes from the States. Think of your favorite artist and all the music they created, there’s a pretty big chance that one way or another their musical inspiration comes from something American. Soul, Jazz, Disco, Funk, House, Techno, Hip Hop, RnB, Rock and Roll, list goes on; it’s all from the US.. As for House music some of the first artists I discovered when I got into it all were Kerri Chandler, MAW, DJ Gregory aka Point G, Julien Jabre, Mood II Swing, Derrick Carter, Larry Heard… After I found these guys the flood gates were open and I just kept digging deeper and deeper.

 

  • You switched from a house-based style to a more minimal-tech one. What made you change your perspective?  

I was pretty young when I started making music. And especially at the start it ended up being a bit of a weird process for me. I already had experience as a DJ, but having a sound as a DJ and trying to develop a sound as a producer are not always the same thing. In a weird way, I was able to make a certain type of record, but as a DJ I actually sounded different. So I don’t think my sound changed that much so to speak, it’s just that over the years I managed to close the gap between what I made and what I played. Early on I really didn’t play a lot of the records I would make. Not to say I didn’t like them, it just didn’t really fit in my sets as a DJ. I would make them because I felt there was a place for it, and I figured if others liked them why not. I used to have to force myself to play my own works. In many ways “Life In Pieces” is me revisiting some of those past inspirations but put together in a way that represents me as a whole a lot better. Like any passion, you become more refined the more you do it. So it’s normal things evolve over 10-15 years. 

 

  • We know Paolo Rocco as many things: a DJ, a producer, a label manager. Let’s explore these sides starting from the first one. Tell me about your “magic three” records: the “heart-linked” record (the one you’re most proud of or you like the most), the floor filler and the closing anthem.

Well this is a tough question to answer. I like different records for different reasons. I’m thankful for songs like “Move Body, Move Forward”, “That I Am” and “People Say” because they brought me early success. I’m proud that I made them, but I’d be lying if I said sonically it represented me the best. I have to say this recent “Life In Pieces” album would be the project I’d single out the most because it has it all in there. A track like “I’ve Been Here All Along” is something I’m really proud of because it’s a full on song. Full vocals, structure, has more musical elements than I usually use. It’s difficult to pull something off like that properly. Something that’s hooky, musical, hypnotic, vocaly, epic, but also underground, melancholic, classy… For me it was always a challenge and I thought that track hit the nail on the head (at least for myself). Then there’s a track like “Space Music” that’s probably some of the best mixing and sound engineering I’ve done. That’s one of the tracks on the album I probably played the most in my sets. Then there’s “Our Time”, a track that sums up my definition of House music and one of my favorites off the album. It’s a track I know will age well and that’s why it’s special to me. Obviously “Ever So” holds a special place in my heart as well. Working with Robert Owens was a dream come true. We almost collaborated 10 years ago and it never happened so to finally get that out there felt great. It was pretty sentimental as well because the first record I ever bought was a Robert Owens one. All in all I would say if someone wanted to listen to one body of work from me, it would be this album without question.

 

  • What is the most valuable gem into Paolo Rocco’s recording studio? Which is that tool, instrument or plug-in that contains or better expresses your sound? Alternatively, which is the piece of equipment you feel you can’t do anything without? 

Well there’s no equipment I absolutely need over another. I try to make the tracks in my mind first then get it down on paper with whatever I have available. If I had to pick something I guess I’d say a computer haha. At this point it’s pretty essential. However I will say that I can make full records with just the Yamaha Motif. It’s the first synth I ever owned and I still use it today.

 

  • And now, the label managing side. Let’s talk about your first born baby: RAWmoments. How did you get in touch with your fellow companions Pijnman and Lessi S. and decided to create the label? As I remember, it was originally conceived as an alias for you three…

Well I’ve known those guys a while. So it was natural for me to work on it with them. The first time we did anything “official” together was for Brawther’s Courtesy of Balance. We put out a double vinyl called “RAWMoments” to sort of introduce the name before we kicked off our own label. Couldn’t have asked for a better introduction. 

 

  • What’s the concept of the label? Is it simply a pressing account or it’s meant to be something else, like a hub for emerging artists?

It’s simply about us. The parties we were throwing were called RAWMoments because they were nuts haha. The label was a pretty natural progression to that. 

 

  • Tell us more about your mighty nights at Stereo Club. As far as I know they were major gigs in Montréal. What is your feeling about having a “RAWMoments night” where you can fully express yourself?

Well Stereo has the best sound system I’ve ever heard. You can ask anyone who’s been there they’d say the same. You can know a song inside out but when you listen to it on that system you hear things you never have before. It’s like listening to it for the first time. And of course playing our showcase in our hometown was always a treat. Some of the crowd has seen me play for a decade. 

 

  • Let’s move onto the next subject: Pieces of Life. This is your first Album and it will be out on FUSE, the mighty Enzo Siragusa’s label. What can you tell us about the project?

The sound was inspired by late 90s early 2000s rave culture. I wanted to make a club album for all moments; a pre party, club tracks, after party, after after party… I wanted to show my range of influences but also have it all make sense together. That was one of the most challenging things for me.  

 

  • How did the project come about?

I had been talking to Enzo over the years. Even after meeting a few times circa 7 years ago I knew right away we were like minded. We related on a lot of things like his love for building something locally, doing it with people that are the closest to you, the understanding that you don’t just have to play one specific style of music as a DJ, that good music is good music, and of course we’re both digging junkies and house heads at heart. He was playing a lot of RAWMoments stuff and I’d always send over some demos here and there. Finally I gave him a few demos for an EP that was supposed to be for Infuse. That EP then became a potential EP for his new label Locus. Then we weren’t really sure where to put it haha. While at the airport one day I hopped on a phone call with Enzo to try and figure out a plan for these tracks. We spoke for about an hour just about music (when that convo starts with a fellow artist usually you end up getting side tracked from whatever it is you were supposed to be talking about). Towards the end of the conversation I kind of just put out the idea of me putting together an album with these tracks included, and would that be something of interest for Fuse. It was a sort of spur of the moment thing, I didn’t have any concrete plans really to put together a full length album yet although the thought was in the back of my mind for a while. He sort of paused on the phone and then was like, ya fuck it we’ll see. Start by sending over the music and we’ll take it from there, but I’m open to it. The rest is history.  

 

  • What’s the message written inside of the album? Is there anything in particular you wanted to communicate? 

There’s a lot in there. I tried to put messages and feelings spanning my whole career. However I’d like to leave the album to interpretation. I’d like people to just listen to it, listen to the lyric, the beats, vibe, without any bias and see if it resonates with them.

 

  • Looking back in time, when you re-listen to your old tracks, especially to “Move Body, Move Forward”, what is your first impression?  What advice (not only about music but concerning all the aspects of your career) would give the nowdays Paolo to the young Paolo?

Don’t let anyone define what you are besides yourself, don’t worry about what’s popular, and don’t take advice from people who haven’t achieved what you want to achieve.

 

  • And to the newcomers? What would you say to a youngster that is about to get into the business?

Be honest with yourself.