fifty − = forty nine

L’iconico album dei Kraftwerk, che ieri hanno perso il loro co-fondatore Florian Schneider, compie quarantadue anni a maggio 2020, confermandosi una pietra miliare della storia della musica elettronica.

In queste righe vogliamo portarvi in un piccolo viaggio nella musica elettronica, che ha il retrogusto di un omaggio alla memoria di Florian Schneider, parlandovi di “The Man Machine”, il capolavoro dei Kraftwerk pubblicato nel maggio 1978 da Kling Klang per la Germania e Capitol Records nel resto del mondo.

L’album vede un sostanziale aggiornamento tecnico nella composizione delle tracce, nelle quali i Kraftwerk introducono dei ritmi più ballabili rinunciando in parte agli arrangiamenti minimalistici dei lavori precedenti.

Le basi ed i motivi che hanno portato alla composizione di questo album sono decisamente interessanti: i Kraftwerk si erigono al ruolo di ambasciatori del ‘900, un secolo caratterizzato dalla transizione della società agricola in industriale, dall’amore libero e dalla cultura popolare che diventa arte. Perciò il quartetto di Düsseldorf ha voluto trasporre in musica questa evoluzione della società, mirata alle innovazioni tecnologiche che comportano a loro volta la disumanizzazione e la spersonalizzazione.

”Die Mensch-Machine”. L’uomo macchina.

In questa ottica, in un contesto storico nel quale il progresso e la produzione industriale vengono supportati dagli apparecchi elettronici e le macchine automatiche che sono più affidabili dell’uomo poiché precisi, privi di sentimenti e quindi più razionali, la musica dei Kraftwerk esalta l’innovazione della prossima terza rivoluzione industriale ponendo anche un monito: va bene credere nel progresso tecnologico ma troppa automazione può essere un pericolo per la costruzione di una generazione di umani migliori.

L’album inizia con una danza robotica scandita appunto da “The Robots”, dove quattro manichini pallidi vestiti con una camicia rossa e una cravatta nera riprendono la celebre effigie dei Kraftwer salutandoci in russo annunciandola loro fedeltà ed impegno incondizionati.

Emblematico pure il testo, pochi versi in cui gli automi cantano

“We’re functioning automatic and We are dancing mechanic”

Il viaggio prosegue con “Spacelab“, una vera e propria ode cosmica caratterizzata da un suono a metà tra la disco music e i sintetizzatori con i quali viene pronunciato il titolo. Questa canzone è stata composta in un momento storico particolare, durante il quale la corsa allo spazio di Americani e Russi subì un ridimensionamento pesante a causa degli ingenti costi sostenuti dalle superpotenze.

“Metropolis” è il tributo all’omonimo film muto del 1927 di Fritz Lang dove il regista ambienta le scene in un futuro distopico nel quale le divisioni tra le classi sociali risultano accentuate vedendo da un lato un gruppo di industriali che regna la città dai loro grattacieli costringendo la classe proletaria al continuo lavoro e a vivere nel sottosuolo cittadino.

Interessante notare come il suono dei sintetizzatori sembri anticipare il carattere distintivo della techno di Detroit.

“The Model” è il momento più Lirico di tutto l’album: su una base synth-pop il testo canta di una donna, una diva traendone un ritratto di « diva che beve champagne e cambia idea ad ogni flash ». E’ vero, un ascolto superficiale potrebbe pensare ad un messaggio maschilista: ma pensiamoci un attimo se riflettiamo questa frase nella società contemporanea non vediamo un messaggio quasi futuristico ?

Ci avviamo verso la conclusione dell’album attraversando un momento nostalgico con “Neon Lights”, un’ode alla Düsseldorf romantica e che cerca di tenere il colpo nei confronti dell’avanzamento del progresso, rievocando i tempi durante i quali era possibile frequentare Frau Klofter o qualche altro club notturno (come poi apparirà nella parte visiva offerta durante i live).

Il viaggio attraverso la musica di “The Man Machine” si chiude con la canzone che dà appunto il nome all’album e che rappresenta una presa di posizione del quartetto di Düsseldorf, confermata da Hütter:

“L’uomo macchina è il tentativo di scoprire i parallelismi e le affinità tra l’uomo e la macchina”

In un senso diametralmente opposto alla cultura rock degli anni ’60 i Kraftwerk ‘vuotano il sacco’ e cercano di vedere del positivo nel rapporto uomo-macchina che si sta instaurando nel loro momento storico: l’interazione tra uomo macchina mostra come l’uomo agisca con gesti meccanici mentre facciamo fare dei gesti umani alle macchine.

Messaggio enfatizzato dal verso “Man-machine Pseudo-human being Men Machine Superhuman being”