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Il presunto plagio del logo di Underground Resistance da parte di Armin van Buuren ha tenuto banco nelle ultime ore. Ecco perché è probabile che le cose non stiano come sembra.

Pensare di avere in mano la verità assoluta non è mai bello. Ancor più sgradevole è sputare sentenze senza aver letto ed interpretato ogni singolo aspetto di una situazione. È per questo motivo che compare un “molto probabilmente” nel titolo di quest’articolo; perché la questione che stiamo per analizzare è troppo complessa per permetterci di ergerci in qualsiasi modo a decisori definitivi e giudici.

Partiamo dai fatti: pochi giorni fa l’artista Trance Armin van Buuren annuncia una residenza all’Hï di Ibiza che partirà il 21 giugno e si concluderà il 13 settembre. Tutto normale, se non fosse che il nome scelto per l’evento è U R e che il logo ricorda inequivocabilmente quello dello storico collettivo di Detroit Underground Resistance.

Uno dei primi a rendersi conto della somiglianza è Cornelius Harris, membro del collettivo che va subito e comprensibilmente all’attacco e in un post su Facebook manda all’inferno il dj olandese. Non si fa attendere a lungo un commento della pagina ufficiale di Underground Resistance, che recita:

“Non c’è vergogna? Cos’è successo alla creatività nell’elettronica? Che cazzo, è tutto basato sui soldi? A “quelli che sanno”: SIAMO IN CODICE ROSSO!! A quelli che rubano la cultura: siete stati avvertiti”.

Al che tutti i fan del pionieristico collettivo Techno di Detroit si scagliano contro van Buuren sui social e sull’evento ufficiale di Resident Advisor. E come reazione “a caldo” è tutto quasi condivisibile: un dj della fazione nemica (inutile nasconderlo, la rivalità mainstream/underground è più viva che mai) plagia un logo che ha fatto la storia della musica elettronica e per questo motivo deve essere attaccato, anche pesantemente se necessario.

Ma pochissimi hanno provato ad analizzare la situazione con calma e criterio, senza farsi influenzare dal fatto che van Buuren sia un emblema del lato commerciale del mondo “EDM” e rappresentante di una cultura antagonista a quella di cui Underground Resistance si fa portabandiera. Così ci vogliamo provare noi.

UR

La locandina con il logo “incriminato”

Innanzitutto, siamo così sicuri che van Buuren conosca così bene l’importanza di un collettivo ben lontano dal proprio genere da pensare di poter ricavare un qualche effettivo guadagno dal plagio? E ammesso che l’olandese la conosca bene, perché mai dovrebbe plagiare il logo di una realtà che sa essere notevolmente distante dalla propria e con ogni probabilità sconosciuta alla grandissima parte del suo pubblico?

Per quanto possa non piacere, un artista che arriva a certi livelli e che ha comunque una lunga carriera alle spalle difficilmente può essere stupido. E solo uno stupido può pensare di guadagnare veramente qualcosa dal plagio di un logo storico per la Detroit Techno in una scena come quella ibizenca, per lo più ad una serata Trance all’ex Space.

È questo il motivo principale per cui crediamo che non ci sia malafede nella scelta di van Buuren. Probabilmente è stata una decisione infelice e poco oculata. Sicuramente di scarsa originalità. Può essere che ci sia stata della pigrizia o che la creazione del logo sia stata affidata ad un grafico poco professionale e queste sarebbero colpe non da poco, ma non gravi quanto le accuse mosse dai più.

Ci sono alcune altre ipotesi da non trascurare: lo spazio tra la “U” e la “R” potrebbe lasciar intendere la tipica abbreviazione di “You Are”, così che il nome completo dell’evento suoni grossomodo “You Are Ibiza”. Oppure il riferimento potrebbe essere a “Universal Religion“, progetto iniziato da van Buuren nel lontano 2003, o a “United Recordings“, etichetta che ha avuto estrema importanza nella storia artistica del dj.

Insomma, non stiamo certo cercando di difendere un artista lontano dalla nostra cultura musicale e che non ne avrebbe comunque bisogno. Underground Resistance è un’istituzione che merita profondo rispetto e incondizionata ammirazione nel panorama di cui ci occupiamo.

È sempre meglio, a nostro modesto e sindacabilissimo avviso, mantenere però i toni bassi e l’attenzione alta. Il presunto errore di van Buuren, infatti, non deve suscitare reazioni esagerate e inconsulte che servono soltanto ad aizzare le folle e alimentare un odio che non fa bene a nessuno.