seventy six − = seventy one

E’ ufficiale: è tornato in produzione il leggendario Minimoog Model D, fedele all’originale ma potenziato con alcune caratteristiche che a distanza di 35 anni sono ormai imprescindibili.

Proprio qualche ora fa parlavamo del Minimoog Model D, omaggiato dalla simpatica stampa dello studio inglese Dorothy, che ha voluto celebrare cotanto pezzo di storia inserendo al suo interno, come se fosse una enorme reggia per musicisti, molti tra i più grandi esponenti della scena musicale che l’hanno fatto ruggire nelle decadi ’70 e ’80 fino ad oggi.

Il suo ritorno è stato annunciato al Moogfest 2016, manifestazione della nota casa produttrice dei sintetizzatori più famosi al mondo, che si è tenuto a Durham in North Carolina dal 19 al 22 maggio.

E siccome alla Moog sono di parola, eccoci qui.

model D

E’ realmente un pezzo di storia della musica. Nasce in risposta ai muraglioni di modulari, complicatissimi, davvero poco user-friendly, capaci sì di possibilità sonore pressochè infinite – e per questo rispondevano bene alla domanda del progressive rock che si stava sviluppando negli anni ’70 – ma di difficile gestione, dal trasporto al tempo di apprendimento necessario prima di ottenere risultati soddisfacenti.

Tuttavia, questi enormi banchi di moduli sono stati ben accolti in un periodo in cui la musica si stava facendo altamente sperimentale e mentale.

Mentre negli Stati Uniti prendeva corpo la fisicità e la spensieratezza della musica Disco, in Europa e nel mondo del rock prendeva piede questo approccio alla composizione, e nuovi generi altamente complessi nascevano.

Robert Moog, fondatore ormai venerato da molti come un guru, ha dato una svolta liberando i sintesisti da questo fradello, inventandosi questo piccolo capolavoro di efficienza e qualità. Il Minimoog Model D si è fatto subito conoscere per i suoi bassi pieni ed appaganti, per l’elegante filtro ladder proprietario, e per i tasti che sembrava fossero loro a carezzare le tue dita piuttosto che il contrario.

Tutto questo è divenuto subito il classico marchio di fabbrica Moog, talmente peculiare e inconfodibile che oggi si parla di “bassi alla Moog” o di “filtro Moog”. Prodotto nella decade che va dal ’71 all’81, fu dismesso nel momento in cui molte altre case avevano fiutato l’appetibilità del formato e cominciato a produrre i loro in concorrenza.

Dopo 35 anni in cui il Minimoog Model D non è stato più prodotto ma non è affatto stato dimenticato, torna a furor di popolo fedele all’originale, nella componentistica e persino nel legno in cui è installato.

Ma c’è di più, dal momento che sono state implementate nella circuiteria alcune funzioni aggiuntive, come innanzitutto il MIDI, ormai imprescindibile per far dialogare e sincronizzare le varie macchine di un setup. Anche dal lato analogico c’è qualcosa di nuovo, ossia i controlli di voltaggio (CV) per velocity, gate e pitch, più una vera e propria LFO (nel modello originario si poteva impiegare il terzo oscillatore come oscillatore a bassa frequenza) che può essere a forma triangolare o quadra, e infine una rinnovata capacità di “overload” nel mixer che prometterebbe un suono più saturo.

Tutto molto bello, assolutamente. Ma arrestare la salivazione è presto fatto: costerà 3750 dollari. Sono cifre che non vedevamo dall’uscita dell’ultimo giradischi Technics, anche questo il ritorno di una leggenda, certo. Per cui ogni entusiasmo è controbilanciato, per non dire stemperato, una volta letto un prezzo del genere, anche se si tratta di un sintetizzatore di grandissima qualità.

D’accordo, oltre alla leggenda c’è la componentistica di qualità, il made in USA, una fabbrica affidabile, il controllo qualità, e non di meno il suono Moog. E di certo non pretendiamo che un oggetto che si collochi alle vette del mondo del sintetizzatore costi qualche centinaio di euro come un qualsiasi Yamaha Reface. Ma resta impegnativo spendere 3750 dollari in un periodo storico in cui non si naviga nell’oro.

Sicuramente qualche praticante di sport estremo musicale lo acquisterà e non mettiamo in dubbio anche il buon uso e l’amore autentico che lo porterà a una pazzia del genere, ma questo prezzo colloca il nuovo Minimoog Model D immediatamente nella nicchia dei cultori, dei pochissimi, dando il segnale che stavolta non siamo davanti a un Mother32, a un Minitaur o anche a un Voyager. Tutta un’altra estrazione, tutta un’altra finalità, e forse tutt’altro anche lo scopo commerciale.

In alternativa date uno sguardo ai migliori sintetizzatori in circolazione.

Paolo Castelluccio