fifty seven + = 60

Missing Ear è un moto ondulatorio e sussultorio, tra sperimentazione e contaminazione. In lui prevale la ricerca continua di un’identità sensoriale e un’apertura “culturale” che si concede a luoghi extra dimensionali svelando le nudità di nuovi luoghi sonori.

Missing Ear (Matteo Gualeni), conosciuto in Triennale, il giorno in cui l’estate ha ceduto il passo all’autunno, mi ha illustrato il suo nuovo lavoro “Skyquakes”; una sinestesia attraverso la quale i sensi si confondono e si fondono in una percezione assolutizzante.

Un progetto nuovissimo; un sistema che propone parallelismi continui tra musica che diviene letteratura e letteratura divenuta musica: concettualizzazioni essenziali; esplorazioni ascensionali trascendentali e metafisiche. 

Residente di Radio Raheem, il percorso artistico di Matteo Gualeni si immerge in una delle zone creativamente più caratteristiche del capoluogo lombardo, Ortica. È qui che si intrecciano le realtà jazz, elettroniche ed AV, l’idealizzazione spaziale che combacia con le condizioni atmosferiche di una musica astrattamente reale ed inclusiva.

Ma lasciamo che sia lui a raccontarsi attraverso l’intervista rilasciata a Parkett

Ciao Matteo, graditissimo il tuo ritorno su Parkett!

A breve presenterai il tuo nuovo lavoro “Skyquakes”, e, come tua consuetudine, ci stupirai sia per le scelte stilistiche sia per i contenuti che rimandano al valore trasversale e universale della musica.  Un flusso artistico la cui esegesi creativa sembra partire da un’interiorità che guarda dentro la complessità di ciò che rappresenta, valore essenziale ed esistenziale. Un fuori e un dentro, un intreccio parallelo che trova una sua espansione naturale nel processo creativo-compositivo?

Di base lascio molto che l’emozione faccia gran parte del lavoro durante la stesura delle bozze, cercando di non farmi prendere da troppe architetture. Questo, in poche parole, significa che mi piace lasciar libero il momento-atto per esplorare attivamente l’ambiente sonoro che si sta espandendo, che si sta costruendo, senza darmi punti d’inizio o d’arrivo.

Mi piace che usi il termine “trasversale” perché lo trovo molto in linea al mio modo di far musica. Ci sono tante influenze, non solo musicali, che durante il mio approccio si fanno strada nella mia testa e quindi questo ha un peso non indifferente nel risultato poi sonoro.

Per farti un esempio rispetto alla lettura, un testo che mi ha veramente influenzato in questo momento è: AUDINT—Unsound:Undead” (edito da Steve Goodman, Toby Heys, Eleni Ikoniadou)

L’assolutizzazione dello spazio rimanda ad un’osservazione più ampia di cosa realmente stia accadendo. È interessante parlare di restituzione spaziale, cioè ridurre al minimo la fisicità per porgerla poi al massimo in un insieme. Quando ci siamo incontrati, ti sei soffermato su ciò che per te rappresenta il suono; lo hai definito come la matrice di un progetto, come istinto primario, primo punto su una pagina bianca. Il tuo essenzialismo, in realtà, appare un cesto pieno di metafore e coincidenze. Spiegaci meglio cosa intendi…

Per me, come penso per tutti i musicisti-artisti che lavorano nel mondo della musica, l’elemento alfa è la vibrazione. Quest’ultima per me, da nativo batterista, calza perfettamente l’idea di bisogno primario. Percuotere una superficie, una membrana, un piatto rappresenta l’inizio del viaggio, rappresenta perfettamente anche la sensazione di contatto originale che mi serve per percepire quell’elemento alfa.

Che questo poi che si sviluppi in un linguaggio più elettronico (tipo drum machine, sono veramente di macchine come le drum-synth DRM1 Vermona MKIII) o acustico non c’è differenza;  per me la linea ritmica è l’essenza, la colonna vertebrale che regge tutto e anche a volte l’unica cosa che serve per sostenere un’idea.

L’essenzialismo si potrebbe riassumere in poche righe in questa risposta, anche se poi incarna in maniera più ampia tutto un altro discorso (opposto) di “overload message” che magari ci riserviamo per una prossima chiacchierata!

Il sistema delle percezioni sembra indicare i campi di ricerca del tuo ultimo lavoro. Nella tua percezione il suono assume le forme che tu intendi dare. In una stanza o in una scatola (non importa dove), le percezioni, così intese, prendono direzioni bilaterali ed equivalenti. Che sia la percezione stessa, il primo filtro? E quanto esse coincidono tra ciò che senti e ciò che trasmetti?

Si, sono stato tanto influenzato da lavori di ricerca che avevo fatto per i miei studi di Sound Design in Conservatorio, ma di fatto non è altro che una visione più “accademico-scientifica” dell’amore smisurato che ho per i pattern percussivi/ritmici.

Ho trovato in questa formula un punto di congiunzione perfetto tra il mio passato e quello che vorrei proporre in futuro. Questa pratica è centrale per me, mi permette di spaziare da intermezzi ambient-senza tempo a ritmi break-glitch e bass multiformi, dal taglio pesante e matrice industrial.
Per darti un’idea più chiara sul sound che troverai nel disco, tra i miei mentori ci sono: Autechre, Objekct, Kangding Ray… ma troverai linee di drumming ispirate a Jojo Mayer o Steve Gadd.

Bergson diceva: «Un livre comme L’Évolution créatrice n’est pas seulement une oeuvre, mais une date, celle d’une direction nouvelle imprimée à la pensée.» L’evoluzione creatrice effettivamente può appartenere a un tempo dilatato che è materialità pur fuggendo da essa. Quanto, nella tua creatività, nella tua arte, nella tua musica le immagini sonore si trasformano in percezioni attive e sfaldano gli schemi in favore di circuiti virtuali?

Quanto si parla d’ “immagini sonore” e per come hai posto la domanda mi sento di risponderti dandoti uno spaccato sul mio passato. Da sempre ho un intrinseco bisogno di produrre ed esprimere molto quello che ho dentro attraverso l’ambient music.

Questa premessa per me è fondamentale perché quanto do spazio al concetto di immagini sonore non c’è una formula, per, e, più azzeccata o vicina a questo tipo di musica, di creazione ma anche di ascolto, da fruitore.

Questo è sicuramente a mio avviso il modo più forte per fornire a qualcuno un modo efficace per evadere e trovare dentro il proprio “io” in immagini, storie e mondi da esplorare. Bisogna trovare solo il modo migliore per farle emergere.

Ci sono artisti e musicisti che riescono benissimo in questo per me: Brian Eno, Alva Noto, Christian Fennesz o Mika Vaino per citarne alcuni. Ho pubblicato con Mille Plateaux, nel mio progetto parallelo Baransu”, due EP landscape-ambient: “Atmospheric Landscape I & II” (li trovi bene su Bleep, Boomkat.. insomma vari digital shop).

…E ancora slancio vitale, inteso come adattamento dinamico nell’ambiente! Mi è parso di capire che tu voglia porgere il tuo suono, quasi personificarlo, renderlo in una permeante atmosfera di ipnosi cognitiva. Se così è puoi parlarcene chiarendo soprattutto come ha inizio il momento creativo?

Si, questo mi piacerebbe molto poterlo realizzare in esibizioni dal vivo. Ossia sarei veramente felice di poter realizzare un’esibizione che focalizzi molto del suo contenuto sul concetto: esperienza.

Sto lavorando su un live che sia quanto più immersivo possibile.

L’idea di atmosfera calza bene perché sarebbe esattamente quanto mi piacerebbe creare e offrire. (Questo lavoro lo sto facendo in parallelo ad un lavoro anche come fruitore della musica partecipando a Festival vari, dove di volta in volta mi appunto cosa mi ha colpito e mi ha fatto sentire dentro il “live” e cosa mi ha fatto stare “li” incollato… così cerco di farne tesoro e al contrario annotare anche ciò che mi ha distratto dalla performance per esempio).

L’eccesso dei tempi moderni, la velocità dei meccanismi sociali, le trasformazioni accelerate – tu affermi – hanno forse lacerato l’essenza e il volume qualitativo delle cose pensate. Il tuo album sembra proporre un’inversione di marcia; sembra avere i toni di un discorso che pone l’essere umano in dialogo con se stesso. Quanta tecnica accompagna il tuo lavoro? E quanto il lavoro, ideato, creato corrisponde sostanzialmente ai processi percettivi che ti proponi?

Non saprei dirti quanta tecnica accompagni il lavoro ma di certo ho dei setting mentali che cerco di affinare sempre di più perché voglio che siano caratterizzanti del mio linguaggio.

Per ciò che riguarda l’essenza e la qualità discutibile di diverso materiale… mi sembra che sia opportuno non nasconderci dietro un dito ed essere onesti…ricordo che leggevo un articolo, forse su DjMag, ma potrei sbagliarmi, che sosteneva che in media su Spotify viene caricato un brano al secondo. Ammesso o meno che questo sia vero, è abbastanza innegabile che oggi siamo veramente sommersi da musica e da contenuti audio di ogni genere.

Citando tu questo punto, con il mio disco, con il progetto in toto a dire il vero, vorrei cercare nel tempo di porre un po’ più l’attenzione sul tema e sensibilizzare in maniera più ampia sull’argomento. Vorrei proporre un disco per un ascolto più mirato e attivo, più umano-umano e meno algoritmo-umano. Essendo anche un genere di base underground spero di riuscire ad arrivare alla nicchia giusta e condividere con le persone interessate a questo genere di musica il messaggio e il sound stesso!

Per percezione si intende “un complesso processo cognitivo di interpretazione della realtà, che opera la sintesi dei dati sensoriali in informazioni dotate di significato”. Rappresenta anche un processo che ha naturali contraccolpi sia sul comportamento che sull’adattamento ambientale. Il tuo album crea questi stati aprendo le porte anche ad una multiforme emotività. Quale scenografia, quale contesto ambientale/visivo intendi utilizzare per raggiungere la sensibilità dei tuoi ascoltatori?

Questo torna un po’ alla questione del live. Attualmente lo sto studiando e sono veramente combattuto perché ho in mente due prospettive, una molto dark e dai toni industrial (mi viene in mente il Berlin Atonal come possibile immaginario collettivo). D’altra parte l’amore che ho verso il mondo AV, iniziato con il progetto “Baransu”, mi porta anche ad immaginare un live diverso da un punto di vista visivo.

Anche se per questo lavoro ho avuto l’opportunità di collaborare con Marco Ciceri (che ha collaborato con Alessandro Cortini, Ellen Allien, Grand River) che ho conosciuto grazie ad una persona fantastica Aimèe, Gran River appunto. Abbiamo avuto modo d’incontraci qui a Milano e dopo esser entrati subito in empatia abbiamo ragionato al progetto e collaborato ad un video per una delle tracce dell’album che però ancora non è pubblico! Per il momento ti posso dire che abbiamo lavorato in ottima sintonia e che è stato bello approcciarsi al mondo AV con un’altra persona, vedere e sentire la sua visione e scambiarci feedback su questo e altri lavori.

La linea di demarcazione tra ascolto e atto esplorativo, tra osservazione e distrazione è molto sottile. Indubbiamente la “compartecipazione” è strettamente connessa alla curiosità, e la curiosità è ciò che ci induce ad avvicinarci a quanto è nuovo e originale. Consiste in questo la tua sfida? Creare una forte relazione empatica?

È vero, è molto sottile e rischia anche d’essere fraintesa ma qui c’è quello su cui voglio scommettere. Vorrei cercare di portare l’ascolto sempre più verso una linea attiva, di resistenza alla passività, di networking reale, tra noi musicisti e amanti della musica.

“Ascoltare è resistenza” è un’affermazione che una mia carissima amica Daniela Gentile ha scritto in un suo testo così intitolato “Listening as an Eco-Political Form of Resistance” e che dopo averlo letto mi ha davvero sempre più aiutato a sviluppare un pensiero personale e più critico, allo stesso tempo più largo rispetto alla POV della singola release, cercando di portare l’intero progetto verso un’identità più solida e riconoscibile.

Sono fondamentali le persone che stanno attorno a noi… per smuovere idee, sensazioni e ideare progetti più estesi. Inoltre questo senso di “attivazione” è un processo che anche a livello sociale secondo me è necessario.

Il Radio Show che da tempo sto portando avanti su Radio Raheem sto cercando di farlo entrare a pieno in questo, dove da inizio anno ogni mese cerco di collaborare, condividere e scambiare feedback con tantissimi musicisti, dj e artisti perché sento che così ci si possa riacquistare quel senso di condivisione, ascolto reciproco vero…

Collaborare su un mix non è solo dividere uno “slot” ma condividere un momento, una call, delle fonti d’ispirazione da cui possono nascere amicizie! Infatti per questo ci tengo adesso anche a ringraziare Halina Rice, Sara Berts, Eluize, Syntax Erika e Mille Plateaux .

Il tuo è un album nuovo, complesso e comprensibile e noi siamo curiosi come quando riceviamo un regalo e annullando il resto, … non vediamo l’ora di scartarlo! 

Grazie a te e a voi tutti di Parkett.

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