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Köpenicker Straße 70.  Raggiungerla è semplice, basta prendere la U-bahn e scendere a Heinrich-Heine-Straße. Non è una via isolata, intorno sorgono uffici e abitazioni. Un punto qualunque sulla cartina, una strada come mille altre. Proprio quì, in questa anonima cornice di assoluta normalità, sorge il Kraftwerk.

La vecchia centrale elettrica torna a vivere per ospitare il Berlin Atonal. L’emozione è tanta ancor prima di varcare la soglia. Lascio alle mie spalle il garden affollato e il suo chiacchiericcio costante ma composto, scorgo tra la gente volti già incontrati la scorsa edizione, facce amiche, conoscenti, artisti. Cammino  verso l’ingresso a passo svelto e deciso, rallento solo gli ultimi metri. Un respiro profondo e sono dentro. Le gambe si bloccano. Di nuovo quì, finalmente.

Le luci, il fumo e la maestosità del posto creano strani giochi visivi che rendono le persone intorno a me semplici sagome scure che si muovono tra le colonne di cemento armato, non più corpi ma ombre. Io sono una di quelle e sono piacevolmente sola nel gruppo ma comunque parte di esso. . Se non fosse per le istallazioni intorno a me, potrei dire di essere tornata indietro di un anno. Silenzio, un religioso silenzio come nelle cattedrali. Mentre salgo la rampa di scale che conduce al main stage, riesco a sentire il rumore dei miei passi e il ticchettio delle monete in borsa. Al termine della  salita, il Kraftwerk si mostra tutta la sua industriale e imponente bellezza. In fondo alla sala, il palco e lo schermo dove verranno proiettati i visual che accompagneranno gran parte delle performance.

Prendo una birra e vado a sedermi in una delle prime file, curiosa e impaziente. Intorno a me la sala comincia a riempirsi, è mercoledì ma l’affluenza è già tantissima, sono molti quest’anno ad aver comprato il pass per l’intera manifestazione. L’esibizione del Chor der Kulturen der Welt apre l’edizione 2015 cogliendo tutti alla sprovvista. Non ci sono persone sul palco, non ci sono microfoni, non c’è uno stage. I ragazzi del coro camminano tra la folla creando un flusso costante di suoni, due direttori di orchestra li dirigono da un piccolo piedistallo posizionato in mezzo alla pista. Il pubblico li segue con gli occhi, incredulo, spaesato. Gli unici strumenti sono le loro voci, ascoltate ininterrottamente per trenta intensi minuti.

Applausi. Un inizio inusuale, folle ma decisamente convincente. Sorrido soddisfatta. Le luci si accendono e mi guardo intorno, le pause che separano i vari live sono gli unici momenti in cui interagisco e in cui è possibile cogliere la vera bellezza di questo evento: giovani che parlano con i meno giovani e commentano le performance interessati, i loro sguardi sono attenti, semplicemente vivi e partecipi.

Ragazzi con le agende alla mano prendono appunti, altri studiano il programma e controllano l’orologio. Poco lontano da me, il signor Mike Parker si gode lo spettacolo da spettatore curioso, imbraccia la macchinetta fotografica come un qualunque turista affascinato da quel tutto così inusuale e meraviglioso.  In questi momenti, l’Atonal sprigiona tutta la sua magia. Non ci sono capannoni utilizzati come rifugio, non ci sono migliaia di ragazzi che ballano lontani da una normalità da cui si sentono giudicati e da cui fuggono. All’Atonal gran parte del tempo si sta seduti con gli occhi chiusi e si ascolta. Si assaporano questi piacevoli contrasti, cornici industriali e sonorità ambient, modulari e violoncelli.

Oltre le quattro mura del Kraftwerk, il cuore pulsante di Berlino. Mi sono persa ascoltando le note di “Ivory Towers” di Varg, sorpresa e divertita grazie ai Lakker,  seguendo il consiglio di Alesssandro Cortini e Lawrence Englishwe recommend you to sit down“, la mia mente si è smarrita in viaggi infiniti.

Ho visto Sam Shackleton dirigere tre percussionisti, i loro sguardi d’intesa, l’emozione e la gioia sui loro volti al termine di un’esibizione perfetta. Musica, applausi, silenzi. Questa più o meno è la costante che scandisce le giornate del festival. Una piacevole routine che comincia sempre con un sorriso e con il controllo della borsa all’ingresso, prosegue salendo le scale della vecchia centrale elettrica (pausa-bar per la mia Carlsberg fredda a soli tre euro e cinquanta) e termina nella mia postazione in fondo a sinistra. è diventato il punto base, in questo modo non servono appuntamenti, non serve controllare il telefono: di sicuro lì, tra la prima e seconda fila di colonne,prima o poi nell’arco della giornata incontrerò qualche faccia amica. Una piacevole routine che viene sconvolta in poche occasioni, ad esempio quando il programma prevede Peder Mannerfelt, Powell e Ugandan Methods.

In queste circostanze, nessuno è seduto e non regna il silenzio, nessuno sguardo è in contemplazione. Quando le casse, sospese in alto ai lati dello stage, cominciano a risuonare, lo stomaco si contorce e tremano le pareti.

Quando si suona techno, è impossibile rimanere fermi. I battiti di mani sono accompagnati da urla e fischi. Sono ore tiratissime, il sangue viene pompato nelle vene seguendo il ritmo dei bassi che incalzano. Adrenalina e sudore. Al termine di queste giornate, le soste in giardino sono lunghe, l’aria piacevolmente fresca. Le sigarette si consumano rapidamente come le ore al Kraftwerk, getto l’ennesimo pacchetto di Marlboro Medium ed è già domenica. Ancora una volta si alternano sullo stage dei giganti: dopo Samuel Kerridge, Coh+Frank, Lustmord e Ben Frost è il turno dei Clock DVA,ultimo anello della catena. Ultima nota. Le luci si accendono e cala il sipario. Le scale si affollano, il flusso è in un’unica direzione. Questa volta il passo è lento, calmo.

Un respiro profondo e sono fuori. Le gambe si bloccano. Mi guardo indietro prima di prendere la via di casa. Heinrich-Heine-Straße, prossimo treno tra 12 minuti.

Ho lasciato una parte di me al civico 70 di Köpenicker Straße, tornerò a cercarla il prossimo anno. Penso la troverò lì seduta in silenzio , tra la prima e la seconda fila di colonne, con il volto rilassato e felice.

Marta Fantini